“Il futuro della Gran Bretagna è in Europa”


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Peter Mandelson

Peter Mandelson, laburista membro della camera dei Lord: «Non vedo
la possibilità che si adotti l’euro,
ma credo nell’integrazione»
ALAIN ELKANN

Lord Mandelson è un politico laburista, è stato ministro con Gordon Brown e consigliere di Tony Blair; dopo essere stato Commissario europeo per il Commercio ha ricevuto il titolo di Lord. Arriva in bicicletta, elegante negli abiti da weekend, ordina cioccolata calda e torta di mele belga.

Il suo partito ha votato contro l’intervento militare in Siria, è d’accordo?

«L’uso di armi chimiche contro persone innocenti è sbagliato. Ma in questo caso era meglio evitare. Il voto è stato contro la lunga ombra che l’Iran proietta sull’opinione pubblica britannica. Non sono un pacifista, un intervento militare a volte è necessario, ma bisogna essere cauti sulle motivazioni».

 

Come va oggi la Gran Bretagna?

«Be’, siamo stati molto esposti alla crisi delle banche. Il settore finanziario si è ridotto ma sta ancora dando un grande contributo alla nostra economia. Che però è sbilanciata. Nel 2008, quando mi hanno fatto tornare da Bruxelles, hanno creato un dipartimento per le attività produttive che ho sviluppato perché eravamo troppo dipendenti dal nostro settore finanziario e avevamo bisogno di riequilibrarci, anche geograficamente. Ci siamo affidati troppo a Londra e al Sud Est. Il governo oggi dovrebbe fare di più per riequilibrare l’economia e per sostenere gli altri settori. Lo abbiamo fatto quando ero ministro del commercio. Vedo “laissez faire” da parte dei conservatori, i laburisti vedono di più lo Stato come centro dell’economia. Io sono favorevole a un approccio interventista, ma non sono contro i mercati finanziari».

 

La Gran Bretagna ha cambiato il rapporto vis-à-vis con gli Usa?

«Credo che sotto sotto siano più vicini che mai, ma una delle conseguenze della guerra in Iraq è che non si dà più per scontato che noi interveniamo militarmente con gli Usa. In passato l’unica volta che è accaduto fu durante la guerra del Vietnam, quando il governo laburista rifiutò di schierarsi a fianco degli Usa in Indocina. Da allora durante i governi Thatcher, Major e Blair c’è stata una posizione più conformista. Andavamo dove ci dicevano gli Usa, e questo è stato intensificato da Tony Blair dopo l’11/9 per ragioni che chiunque può capire. Cameron ha continuato a mettere in atto questa politica con un entusiasmo meno ostentato. Credo che Miliband avrà lo stesso approccio».

 

Significa che la Gran Bretagna sarà più vicina all’Europa?

«Dovrebbe significare questo. Come sappiamo, tuttavia, i conservatori non vogliono andare in quella direzione e ci porteranno a un grande isolamento. Il partito laburista vede più chiaramente che il futuro della Gran Bretagna è in Europa. È il punto di vista dei Liberal Democratici, che su questo oggi si trovano a disagio nella coalizione con i conservatori».

 

Il partito laburista vincerà le prossime elezioni?

«Non vi è certezza su chi vincerà. I laburisti possono anche essere il maggior partito, ma senza la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni dovranno cercare un’alleanza con i Liberal Democratici. La signora Merkel è l’unico leader politico in Europa, è stata in grado di vincere una decisiva rielezione».

 

Vede ancora Blair e Brown?

«A quanto pare nessuno vede Gordon Brown, che non si presenta spesso in Parlamento. Blair è diventato più visibile sollecitando un intervento militare in Siria. Ma passa gran parte del suo tempo all’estero, si dedica agli affari e nessuno dei suoi vecchi amici e colleghi lo vede molto. A me dispiace perché si lasciano svanire le persone e le idee dell’autentico nuovo partito laburista».

 

Perché non diventa lei il leader?

«Sono l’ultimo che resiste della vecchia guardia, ma non ho alcun ruolo formale nel partito e la maggior parte dei miei scritti e dei miei discorsi guardano di più all’Europa, a una maggior integrazione per proteggere la zona euro».

 

Come vede il futuro della sterlina?

«Non c’è nessuna prospettiva che la Gran Bretagna adotti l’euro nell’immediato futuro. A mio avviso non possiamo essere economicamente forti in Europa senza integrazione. Integrazione e competitività richiedono argomenti politici adatti a convincere l’opinione pubblica in tutti gli Stati membri dell’Ue e in questo momento abbiamo troppo pochi politici disposti a formularli».

 

La sua opinione sull’Iran?

«Dovremmo essere disposti a sviluppare un dialogo. Potenzialmente i nuovi contatti tra Usa e Iran sono la cosa più importante a livello internazionale, ma dobbiamo conservare un certo scetticismo e dure sanzioni fino a quando l’Iran non attuerà un vero cambiamento».

 

Che cosa pensa della situazione Usa?

«Lo stallo tra la Casa Bianca e il Congresso è un enorme pericolo per l’economia globale. Obama ha salvato la reputazione americana a livello internazionale, ha introdotto riforme sociali di cui c’era assoluto bisogno. È stato un buon presidente, ma non abbastanza abile da prevalere contro l’influenza del tea party sui repubblicani».

 

Come vede la Russia?

«Mi sento frustrato perché c’è un leader abbastanza forte e intelligente per fare della Russia un vero attore internazionale e trasformare l’economia ma per motivi suoi non usa come potrebbe la sua leadership in questi settori».

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