Pechino si compra l’Italia in crisi


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Capitali cinesi nelle nostre industrie

Capitali cinesi nelle nostre industrie Pechino si compra l'Italia in crisi

Uno dei cantieri Ferretti

Dai grandi yacht alle macchie per costruzione sono già 195 le imprese che sono passate sotto il controllo del paese del Dragone. Un giro di affari da 6 miliardi che coinvolge diecimila dipendenti

ROMA – Dal 1968 la Ferretti costruisce barche. Non barche qualunque, ma grandi yacht di lusso: le Rolls Royce del mare. La Cifa dal 1928 produce invece macchinari per l’industria del calcestruzzo. Niente di più distante, all’apparenza. In realtà qualcosa unisce queste due grandi fabbriche italiane. Cosa? Semplice: la bandiera rossa a cinque stelle che sventola sui loro stabilimenti. Sì, perché Ferretti e Cifa sono entrate nella campagna acquisti della Repubblica popolare cinese. Un’onda di investimenti che nel nostro Paese coinvolge 195 imprese, diecimila dipendenti, un giro d’affari di 6 miliardi di euro. Senza dimenticare il 4 per cento del nostro debito pubblico in mano al Paese del Dragone.

La Cina è vicina. Qui non parliamo dei “cinesi d’Italia” e della loro capacità imprenditoriale che li spinge a fare incetta di ristoranti, bar, parrucchieri, ma dei grandi capitali che partono da Pechino per arrivare nel nostro Paese. Sì, perché la Cina è vicina e non lo provano solo i tanti turisti del Dragone che arrivano ogni anno in Italia (nel 2011 sono stati 1 milione e 342mila). A far gola sono gli immobili di pregio del Bel Paese e le aziende del made in Italy. Da ultimo, anche il quotidiano francese “Les Echos” ha scritto del crescente interesse della Cina nella nostra economia. Segnalando l’apertura milanese dell’agenzia di rating Dagong Europe, il giornale sostiene che “il made in Italy è più che mai sul radar dei grandi investitori di Hong Kong e della Cina continentale”. Eppure non si può ancora parlare di un assalto cinese ai gioielli di famiglia.

L’allarme dei servizi segreti. Nel gennaio scorso un rapporto degli 007 italiani lanciava l’allarme sullo shopping cinese in Italia, a partire dal mega-affare della riconversione dell’area ex Falck di Sesto San Giovanni: un milione di metri quadrati da edificare e quattro miliardi di euro di investimenti. Gli analisti del Dis (Dipartimento Informazioni per la sicurezza) segnalavano infatti “l’interesse manifestato dagli operatori cinesi per il recupero e il restauro dell’ex area Falck”. Ma altre notizie sono in controtendenza: nel giugno di un anno fa un’analisi del Centro studi Confindustria sottolineava come la mole degli investimenti diretti dall’estero (Ide), movimentati da Pechino nel nostro Paese, fosse più percepita che reale. Chi ha ragione?

I soldi del Dragone. “È indubbio che il flusso di investimenti cinesi in Italia resta minore di quanto previsto”, sostiene Lorenzo Stanca, del fondo di private equity italo-cinese Mandarin Capital Partners.  Per Stanca, “oggi i grandi compratori cinesi all’estero restano ancora quelli istituzionali (cioè controllati dal governo, ndr) come la China Investment Corporation, anche se si stanno affermando gruppi privati, non sempre enormi, interessati ad acquisti fuori confine. Il problema è che i cinesi hanno verificato la difficoltà di gestire imprese in Europa e soprattutto in Italia. Ben più facile è investire in Africa. Inoltre la capacità del sistema Italia di attrarre investimenti esteri resta bassa: troppe agenzie che fanno lo stesso mestiere, si sovrappongono e creano confusione. La crisi globale ha fatto il resto. Non solo. Solitamente i compratori cinesi prima di chiudere un contratto ci mettono molto tempo e se un’azienda è in vendita accade che arrivino prima gli investitori americani o europei”. Insomma, “l’allarme lanciato dai servizi mi pare infondato”.

Le 195 aziende che parlano cinese. Una fotografia della situazione prova a scattarla l’ultimo rapporto pubblicato dal “Centro studi per l’impresa” della Fondazione Italia-Cina: “A fine 2012 risultano attivi in Italia con almeno un’impresa partecipata 79 gruppi cinesi e 52 gruppi di Hong Kong (regione amministrativa speciale cinese, ndr). Le imprese italiane da essi partecipate sono in tutto 195, di cui 133 da investitori cinesi e 62 da investitori di Hong Kong”. In particolare, le 133 imprese a partecipazione cinese occupano 5.534 dipendenti, mentre il loro giro d’affari è di 2.665 milioni di euro. Le 62 imprese partecipate da multinazionali di Hong Kong occupano invece 4.755 dipendenti, con un giro d’affari pari a 3.366 milioni di euro. Riguardo alla modalità di ingresso nel mercato italiano, delle 133 imprese a partecipazione cinese 66 sono state oggetto di investimento greenfield: si tratta cioè di imprese create ex novo dall’investitore cinese, eventualmente in partnership con soci italiani. Negli altri 67 casi, l’investimento ha invece avuto luogo tramite l’acquisizione di attività preesistenti. Non mancano poi le collaborazioni, i gemellaggi, come quello recente tra la Port Authority di Gioia Tauro e quella di Shanghai.

Cina: dagli yacht alle motociclette. Tra i principali investimenti cinesi greenfield, ci sono quelli di Industrial and Commercial Bank of China, che nel 2011 ha aperto una sede in centro a Milano e del gigante dell’Ict, Huawei Technologies, presente in Italia dal 2004 e che nel 2011 ha inaugurato nella propria sede di Segrate un centro di ricerca sulle tecnologie wireless. Per quanto riguarda le acquisizioni, nel corso del 2012 Shandong Heavy Industries-Weichai ha rilevato il controllo del gruppo Ferretti, secondo produttore mondiale di motoryachts, mentre la società finanziaria Crescent HydePark ha preso il controllo del marchio di abbigliamento Sixty. E ancora: ci sono le acquisizioni realizzate da Changsha Zoomlion Heavy Industries, che nel 2008 ha messo le mani sul gruppo Cifa (macchinari per l’edilizia), e da Cosco, che nel 2000 ha rilevato il 50% del terminal container del porto di Napoli Co. Na. Te. Co. da una multinazionale taiwanese. Una presenza importante è quella di Haier, il maggior produttore mondiale di elettrodomestici, che ha acquisito nel 2003 la Meneghetti e nel 2009 la Elba, oltre a stabilire a Varese una sede commerciale per coordinare le vendite sul mercato europeo. Oggi è da considerarsi a tutti gli effetti a partecipazione cinese anche la filiale italiana della casa automobilistica Volvo, controllata dal 2010 dal gruppo Zhejiang Geely Holding. Nel 2011 si è registrata anche un’acquisizione nel settore farmaceutico: Shanghai First Pharmaceuticals ha infatti rilevato il controllo della comasca Sirton. Risale invece a qualche anno fa l’acquisizione compiuta da Qinjiang Group nei confronti della casa motociclistica pesarese Benelli.

Hong Kong: telefoni e profumerie. Per quanto riguarda invece gli investitori di Hong Kong, emerge soprattutto la presenza del gruppo Hutchinson Wampoa, che controlla la società di servizi di telefonia mobile H3G (che con oltre 2.700 dipendenti e 2 miliardi di fatturato è di gran lunga la più grande impresa italiana a controllo cinese) e la catena di profumerie Marionnaud Parfumeries Italia, dopo aver acquisito nel 2005 la casa-madre francese. Non solo: il gruppo Johnson Electric nel 2002 ha rilevato il controllo di un produttore alessandrino di motorini elettrici per autoveicoli.

Risorsa o minaccia? La domanda è: lo shopping cinese è una minaccia o una risorsa per il made in Italy? Dipende: “In generale l’investimento estero  –  risponde Lorenzo Stanca  –  non comporta di per sé una perdita di ricchezza, se arrivano soldi in Italia e non vengono portate via le produzioni. Per esempio l’acquisto cinese della Cifa nel 2008 è stata una scommessa vinta: l’ha salvata dal fallimento, non ha fatto licenziamenti e ha investito in un nuovo stabilimento a Faenza”.

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