Fascismo e berlusconismo


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Silvio Berlusconi non è il nuovo Benito Mussolini. Ma ciò non deve rassicurare. Del fascismo il berlusconismo è l’equivalente funzionale e postmoderno, fondato sulla ‘legalizzazione’ del privilegio e sul dominio dell’immagine. I suoi modelli sono il Mackie Messer di Bertolt Brecht e il Grande Fratello di George Orwell.

di Paolo Flores d’Arcais, da MicroMega 1/2011 – Il saggio è stato pubblicato in francese su “le Débat” [pdf], in inglese su “New Left Review” [pdf], in spagnolo su “Claves de razon practica” [pdf], in tedesco su “Cicero” [pdf]

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L’Italia di Berlusconi non è il fascismo. La dittatura proprietaria del cavalier Berlusconi non è la dittatura politica del cavalier Mussolini.
Il fascismo è stato innanzitutto violenza squadristica. Bande armate che davano alle fiamme le sedi del sindacato, dei partiti di sinistra e delle “case del popolo”, che aggredivano singole personalità (anche cattoliche riformiste), bastonandole a sangue e costringendole a bere olio di ricino, per aggiungere alla violenza l’umiliazione. Piero Gobetti, giovane scrittore-editore liberale, che dialoga con il Gramsci teorico dei “consigli di fabbrica”, morirà proprio in seguito alle percosse.
Il fascismo è stato essenzialmente violenza, è indisgiungibile dalla violenza, è stato conquista violenta del potere, in esplicita eversione delle leggi. Violenza ed eversione – sia chiaro – che si potevano facilmente fermare, se la gran parte delle forze politiche e istituzionali “moderate” avesse considerato la legalità un valore superiore al profitto e al privilegio. La violenza fascista ha invece trovato zelante manforte nella complicità di settori cruciali dello Stato, e nell’acquiescenza di tutti gli altri: dal Re all’esercito, dal capo del governo Luigi Facta all’ex premier liberale Giovanni Giolitti, fino a Benedetto Croce. Convinti, gli ultimi due, di poter utilizzare il fascismo contro “i rossi” e poi “licenziarlo”, quando avesse concluso il lavoro sporco. Colpevole illusione dei liberali a metà.

Una volta al governo, Mussolini ha trasformato rapidamente il potere esecutivo in potere tout court, e grazie a opposizioni spesso corrive o deboli, sempre divise, e a “portatori d’acqua” del mondo cattolico e liberale, ha ottenuto la consacrazione del consenso elettorale. A quel punto non ha conosciuto freni: ha sciolto gli altri partiti, ha abrogato la libertà di stampa, ha fatto assassinare il capo dell’opposizione, Giacomo Matteotti. Ha creato un sistema di spionaggio dichiaratamente fascista, ha introdotto nuovi reati politici, criminalizzando ogni forma di dissenso, e poiché i magistrati ordinari non li applicavano con la severità auspicata dal regime, ha creato un “Tribunale speciale” per comminare anni di galera o di “confino” .
Ma la dittatura fascista non si è limitata alla violenza, alla repressione di ogni forma di dissenso anche solo potenziale. Non si è accontentata della distruzione di partiti, sindacati, libera stampa. Ha preteso di integrare organicamente tutti gli italiani nel regime, di rendere obbligatoria e inevitabile la loro partecipazione e collaborazione, l’identificazione tra l’essere fascista e l’essere italiano. Dalla culla alla tomba.

In primo luogo attraverso un sistema capillare di spionaggio reciproco: in ogni edificio un “capo-caseggiato” di provata fede fascista, che tiene informata la polizia segreta fascista di qualsiasi sospetto o anche solo mormorio, di qualsiasi barzelletta contro il regime. Ma fin qui saremmo ancora alla repressione. E’ invece tutta la vita che viene irreggimentata, fascistizzata. Si comincia da bambini. Tra i quattro e i sei anni si diventa “Figli della Lupa” (“Figlie della Lupa”, le bambine) . A nove anni i maschi diventano “Balilla” e le femmine “Piccole italiane”, a quattordici rispettivamente “Avanguardisti” e “Giovani italiane”. Tra i diciotto e i ventidue anni si viene inquadrati nei “Fasci giovanili di combattimento” (nelle “Giovani fasciste” per le ragazze) e nella “Gioventù italiana del Littorio”. Nel frattempo venivano sciolti i “boy scout”.

Per chi arriva alle scuole superiori e all’università l’inquadramento è nei “Gruppi universitari fascisti”, che hanno a partire dal 1934 anche una gara culturale annuale, i “Littoriali”, i cui vincitori possono fregiarsi del monogramma in oro “M” sulla giacca (sta per “Mussolini”). In tutte le fasce di età l’educazione è anche paramilitare, ovviamente: si comincia con i fucili giocattolo per i figli della Lupa, e si finisce con le esercitazioni degli studenti all’insegna di “libro e moschetto, fascista perfetto”.
Ma oltre alla “educazione” (cioè indottrinamento fascista) della gioventù, c’è l’intera vita adulta in cui tutti i servizi sociali di un welfare embrionale vengono erogati solo attraverso l’adesione attiva al fascismo. Così l’ “Opera nazionale maternità e infanzia”, che fornisce alle madri assistenza sanitaria pre- e post-parto, e profilassi e cura della tubercolosi infantile, così l’ “Opera nazionale combattenti e reduci”, che organizza l’assistenza sociale ai militari della grande guerra (l’interventismo prima e la “vittoria mutilata” poi erano stati i veicoli per l’ascesa politica dell’ex socialista Mussolini), e l’ “Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale” (assicurazione contro la disoccupazione, assegni familiari, integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o ad orario ridotto), e l’ “Opera nazionale dopolavoro”, che, con le parole del regime, “cura l’elevazione morale e fisica del popolo, attraverso lo sport, l’escursionismo, il turismo, l’educazione artistica, la cultura popolare”. Aggiungiamo le colonie estive per bambini e ragazzi. E per la “donna fascista” i corsi di pronto soccorso, igiene ed economia domestica.

Questo per il “tempo libero”. Per il tempo delle attività economiche, ogni lavoratore e ogni imprenditore è inquadrato nelle corporazioni e nei sindacati di regime. In sostanza non c’è momento o aspetto della giornata ch si sottragga alla coscrizione etico-politica del regime. Il cui ideale è la fascistizzazione dell’esistenza. Più che mai questa volontà totalitaria si esercita nei confronti della cultura. Viene smantellata la secolare autonomia delle università: tutti i docenti sono chiamati ad un giuramento di fedeltà al fascismo. Si piegheranno tutti, tranne dodici (o quattordici, secondo altri calcoli) su 1250. Un discorso a parte merita il cinema, a cui il regime darà enorme impulso, nella consapevolezza delle sue potenzialità di suggestione. Strettamente fascisti sono i cinegiornali, che precedono la proiezione di ogni film. Di scarso successo i film esplicitamente propagandistici, mentre i due filoni che attirano il grande pubblico sono i kolossal sull’antica Roma (che intendono suggerire un’analogia con l’impero fascista) e i “telefoni bianchi”, storie intimistiche della buona borghesia che “distraggano” dai problemi della vita reale.

Il fascismo, insomma, vuole saturare della sua presenza tutti gli ambiti dell’esistenza perché vuole creare un nuovo tipo di essere umano. Il fascismo ha infatti una sua dottrina e anche un suo filosofo ufficiale, Giovanni Gentile. Una sua “concezione del mondo” fondata su “virtù” retoriche e sulla retorica di indecenti prevaricazioni (fino alle leggi razziali). E vuole modellare ogni individuo secondo tale dottrina, alternando la violenza e il coinvolgimento attraverso servizi sociali o indottrinamento (il bastone e la carota, come scriverà Mussolini stesso).

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Nulla o quasi di tutto questo nell’Italia di Berlusconi, almeno fin qui. Nessuna violenza quadristica, in primo luogo. E la differenza tra l’obbedienza e il consenso ottenuti attraverso la violenza fisica o raggiunti attraverso la manipolazione mediatica resta essenziale, soprattutto per chi la subisce, a dispetto di troppa ideologia francofortese e postmoderna che tende a vanificarla nell’astratta categoria del “dominio”.

Esiste una pluralità di partiti, di testate giornalistiche, di organizzazioni sindacali. A scadenze regolari viene eletto un parlamento a suffragio segreto. L’autonomia dell’università è riconosciuta, i magistrati vengono nominati per concorso e sono “soggetti solo alla legge”, indipendenti dall’esecutivo. Insomma, la Costituzione ufficialmente vigente è ancora quella repubblicana approvata nel 1948 e nata dalla Resistenza antifascista. Una descrizione semplicemente formale delle istituzioni non lascia trapelare nulla che differenzi l’Italia del potere di Berlusconi dallo standard internazionale di una liberaldemocrazia.

Ma è noto che le descrizioni convenzionali possono essere ingannevoli. Sulla carta, la costituzione staliniana dell’Urss del 1936 era la più democratica che si fosse mai vista sull’intero orbe terracqueo. E senza arrivare a questo abisso di “scarto” tra forma e realtà, la politologia di ogni tendenza sa che la parola pluripartitismo può esprimere (o nascondere) le realtà più diverse, poiché fondamentali sono le condizioni di sfondo nelle quali il voto si svolge, quelli che vengono definiti i presupposti materiali o socio-culturali della democrazia. In un paese dominato dal narcotraffico e dal controllo violento delle sue bande sul territorio, non c’è voto formalmente segreto che garantisca davvero la libera scelta del cittadino. Libera scelta che, per potersi esercitare, implica anche un livello minimo di informazioni vere, sui fatti e sui candidati. Il principio “una testa, un voto” stabilisce la tecnica per l’esercizio dell’autonomia di ciascuno, ma sono necessari contesti preliminari di legalità e sicurezza, diritti politici eguali, informazione, senza le quali il voto libero tende asintoticamente verso la chimera.

Diamo perciò uno sguardo alla costituzione materiale effettivamente vigente nell’Italia dominata da Berlusconi. Cominciamo dall’informazione. Dai due indicatori fondamentali, l’imparzialità (aderenza ai fatti) e la pluralità (canali tv e radio, agenzie giornalistiche, testate della carta stampata, e – da non dimenticare mai – concessionarie pubblicitarie). In Italia circa il 90% della popolazione si informa esclusivamente attraverso i canali tv. Ora, se si toglie una piccolo rete (“La7”, audience media del 2-3% ), Berlusconi controlla totalmente l’informazione televisiva. I sei canali nazionali sono per metà (quelli “commerciali”) direttamente di sua proprietà, e per l’altra metà (quelli “pubblici”) indirettamente, controllati dalla maggioranza di governo che impone uomini e programmi. E infatti, su decine di telegiornali e trasmissioni di approfondimento o discussione, sono rimasti due soli programmi dove i fatti scomodi per il governo trovano ancora spazio (uno di questi, che Berlusconi ha “ordinato” di chiudere, va in onda solo grazie a una sentenza della magistratura). Per il resto è il silenzio. Il “giornalismo” tv non si limita più a manipolare ed edulcorare i fatti. Li abroga, direttamente e semplicemente, tutte le volte che possono mettere Berlusconi in cattiva luce. Il suo braccio destro, senatore Dell’Utri, è stato condannato per mafia anche in appello, a molti anni di carcere, ma il principale telegiornale ha annunciato la sua assoluzione (perché per le imputazioni degli anni più recenti non è stato condannato).

La situazione è diversa per la carta stampata, ma solo il 10% degli italiani legge un quotidiano (comprendendo in questa cifra quelli sportivi). I giornali parlano ormai solo ad una ristretta elite. E anche nella carta stampata Berlusconi possiede o controlla numerose testate, la più importante casa editrice (Mondadori), e ha già tentato di conquistare il più importante quotidiano (“Il Corriere della sera”) e si prepara a tentare di nuovo, dopo aver inserito amici fidati nel nucleo degli azionisti più forti.

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Dall’informazione alla giustizia. Se possibile, ancora più gravi le lesioni che il regime di Berlusconi ha già inflitto alla “legge eguale per tutti”. Che in Italia è una (parziale) conquista recentissima. Anche dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, la giustizia è restata fortemente di “classe”: impunità pressocchè assoluta per tutti i settori dell’establishment, rigore e durezza per il delinquente “senza santi in paradiso”. E soprattutto, ha continuato a funzionare il principio reso celebre dal cinismo di Giovanni Giolitti all’inizio del secolo XIX, “per gli amici la legge si interpreta, per i nemici si applica”.

Le cose cominceranno a cambiare solo negli anni settanta, per un convergere di motivi che qui è impossibile affrontare (ma a cui non è estranea l’ “onda lunga” del movimento egualitario del sessantotto). Alcuni pretori (definiti subito polemicamente “pretori d’assalto” dal giornalismo conservatore) cominciano a indagare su scandali che vedono coinvolti in rapporti di corruzione grandi gruppi industriali e personalità di governo. Ma in genere le indagini vengono poi trasferite a Roma (tecnicamente: avocate), dove la procura è chiamata “il porto delle nebbie” proprio per la sistematicità con cui insabbia i procedimenti. Però negli anni ottanta sono sempre più numerosi i magistrati che non temono di indagare i potenti, fino alla famosa inchiesta “mani pulite” del 1992. Nasce da un caso di piccola corruzione (ma odiosa: riguarda l’ospizio per i vecchi di Milano, una istituzione “fiore all’occhiello” della città che risaliva al 1771), finirà per coinvolgere l’intero sistema politico e tutti i maggiori imprenditori italiani.

E’ il momento in cui l’amministrazione della giustizia si avvicina di più al dettato costituzionale: le legge eguale per tutti, l’azione penale obbligatoria, l’indipendenza della magistratura soggetta soltanto alla legge.
Berlusconi sta distruggendo tutto questo. Sistematicamente. E molto spesso con la complicità, e comunque l’acquiescenza, dell’opposizione ex-comunista. Sul piano del codice penale ha fatto approvare un numero altissimo di leggi “ad personam”, che hanno depenalizzato i reati per i quali era stato condannato in primo grado o rischiava di esserlo in futuro (lui o i suoi amici, ovviamente) . Scomparso il reato diventa automatica l’assoluzione. In questo modo praticamente tutti i crimini tipici dei “colletti bianchi” non sono più perseguibili. Un solo esempio, clamoroso: la depenalizzazione di fatto del “falso in bilancio” avviene negli stessi giorni in cui Bush – Bush, non un bolscevico! – sull’onda dell’indignazione popolare per alcuni scandali finanziari, aumenta la pena per quel reato a ben oltre venti anni di carcere.

Alle depenalizzazioni si accompagnano leggi procedurali che hanno reso sempre più facili le scappatoie per gli imputati (abbreviazione dei tempi di prescrizione, difficoltà per le rogatorie internazionali, ecc.) e una politica “materiale” della giustizia che rende il lavoro dei magistrati improbo per mancanza di risorse tecniche e di personale amministrativo. In tal modo, con un buon avvocato, il processo di un personaggio “eccellente” finisce quasi sempre “fuori tempo massimo” e il criminale rimane in-censurato.

A tutto questo si aggiunge l’intimidazione istituzionale e l’aggressione mediatica contro i magistrati che continuano a fare il loro lavoro. Per farne una cronaca anche sommaria ci vorrebbe un libro. In alcuni casi si è trattato di avvertimenti in vero e proprio stile mafioso. Sempre, comunque, di linciaggio mediatico di grande efficacia, che convince la parte più disinformata della popolazione che Berlusconi è vittima di una persecuzione delle “toghe rosse” (molti dei suoi “inquisitori” appartengono invece alle correnti più moderate della magistratura!). Aggiungiamo lo stillicidio di poliziotti trasferiti perché troppo bravi nel fare indagini sgradite al potere (un numero impressionante di casi, anche se ciascuno, preso a sé, non fa notizia). E aggiungiamo l’impunità che il governo garantisce (anche qui con la collaborazione del centro-sinistra) ai responsabili di una vera e propria centrale di controlli illegali, legata a settori deviati dei servizi segreti. Centrale che “attenzionava” (in spregio alla grammatica come alla legge: insomma spiava) numerosi magistrati, giornalisti, intellettuali e imprenditori considerati “nemici” dal potere berlusconiano (chi scrive ha avuto l’onore di trovare il suo nome in quelle liste). Appare miracoloso come, in questa atmosfera di delegittimazione che dura ormai da quasi vent’anni, siano ancora tanti i magistrati che, tra difficoltà crescenti, continuino a lavorare senza considerare intoccabili i potenti.

Le cose non vanno meglio nell’ambito della scuola e della cultura. Qui la distruzione dell’autonomia critica non avviene attraverso l’indottrinamento di una ideologia totalitaria, ma realizzando un clima di “pensiero unico” che appiattisce nella melassa del conformismo e della spettacolarizzazione commerciale quello che ormai è solo “consumo” culturale. Del resto la gestione del “patrimonio culturale”, che insieme a quello naturalistico è la principale ricchezza del paese, è stato sottratto agli specialisti (archeologi, restauratori, storici dell’arte) e la direzione dei musei affidato ad esempio ad un ex manager McDonalds. La scienza viene bistrattata attraverso fondi per la ricerca ridicoli, nomine umilianti (il vicepresidente del “Consiglio nazionale per la ricerca” è un fondamentalista cattolico che rifiuta il darwinismo e le cronologie standard: crede che dinosauri e homo sapiens convivessero qualche decina di migliaia di anni fa ), e trasmissioni televisive tutte improntate al mistero e alla “oggettività” dei miracoli (padre Pio, madonne che piangono sangue, e altre superstizioni). La scuola pubblica è mandata in rovina, il numero dei professori ridotto per tutte le materie tranne la religione (i cui insegnanti sono pagati dallo Stato ma scelti dai vescovi).

Il principio della laicità dello Stato, già calpestato dal Concordato fascista e dall’articolo 7 della Costituzione che, grazie a Togliatti, lo confermò, viene ulteriormente e quotidianamente umiliato. Il clima mediatico è di perenne ossequio al Vaticano, la legislazione tenta di trasformare in reato ciò che per la Chiesa gerarchica è peccato: è già stata approvata da una delle due camere la legge sul fine-vita che annulla il valore del testamento biologico e rende coatta l’alimentazione e l’idratazione artificiali. In numerosi ospedali alle donne è tolto di fatto il diritto di abortire, grazie al dilagare della “obiezione di coscienza” tra medici e infermieri, fomentata dalle autorità politiche. Una perquisizione come quella operata in Belgio nei confronti della Conferenza episcopale in Italia è pura fantascienza. Gli affari tra Curia e poteri, invece (anche ai limiti della legge, e oltre), una realtà quotidiana.

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Dove il regime celebra la sua hybris è però nella corruzione e nella menzogna. Calcoli ufficiali della Corte dei conti quantificano il costo della corruzione in 60-70 miliardi di euro, danno che però si moltiplica con una miriade di effetti collaterali (opere pubbliche necessarie non realizzate, opere inutili fermate a metà, nomine di incapaci – ma fedeli al corrotto – in tutti i settori, compresa la sanità: un mare di inefficienza e spreco, oltre che di ruberia). Il parlamento ha un tasso di delinquenza superiore statisticamente a quello di una periferia malfamata: una ventina di condannati in via definitiva (primo grado, appello, Cassazione), un numero altissimo di indagati o sotto processo . Al governo, un ministro nominato proprio per sottrarlo a un processo, già condannato ai tempi di “mani pulite” (si è dovuto dimettere solo per la sollevazione dell’opinione pubblica, anche di destra), un sottosegretario con richiesta di arresto per camorra, la scoperta di una vera e propria “cricca” (così in una intercettazione tra due indagati) per la spartizione di ogni genere di appalti. Ogni occasione è buona, i mondiali di nuoto come il terremoto che colpisce l’Aquila o l’Expo del 2015 a Milano. Ma nell’entourage berlusconiano vi è stata anche la corruzione di magistrati, e prima di una sentenza due giudici della Corte Costituzionale che vanno a pranzo con Berlusconi!

Sotto il profilo storico e giornalistico è ormai assodato che la nascita di “Forza Italia” avviene sullo sfondo di una trattativa tra pezzi di apparati dello Stato e cupola mafiosa. Sotto il profilo giudiziario vi sono sentenze che sposano apertamente tale ipotesi ma in mancanza della prova “al di là di ogni ragionevole dubbio” non comminano condanne. A parte la conferma anche nella sentenza di appello del concorso in associazione mafiosa per il senatore Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi e all’origine della nascita di Forza Italia grazie alla rete della società di pubblicità Publitalia, si accumulano in modo crescente indizi giganteschi sulle ragioni dell’assassinio di Borsellino. Del resto, ben tre procure stanno indagando sui “misteri” di quel biennio decisivo: 1992 con l’assassinio di Falcone e Borsellino e le loro scorte, 1993, con gli attentati-strage al patrimonio artistico di Roma e Firenze (e strage mancata – in extremis – allo stadio Olimpico). Il carattere malavitoso dell’entourage di Berlusconi supera ormai di gran lunga la fantasia di Bertolt Brecht con il suo Mackie Messer.

Se rispetto al crimine e alla moralità il modello letterario è Brecht, rispetto alla comunicazione come manipolazione è Orwell. Il sistema televisivo berlusconiano ha realizzato l’incubo della “neolingua”, lo strumento con cui il Grande Fratello di “1984” riusciva a impedire alle masse di pensare. Le parole vengono piegate, grazie alla potenza di fuoco della televisione, a significare l’opposto di quanto dovrebbero. Ormai è diventato senso comune che i magistrati che incriminano Berlusconi e i suoi amici siano “magistrati politicizzati” (è vero esattamente il contrario). Che un monopolio televisivo sia l’apoteosi del “libero mercato”. Che chiedere il rispetto della Costituzione equivalga a fomentare odio (nella lotta politica italiana, chiusa la stagione del terrorismo, dominava un fair play quasi anglosassone. E’ Berlusconi che lo rompe, criminalizzando i suoi avversari e utilizzando un linguaggio a metà fra il trivio e la guerra di religione). Che in Italia non ci sia crisi economica. Che le tasse siano diminuite. Che se aumentano è per colpa dell’euro e dei precedenti governi di sinistra. Che i media (compresi i suoi!) siano dominati dai “poteri forti” e dal giornalismo di opposizione, che quegli stessi “poteri forti”, in combutta con la Corte costituzionale, violino il diritto della maggioranza a governare (inteso come il diritto a “fare quello che ci pare”). Si potrebbe continuare fino alle calende greche.

Berlusconi è l’incarnazione del Grande Fratello non solo nell’accezione orwelliana, anche in quella dell’omonimo format televisivo. Quanto al primo, abbiamo visto che del modello “1984” non realizza solo la neolingua, imita anche le pretese allucinanti del “Ministero dell’amore”. Non si tratta di una forzatura polemica: Berlusconi ha battezzato come “partito dell’amore” la sua organizzazione bollando come “partito dell’odio” il centrosinistra (più i magistrati e il giornalismo libero). E su questa invenzione manichea ha scatenato una vera e propria ondata di fanatismo, con rituali di entusiasmo e devozione degni di Ceausescu : slogan e canzoni e altri cachinni ogni volta che compare tra i suoi sostenitori. L’inno del suo partito, del resto, si intitola con frugale modestia “Meno male che Silvio c’è!”.

Del Grande Fratello nel senso del format televisivo realizza invece l’apoteosi dell’illusione spacciata per realtà, cioè di una presunta “realtà” in presa diretta che in verità realizza il copione dei sogni stabiliti dal regime, malgrado al di là delle scenografie posticce vi siano solo macerie. E’ quanto accaduto ad esempio per la “ricostruzione” dopo il terremoto dell’Aquila.

In questa contraffazione della democrazia è ovvio che la controversia politica perda ogni ormeggio residuo nella argomentazione razionale. Non esistono più i “fatti” ma nessuno è tenuto più nemmeno ai vincoli della logica. Si può smentire oggi quello che si è affermato ieri, e si può sostenere nel corso dello stesso talk show un’opinione e l’opinione contraria, un’opinione e l’opposto delle conseguenze che logicamente ne discendono. Conta la capacità di ululare interrompendo l’avversario, l’istrionismo dell’atteggiamento, la sfrontatezza nel mentire, l’arroganza della “bella presenza” e della volgarità dell’insulto piazzato nel momento giusto. Diventa “virtù” l’intera panoplia delle fallacie semantiche e pragmatiche stigmatizzate nei trattati di retorica.
Il non-ragionamento diventa una seconda natura per il politico ma anche per l’elettore. Quest’ultimo, anzi, nel disprezzo del politico per i fatti e la logica subisce il fascino della “volontà di potenza”. Disprezzo che, acclamato anziché smascherato, tracima in “delirio di onnipotenza” per il politico, voluttà di sottomissione per l’ex-cittadino.

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Il regime di Berlusconi non è il fascismo, dunque. Ma è certamente una forma, nuova e inedita, di distruzione delle istituzioni liberal-democratiche e dell’ethos pubblico minimo che le sorregge. Sia chiaro, qui stiamo trascurando del tutto la sua politica economica e sociale, la crescita esponenziale della diseguaglianza, la devastazione del welfare, la polarizzazione della ricchezza, perché sono fenomeni che stanno insidiando e logorando tutte le democrazie d’occidente. Qui ci occupiamo solo dell’aspetto liberale delle democrazie moderne, nei tratti che dovrebbero essere irrinunciabili – sia per le destre che per le sinistre.

Berlusconi sta svuotando una delle migliori costituzioni liberaldemocratiche del mondo, sostituendo un sistema di controlli di legittimità, di balance des pouvoirs, di diritti inalienabili dei singoli, con la volontà dispotica di chi, ottenuta una maggioranza elettorale, è con ciò “Unto del Signore”. Ma la maggioranza come principio che tutto autorizza, illimitatamente, è un principio giacobino. L’opposto della liberaldemocrazia, del “governo limitato” di cui parlano Jefferson e Madison. Volendo dare nobiltà storica a un regime di puro affarismo, potremmo perciò definire quello di Berlusconi il giacobinismo dei ricchi, giacobinismo reazionario, giacobinismo vandeano.

Andando all’essenziale: Berlusconi non vuol ridurre la democrazia a plebiscito, bensì a sondaggio, dove ogni “cittadino” è isolato e privo di qualsiasi strumento culturale e sociale per la propria effettiva autonomia, inerme di fronte a un potere mediatico-affabulatorio-clientelare privo di contrappesi, e all’ “Uomo della provvidenza” che lo incarna. Per Berlusconi la vita pubblica è solo una grande arena per pubblicitari e imbonitori, un gigantesco suk. O se si preferisce, Berlusconi concepisce lo Stato a misura di azienda, la democrazia come una (sua) ditta, dove non ci sono cittadini ma dipendenti e/o consumatori, un azionista di riferimento e alcuni azionisti di minoranza, e dove le decisioni dell’Amministratore Delegato non possono essere intralciate o ritardate. Ecco perché alla sua mentalità di tycoon (che però tale è diventato grazie all’appoggio politico di Bettino Craxi, non dimentichiamolo!) risulta davvero incomprensibile e irragionevole la divisione dei poteri, il governo limitato, gli insormontabili vincoli costituzionali. Quello di Berlusconi non è fascismo, ma solo perché sta in realtà realizzando una versione postmoderna dello Stato patrimoniale di “ancient régime”.

Ora, però, il regime di Berlusconi sta varcando la soglia che divide lo svuotamento della costituzione dal suo sovvertimento vero e proprio. Mentre scrivo Da mesi è in atto uno scontro durissimo nel paese intorno a leggi che costituirebbero un primo tassello di fascismo vero e proprio. Una di esse, che sottrarrebbe agli inquirenti lo strumento delle intercettazioni (proposte da un magistrato e autorizzate da un secondo, sia chiaro) per quasi tutti i reati , e che condannerebbe i giornalisti a un mese di carcere, e gli editori a multe stratosferiche (quasi mezzo milione di euro) per ciascuna pubblicazione delle poche intercettazioni ancora ammesse (in sostanza, mani legate ai magistrati e bavaglio più manette ai giornalisti: impunità e silenzio) è stata ritirata solo dopo mesi di mobilitazione popolare e per la certezza che il Presidente della Repubblica non l’avrebbe contro-firmata . Ma Berlusconi, ottenuta la fiducia a dicembre, è più che mai intenzionato a farla approvare. Anzi, ha predisposto una legge di riforma costituzionale che stravolge completamente il sistema giudiziario, nella direzione di una vera e propria abrogazione dell’indipendenza della magistratura rispetto al potere governativo.

Che il berlusconismo non sia (ancora) fascismo non deve perciò tranquillizzare. Il fascismo non è l’unico modo di seppellire la convivenza democratica, è il modo storicamente determinato in cui ciò è avvenuto in Europa a partire dall’inizio degli anni ’20. Altri ce ne possono essere, e ce ne saranno, nel male la storia è sempre generosa di inventiva. La via berlusconiana è già una forma inedita di distruzione della democrazia. C’è solo da chiedersi se, sotto di essa, l’Italia non costituisca di nuovo, a meno di un secolo di distanza, un laboratorio d’avanguardia di un processo degenerativo che potrebbe nuovamente contagiare l’Europa.

Marx, correggendo Hegel, sosteneva che i fatti e i personaggi della storia si presentano bensì due volte, ma la prima come tragedia e la seconda come farsa. Eppure sarebbe stato smentito immediatamente, visto che la “farsa” di Napoleone “il piccolo” porterà la Francia alla tragedia della guerra e della sconfitta con la Prussia, e la borghesia francese alla sanguinosa e sanguinaria repressione della Comune di Parigi, sacrosanta reazione popolare a quella sconfitta.
Perciò l’Europa farà bene a non cullarsi – con l’imbellettato “Mussolini il piccolo” di Arcore – nel minimalismo rassicurante e illusorio. Da anni, quando parla di Berlusconi, l’Europa si concentra principalmente sul carattere cialtronesco del personaggio, sul suo comportamento cabarettistico nei vertici internazionali, sul ridicolo dei capelli trapiantati e della faccia rifatta, sulle vanterie immaginarie di un Casanova da strapazzo, sulla banalità e volgarità di barzellette stantie che fanno ridere solo chi le racconta. Poiché il personaggio non è serio, l’Europa ha pensato di non dover prendere sul serio la distruzione democratica che tra un frizzo e un lazzo il “pagliaccio dell’Europa”, come lo definiva l’Express in copertina nel luglio del 2009 , sta realizzando. Ma quando in una democrazia europea un personaggio farsesco può accumulare un potere smisurato, la burla è già diventata sciagura. E non solo per il popolo che la subisce, che comunque è colpevole, ma anche per il resto dell’Europa che irresponsabilmente si limita al motteggio e all’ironia, anziché assumere le misure improcrastinabili per debellare il virus dell’antidemocrazia che potrebbe contagiarla.

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Dove l’Europa ha ragione è nel chiedere a noi italiani spiegazioni sull’enigma del consenso a Berlusconi. Perché la sua dichiarata guerra contro la Costituzione repubblicana trova consensi? Cosa spinge metà degli italiani a questa voluttà di “servitù volontaria”? In realtà non c’è alcun mistero. Le spiegazioni sono semplici, ma proprio per questo spesso rifiutate. Andiamo con ordine, cominciando dagli interessi “strutturali” che l’antidemocrazia di Berlusconi protegge e favorisce.
Berlusconi si proclama banditore di tutte le libertà. Ma poi semina a piene mani (anzi a pieno video) il disprezzo per tutte le minoranze, sessuali, etniche o politiche che siano. E quando l’insulto proviene dall’apice del potere esecutivo è più di una minaccia, perché qualcuno lo interpreterà come “via libera” alle “vie di fatto” (non è un caso che il moltiplicarsi di aggressioni agli omosessuali stia diventando endemica). Berlusconi in realtà odia le libertà liberali, che tutelano le minoranze, fino a quella minoranza estrema che è ciascun individuo, il singolo dissidente. Berlusconi è paladino esclusivamente della “libertà mannara” , nella quale solo “i più” hanno diritto di essere tutelati, perché i più forti. Con l’inevitabile passo successivo, anzi simultaneo: la libertà esclusivamente di chi “ha di più”. L’unica libertà che Berlusconi conosce è quella degli spiriti animali del capitalismo senza regole. La libertà proprietaria come libertà cannibale, homo homini lupus.

Poiché in tutti i paesi europei esiste una certa corruzione da parte dei politici di governo, molti pensano che il caso italiano consista solo in un tasso di ruberia un poco più alto. Errore blu. La grassazione delle “cricche” di governo è gigantesca, smodata, sistematica, onnipervasiva, e talmente sicura dell’impunità da esibirsi con spudorata arroganza. Non è un caso se un chilometro di autostrada o di metropolitana o di “alta velocità” costa due o tre o cinque volte più che in Francia o in Germania o in Spagna. Nell’Italia di oggi la definizione di Marx ed Engels nel “Manifesto del partito comunista”, secondo cui lo Stato è il comitato d’affari della borghesia, non corrisponde al vero solo perché il governo è il comitato d’affari del malaffare, la criminalità che si è fatta Stato.

Questa licenza selvaggia per la dismisura del privilegio ottiene il consenso popolare innanzitutto attraverso la diffusione di massa del privi-legio-illegalità-impunità. I condoni edilizi e le sanatorie fiscali sulle tasse non pagate, ad esempio. Gli effetti sono devastanti per le successive generazioni, ma intanto legioni di persone sono stati cooptate nell’interesse immediato della violazione delle leggi. Un vero baccanale di questa “libertà mannara” è stata la legge sul rientro dei capitali, che ha ridotto al 5% la tassa su profitti non dichiarati che sarebbe stata fino a dieci volte più alta, e ha garantito assoluto anonimato e impossibilità di indagini sull’origine di quei capitali, realizzando un vero e proprio riciclaggio di Stato. Quanto ai ripetuti condoni edilizi, distruggono quel che resta di una delle ricchezze storiche dell’Italia, la bellezza naturale dei suoi paesaggi.

Il principio dell’impunità per i potenti viene insomma reso popolare dal miraggio di una fruizione omertosa di massa. Con quali effetti sull’ethos pubblico è facilmente immaginabile. In realtà il privilegio dell’illegalità impunita non è come “i pani e i pesci”: la moltiplicazione conosce dei limiti, se non si vuole finire come in Grecia sull’orlo del “default”, e anzi precipitarvi. Al bengodi della illegalità di massa, che per sua natura resterà diffuso in modo abissalmente asimmetrico, si accompagna perciò la demagogia del sogno e del nemico, potenziata a dismisura dalla televisione. La befana permanente delle promesse. Non possiamo neppure provare a farne l’elenco, tanto è quotidiana la fantasia degli “effetti annuncio”. Una vera e propria “vie en rose” dai risultati ipnotici per l’agorà catodica di casalinghe e pensionati che vivono nella tv.

A cui si accompagna l’enumerazione dei nemici quali “untori” che impediscono lo sbocciare di detta “rose”. Li battezza “comunisti”, benché il comunismo sia estinto da oltre una generazione, e per chi ha meno di trent’anni sia fantomatico quanto il “bau bau” dell’infanzia. Ma serve a dare la fantasmagorica corposità del “Male” a tutto ciò che può limitare o contrastare il suo potere (per antonomasia dispensatore del “Bene”). Dai magistrati e giornalisti che fanno il proprio dovere, al fisco che pretende di far pagare gli evasori. Accuserà infatti “i comunisti” di voler realizzare uno “Stato di polizia tributaria” , malgrado il centro-sinistra avesse avviato la lotta all’evasione fiscale col massimo di riguardo e coi guanti bianchi. Insomma, “comunismo” significa per Berlusconi l’eguaglianza dei cittadini di fronte alle tasse e alle leggi, l’abc storico e teorico delle democrazie li-berali.

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Resta l’altro aspetto che spiega l’enigma. Ancora più banale, e a cui dunque gli osservatori stranieri non vogliono credere. La ciclopica stupidità dei dirigenti dell’opposizione. Quando non è complicità, il che avviene spesso.
I fatti. Berlusconi è stato sconfitto due volte, nel 1996 e nel 2006. E avrebbe potuto essere sconfitto fin dalla sua “discesa in campo”, nel 1994, quando tutti i sondaggi davano il centro-sinistra in schiacciante vantaggio, se solo lo schieramento democratico avesse candidato un indipendente anziché l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto. Vanità fatale. Berlusconi conduce una campagna all’insegna del più tradizionale anticomunismo, e in alleanza con la Lega e gli ex fascisti prevale di misura. Ma due anni dopo entra in conflitto con la Lega, e si torna alle urne. Basta che il centro-sinistra candidi un non ex-comunista, Romano Prodi (nulla di eccezionale, ma un economista stimato e cattolico “conciliare”) e vince a mani basse. Per Berlusconi sembra la fine. Non solo politica, ma anche imprenditoriale, e perfino personale. Si prendano i giornali dell’epoca: si domandano chi prenderà il posto di Berlusconi nella leadership delle destre (“chi”, non “se”), quando sarà dichiarato il fallimento delle sue aziende oberate da debiti stratosferici (“quando”, non “se”), quale inchiesta, delle tante e per reati gravissimi, lo porterà in galera (“quale”, non “se una”).

A questo punto il colpo di genio di Massimo D’Alema, succeduto ad Occhetto come segretario dell’ex-Pci: anziché operare per mettere definitiva-mente fuori gioco Berlusconi (bastava non fare nulla!) gli propone di giocare insieme il ruolo di Padri di una “rifondata” Costituzione, nella demente convinzione che Berlusconi sia il più debole degli avversari possibili e quindi da salvaguardare. Il seguito è noto: canonizzato dall’ex Pci come “Padre Costituente” Berlusconi riafferma la leadership sul proprio schieramento, trova opulenti crediti dalle banche, ottiene leggi bipartisan che gli evitano il carcere. E dunque, nel 2001, vince le elezioni. Ma governa così male che a due mesi dal voto del 2006 Prodi è nei sondaggi avanti di venti punti. La campagna elettorale del centro-sinistra sarà però un capolavoro di stupidità e masochismo, e la vittoria alla fine arriverà per poche migliaia di voti. Tuttavia, grazie alla legge elettorale, la maggioranza alla Camera resterà ampia. Al Senato, invece, di un paio di seggi. Ma solo perché il centro-sinistra aveva rifiutato l’appoggio di “liste civiche regionali” indipendenti (di sinistra) già pronte in quasi tutte le regioni e accreditate di risultati – a seconda delle zone – tra il 3 e il 12%. I dirigenti del centro-sinistra spiegheranno che un successo delle “liste civiche” avrebbe rappresentato un “problema politico”. Tradotto: meglio perdere, continuando a controllare monopolisticamente il “loro” elettorato, che vincere con l’appoggio di una parte della “società civile”. In questo modo il secondo governo Prodi, ostaggio di ex-alleati di Berlusconi che avevano cambiato casacca per puro opportunismo, cade due anni dopo.

Insomma, mai ascesa fu più resistibile di quella di Silvio B. Aggiungiamo la non opposizione degli ultimi due anni e mezzo, culminati col “regalo” sollecitato dal Presidente Napoletano e scioccamente avallato da Gianfranco Fini (che come Persidente della Camera aveva autonomia per decidere diversamente): spostare di un mese la seduta della ca,era sulla sfiducia, proroga che ha consentito a Berlusconi l’indecente compravendita di parlamentari che ha consentito al suo governo di sfangarla per un pugno di voti.

Del resto, nei sette anni il cui il centro-sinistra è stato al governo, non si è distinto in nulla – rispetto a quanto farà Berlusconi – sui due temi che dal ’92 dominano la politica italiana: la giustizia e la televisione . E quando sarà all’opposizione, un’opposizione evanescente, si preoccuperà soprattutto che i movimenti autonomi della società civile, che a due riprese porteranno in piazza oltre un milione di persone , non si trasformino in forza politica organizzata.

Berlusconi ha invece saputo intercettare l’ondata di “antipolitica” che per-corre la società, e presentarsi come l’alternativa ai politici di professione, mentre fin qui nessuno a sinistra ha saputo fare altrettanto. Anzi, a sinistra si è continuato a condannare il sentimento crescente di indignazione e rabbia nei confronti del ceto politico come manifestazione di qualunquismo. Eppure, il disprezzo che colpisce la “casta” è ambivalente, può assumere i tratti delle sirene per l’uomo forte e per un governo autoritario, ma oggi esprime più spesso la volontà di una politica radicalmente più democratica, vicina ai cittadini e da essi controllata. La pigrizia giornalistica la definisce “antipolitica”, ma semmai è antipartitocrazia e chiede “più politica”, e la sua restituzione ai cittadini.

La democrazia fondata sul monopolio di professionisti a vita della politica ha infatti trasformato la sfera pubblica in sfera privata, l’attività di rappresentanza in un mestiere autoreferenziale, la cui misura è il lucro personale che se ne può ricavare. In questa situazione il rapporto tra rappresentante e rappresentato si rovescia. Il “rappresentato” non si sente rappresentato affatto, sente di poter scegliere solo tra “alienazioni” più o meno complete della propria volontà. Non a caso diminuisce la partecipazione al voto, e anche quando resta alta, i cittadini dichiarano nel sondaggio del giorno dopo tutta la loro sfiducia nei confronti di chi hanno appena eletto: “Sono tutti eguali”, “l’uno vale l’altro”, “bonnet blanc et blanc bonnet”, fino al “tanto rubano tutti”.

La vita politica è ormai esclusivamente una carriera, dentro un circuito in-vestimento-consenso-profitto-nuovo investimento. Se non si affronta il nodo della partitocrazia, se non si progetta una strategia per ridurla ai minimi termini, l’alternativa sarà tra due forme di congedo dalla democrazia: quella partitocratica e quella populistico-autoritaria. Le sinistre attualmente esistenti (le socialdemocrazie e altre risibili terze vie) sono incapaci non solo di affrontare il problema ma anche solo di porselo, visto che sono parte integrante e strutturale del problema stesso. Per questo sono state incapaci di trarre vantaggio da una crisi finanziaria che pure ha offerto agli amici dell’eguaglianza carte strepitose. Ha dimostrato infatti, dal punto di vista della stessa divinità capitalistica, l’efficienza, la necessità di una trasformazione radicale, a partire dalla espugnazione democratica della Bastiglia di una finanza “libera”. La sinistra, insomma, è sempre più lontana dai suoi potenziali elettori, giustamente esigenti in fatto di più “eguaglianza e libertà”.

A destra, invece, la reazione e la conservazione sono capaci di giocare sui due tavoli, lo svuotamento partitocratico e l’eversione costituzionale. Eppure alla sinistra basta presentarsi, anche in dosi omeopatiche, estranea ai riti della deriva partitocratica, per prevalere . Ormai in Europa vincerà chi saprà occupare la casamatta strategica dell’antipolitica. Lasciarla alle nuove destre cariche di risentimento razzista è il crimine che le sinistre stanno compiendo. Perché compromesse fino al midollo negli interessi dell’establishment.

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Qualcuno potrebbe continuare a pensare che Berlusconi costituisca poco più che l’enfasi dei difetti di tutte le destre europee. Sarebbe cecità.
La libertà mannara del privilegio, il giacobinismo degli ottimati, viene rac-contato dal dispotismo mediatico, di Berlusconi come “garantismo” contro la vocazione “poliziesca” e “inquisitoria“ – insomma inguaribilmente staliniana – dei “comunisti”. La legge “mani legate ai magistrati e bavaglio ai giornalisti” viene presentata come protezione della privacy. Questa la leggenda. La realtà è invece un regime poliziesco, ma contro “gli ultimi”. Per gli extracomunitari esistono in Italia ormai veri e propri campi di concentramento, le carceri rigurgitano di piccoli spacciatori e anche di “manovali” delle mafie, ma la criminalità degli appalti, della truffa e del riciclaggio finanziario, della corruzione politica, dello spionaggio industriale “amico”, e infine il livello in doppiopetto della criminalità organizzata (quello che comanda davvero), viene ormai protetto dalla legge. La giustizia di classe da prassi di potere viene trasformata in ordinamento giuridico.

Per il tessuto sociale tutto ciò è catastrofico. Ogni legge promulgata per immunizzare gli amici e altri “amici degli amici” riverbera i suoi effetti di impunità in una sfera criminale più ampia, visto che una legge perfettamente di classe, che discrimini per reddito e status, non è (ancora?) possibile. Le mafie in Italia non sono mai state così “coccolate” come con i governi Berlusconi. Mentendo per la gola, il regime sbraita ai quattro venti che mai la mafia è stata combattuta con più durezza e con più efficacia, ma intanto Berlusconi lancia l’anatema contro il romanzo di Saviano “Gomorra”, perché diffamerebbero e infangherebbero l’Italia. Insomma, il nemico è la legalità. Tanto più quando l’intreccio politica/affari/criminalità comincia ad affermarsi come una caratteristica strutturale di gran parte dell’Europa. Anche da questo punto di vista l’Italia, all’inseguimento della Russia di Putin, rischia di fare da battistrada alle altre democrazie di Occidente.

Si noti il paradosso: storicamente le destre sono il partito di “law and or-der”, sono le sinistre ad essere tacciate di permissività e giustificazionismo “sociologico” nei confronti dei criminali, mentre le destre innalzano il vessillo della tolleranza zero. Sotto questo profilo Berlusconi è a prima vista il mondo (della destra) alla rovescia. In realtà segnala una trasformazione profonda: una volta che la magistratura possa applicare in piena autonomia dal potere politico (e finanziario) la tolleranza zero, o almeno i suoi rudimenti, viene approssimato ciò che gli establishment aborrono: la drastica riduzione materiale, oltre che legale, del privilegio stesso. La legalità democratica, se coerente, è il potere dei senza potere.

Berlusconi rappresenta perciò probabilmente la destra del futuro, che non potrà tollerare neanche in linea di principio l’eguaglianza politico-giuridica, se rischia di trasformarsi in realtà. Che dovrà costituzionalizzare il privilegio, dare forma legale alla società delle nuove caste. La Russia di Putin, con i suoi oligarchi e le sue mafie, e i giornalisti a rischio di soppressione fisica, e una magistratura asservita, ne costituisce il prototipo. Ecco il motivo per cui l’Europa rischia più che mai il contagio del berlusconismo, questo putinismo adattato all’Occidente. Il raccapricciante modello Putin viene esorcizzato come transizione non riuscita della Russia dal totalitarismo alla democrazia. Ma ora in Italia si celebra il regresso dalla democrazia al rischio di un totalitarismo inedito. Minimizzare diventa autolesionismo.

Abbiamo già accennato che nel berlusconismo alligna un altro ingrediente storico del fascismo: il clericalismo. L’avversione per la laicità, che del resto costituisce effetto collaterale dell’odio per il pensiero critico. Come il fascismo, il berlusconismo è pronto ad omaggiare nelle forme più avvilenti la Chiesa gerarchica, a servirla con tutti i dono di Mammona, a tradurre in leggi tutte le mostruosità illiberali della sua bioetica. Purché la Chiesa, maternamente, sappia assolvere in anticipo e ovattare nel silenzio le debolezze della carne (sempre le stesse: danaro e sesso) del regime che tanto fa per la “vera religione”. Ma se la Chiesa, ingrata, si azzarda a criticare, i metodi mafiosi colpiranno anche i suoi vertici . Clericalismo in versione post-moderna, comunque: la genuflessione e l’ossequio alla morale di pari passo con la più discinta volgarità sui teleschermi, perché “business is business” e l’audience non si ottiene con i “pater ave e gloria”.

Le opposizioni si illudono, quando a mezza voce puntano sul fattore tempo (“Berlusconi ha 75 anni, non è eterno, la sua parabola volge dunque inevitabilmente al termine”). In primo luogo Berlusconi, a meno di non essere sconfitto, non rinuncerà al potere fino a quando avrà vita. In questo la sua psicologia di aspirante despota è identica a quella dei despoti consolidati. In secondo luogo, il carattere extra-democratico del regime berlusconiano si evidenzia anche in questo: solo il potere garantisce a Berlusconi e ai suoi complici l’impunità giudiziaria. Se Berlusconi perde il potere finiscono tutti in galera. Questo spiega anche la fedeltà “perinde ac cadaver” delle sue truppe. Senza Berlusconi il regime non reggerebbe un minuto di più.

Le trasformazioni strutturali e addirittura antropologiche che Berlusconi ha realizzato, e che abbiamo sommariamente tratteggiato, rischiano comunque di sopravvivere anche al crollo (se e quando ci sarà) del suo regime. Le opposizioni sono state troppe volte corresponsabili del degrado dei principali fattori di salvaguardia delle libertà: l’autonomia dei magistrati, l’autonomia dei giornalisti, l’autonomia dei sindacati. L’Italia non si libererà dal berlusconismo senza una radicalizzazione della democrazia che segni anche una radicale trasformazione dei partiti di sinistra, oggi totalmente invischiati nelle logiche di establishment.

Concludiamo. Nessuno degli atti di Berlusconi, preso isolatamente, può essere tacciato di rovesciamento della democrazia nel suo opposto. Tutti i governi occidentali, più o meno, sono dediti allo scarto tra la poesia delle costituzioni e la prosa dell’azione di potere. Decisivo però è proprio il tasso di questo “più o meno”. Ha ragione infatti Umberto Eco, che pure non ha mai partecipato all’impegno più radicale e conseguente di altri intellettuali (pochi) contro il berlusconismo: “Quando una trasformazione delle istituzioni del Paese avviene passo per passo, e cioè per dosi omeopatiche, è difficile dire che ciascuna, presa di per sé, prefiguri una dittatura … si può dire che il lodo Alfano prefiguri una tirannia? Sciocchezze. E calmierare le intercettazioni attenta davvero alla libertà d’informazione? Ma suvvia … La funzione dei colpi di Stato striscianti è che le modificazioni costituzionali non vengono quasi mai percepite. E quando la loro somma avrà prodotto la terza Repubblica sarà troppo tardi perché la maggioranza avrà assorbito i cambiamenti come naturali e si sarà, per così dire, mitridatizzata” .

Il berlusconismo non è fascismo. Ma solo perché è l’equivalente funzionale e postmoderno del fascismo. Perché costituisce la distruzione della democrazia liberale nelle condizioni del nuovo millennio, nell’epoca del dominio dell’immagine, della globalizzazione delle merci e della dismisura nella manipolazione della verità.

(5 settembre 2013)

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