Telecom Italia, 15 anni di capitalismo all’italiana


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Dalla privatizzazione del 1997 alla vendita agli spagnoli di Telefonica. Una storia senza soldi e alle spalle dei piccoli azionisti

  1. Quella di Telecom Italia non è solo la storia della più grande azienda italiana di telecomunicazioni. È una storia politica, fatta di manager, spioni, portaborse, ministri e salotti. Una vicenda di potere che ci fa capire come mai, fra le economie europee in crisi, l’Italia è una delle più vulnerabili.
  2. Gli spagnoli di Telefonica, si apprende, verseranno 324 milioni di euro per salire al 66% di Telco, la holding che controlla Telecom Italia. Dunque dal 2014 saranno loro al comando nella stanza dei bottoni, per la prima volta nella storia della compagnia.

    La vera notizia però non è questa: non ci si aspetta che da domani Telefonica stacchi le linee telefoniche, né che minacci di lasciarci senza i nostri preziosi sms. Non lo è neppure la vendita a uno straniero, pur nostro vicino di casa, che fa gridare alla perdità dell’italianità. Ma Telecom è stata italiana sin dalla sua fondazione, e cosa ne è stato fatto?
    La vendita agli spagnoli è solo il punto finale di un percorso famelico, vampiresco, che ha trasformato un gigante della telefonia un arnese malandato, poco competitivo, pieno di debiti con azioni inizialmente supervalutate e poi sempre in calo. Ecco com’è andata.

    La privatizzazione
    È il 1997 – Governo Prodi – e l’Italia si prepara a entrare in Europa. I conti devono essere in ordine ma le risorse non si trovano. Non basta neppure l’eurotassa e così, contro la propria volontà, la politica è costretta a mettere in campo un piano di privatizzazioni che comprende anche Telecom Italia. Sarebbe l’occasione per passare da un monopolio a un mercato competitivo, come raccomanda l’Europa, ma i politici preferiscono affidarsi ai vecchi amici.

    La vendita di un terzo dell’azienda frutta l’equivalente di circa 12 miliardi di euro. Un prezzo che, in valori correnti, ammonta a 7,83 euro per azione (10.908 lire dell’ottobre 1997). Oggi, per dare un’idea, un’azione vale intorno ai 60 centesimi. E neppure l’intera società, come ricorda Alessandro Penati, vale più la cifra pagata allora: d’altra parte “l’interesse dei nuovi azionisti privati era solo di incassare il dividendo della rendita monopolistica”.
    Come amministratore delegato viene nominato Franco Bernabé, che arriva dall’ENI; il Presidente è Guido Rossi: avvocato, professore di diritto ed ex senatore eletto con l’allora Partito Comunista (1987-1992).

  3. Guido Rossi, più volte Presidente di Telecom Italia (credits: La Repubblica)
  4. Capitani coraggiosi
    Gli affari però non vanno bene, e nel febbraio 1999 Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti lanciano un’offerta di acquisto tramite la Olivetti. I due ne acquistano il controllo pochi mesi più avanti ma soltanto due anni dopo, nel 2001, si torna al punto di partenza. I conti continuano a peggiorare, e a farsi avanti è Marco Tronchetti Provera insieme al gruppo Benetton. Il manager milanese ne diventa così Presidente.
    Nel 2006 Telecom si fonde con TIM, aumentando nel frattempo il proprio debito da 29 a 44 miliardi di euro.
    Nell’ottobre 2007 viene creata una nuova società (la Telco), che diventa di fatto il nuovo controllore della Telecom. Torna la vecchia guardia: Rossi sostituisce Tronchetti Provera alla Presidenza, mentre Bernabé viene nominato di nuovo amministratore delegato. Anche la spagnola Telefonica entra, per la prima volta, nell’affare.
  5. Franco Bernabè, più volte amministratore delegato di Telecom Italia (credits:Wikimedia)
  6. Piccoli Grilli crescono
    L’affare Telecom è anche un trampolino di lancio per Beppe Grillo. Nell’aprile 2007 il genovese interviene all’assemblea degli azionisti Telecom lanciando parole di fuoco contro il Consiglio di Amministrazione. È uno degli atti che lo trasformano da comico in politico.
  7. Beppe Grillo alla telecom – diretta sky tg24
  8. “Fate come Napoleone a Waterloo
    Come succede spesso è un problema di classe dirigente, e non solo ai piani alti. Un’azienda che non si preoccupa (né ha bisogno) di competere sul mercato non può premiare il talento né il merito. E infatti, come racconta La Repubblica, i compensi dei manager restano alti, altissimi, del tutto slegati dai (non) risultati dell’azienda.

    La competenza dunque non è di casa. Ma a quanto pare neppure elementari cognizioni di storia. In un discorso del 2008 – diventato virale sul web – il direttore generale Luca Luciani sale in cattedra per dare una personale lezione ai presenti, invitandoli a ispirarsi alle imprese di Napoleone che, a suo dire, a Waterloo “fece il suo capolavoro”.

  9. La storia secondo Luca Luciani
  10. Di debiti e spie
    Che Telecom non sia soltanto un’azienda ma una risorsa strategica per i giochi di potere italiani lo mostra anche lo Scandalo Telecom-Sismi. Nel 2006 alcuni dipendenti della società vengono accusati di aver effettuato intercettazioni illegali, costruendo dossier nei confronti di persone “d’interesse”. Fra essi anche giornalisti come Massimo Mucchetti del Corriere della Sera, che aveva lavorato a inchieste sulla privatizzazione dell’azienda, oltre a personalità di politica, cultura e spettacolo.
    Fra i soggetti coinvolti anche Giuliano Tavaroli, ex direttore della security del gruppo Telecom Italia, che in seguito patteggia una pena a 4 anni e due mesi di reclusione.
  11. Tavaroli a PresaDiretta
  12. Cambi di proprietà, dividendi consegnati al di là dei profitti effettivi, gestioni politiche invece che aziendali, intrighi: i 15 anni di gestione italiana si sintetizzano bene nel grafico che segue. C’è poco da lamentarsi se gli spagnoli possono comprare Telecom per un tozzo di pane: il companatico ormai è finito. Forse l’unica cosa sensata è sperare che facciano meglio dei tanto celebrati campioni italiani.

    Peccato che il nuovo padrone, la spagnola Téléfonica, mostri anch’essa un calo di ricavi e profitti.

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