Le incerte informazioni sull’economia cinese


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La carenza di informazioni è dovuta a un apparato statistico ancora non adeguato, all’uso politico dei dati e alle difficoltà oggettive legate alle dimensioni del paese

Un viaggiatore francese che visse tra il 1830 e i primi anni del secolo scorso, il grande geografo ed attivista anarchico Elisée Reclus, durante un soggiorno in Cina si rese presto conto che era molto difficile capire quel paese anche perché nessun dato, nessuna cifra disponibile, passavano il test di veridicità. La Cina era per lui, come scriveva nel 1902, “…un paese dove manca qualsiasi statistica esatta…”.

Da allora molte cose sono certamente cambiate, più o meno in meglio su molti fronti, ma la difficoltà di capire il paese, che oggi per diversi aspetti persiste, ha una delle sue basi principali, anche se certo non la sola, proprio nella carenza di dati ed informazioni in qualche modo convincenti.

Le ragioni di tali carenze sono tante, dalla presenza di un apparato statistico ancora non sufficientemente adeguato e in parte fermo all’approccio metodologico del periodo di Mao – quando si aveva un visione delle cose molto diversa da quella attuale -, all’uso politico dei dati, così frequente, all’oggettiva difficoltà di raccogliere informazioni corrette in un paese sterminato e molto differenziato, nel quale, per altro verso, il peso dell’economia e della finanza sotterranee sono molto rilevanti, forse anche persino un po’ più che da noi.

Intanto si possono registrare dei problemi anche sulle informazioni più basilari.

Quanto è grande ad esempio il pil cinese oggi? Come è noto, tale grandezza si misura normalmente nel mondo occidentale ai prezzi di mercato, ma nel caso dei paesi meno sviluppati si tende ad impiegare anche il criterio della parità dei poteri di acquisto, che misura più correttamente il valore di certi tipi di beni e servizi, tenendo conto, tra l’altro, del più basso livello di costi caratteristico di tali economie. Un taglio dei capelli, compreso lo shampoo, costa in genere dal barbiere 45 euro, mentre in Cina magari l’analogo servizio si trova a 3 euro. Se inseriamo nel calcolo del pil dei rispettivi paesi le cifre di 45 e di 3 euro, cioè i prezzi di mercato, diamo un valore molto diverso allo stesso servizio nei due casi, rispetto all’ipotesi di considerare lo stesso valore (45 euro) in ambedue, dal momento che si tratta di un prodotto identico.

Ora, se adoperassimo il primo criterio, il pil cinese risulterebbe pari più o meno alla metà di quello statunitense; ma poi bisognerebbe aggiungere la fetta attribuibile all’economia in nero, molto più rilevante in Cina (e stimabile intorno al 20% di quella ufficiale) e già a questo punto le cose si complicherebbero. Inoltre appare opportuno considerare che il tipo di misurazioni cinesi sottovaluta certe attività (un altro 15-20%?) e la confusione aumenta.

Ma se si utilizzasse il criterio della parità dei poteri di acquisto, il quadro cambierebbe sostanzialmente. Secondo il National Conference Board, un centro di ricerca statunitense, con questo secondo criterio il pil cinese avrebbe già raggiunto quello statunitense, secondo il Fondo Monetario mancherebbero invece pochissimi anni a tale sorpasso, secondo altri ne mancherebbero parecchi, da 7-8 a una quindicina. Ovviamente molto dipende anche dalle ipotesi che si fanno sui tassi di crescita rispettivi, nei prossimi anni, delle due economie.

C’è addirittura chi pensa che nel 2030 l’economia cinese sarà più grande come dimensioni di quelle statunitense e europea messe insieme. Chissà.

Per altro verso ci sono parecchi indizi che fanno pensare che comunque le statistiche ufficiali sul pil e su altre variabili importanti siano in qualche modo addomesticate, in alcuni casi secondo la legge che possiamo chiamare di “attenuazione delle punte”. Così, negli anni in cui il pil cresce troppo in fretta, i cinesi abbassano le stime, negli anni di magra invece le alzano. E dal momento che negli ultimi decenni la crescita cinese è stata normalmente molto impetuosa, tranne qualche modesta eccezione, sono molti di più gli anni in cui le cifre del pil sono forse state corrette al ribasso piuttosto che al rialzo.

È esattamente il contrario di quanto avveniva a suo tempo in Unione Sovietica, paese dove le cifre reali sullo sviluppo, almeno negli ultimi decenni, venivano sistematicamente gonfiate. Da sottolineare che gli americani erano perfettamente al corrente della situazione vera del paese, ma anche essi nascondevano la realtà economica dell’Urss per poter continuare ad alimentare il complesso militare industriale Usa e per continuare inoltre indisturbati a mantenere il loro dominio del mondo sotto la minaccia del nemico.

Sempre a proposito della sensibilità politica per certe cifre, sino a tempi molto recenti mancavano stime ufficiali sul livello di concentrazione del reddito. Tali cifre potevano ovviamente risultare imbarazzanti per un paese che pochi decenni prima era stato uno dei più egualitari al mondo. Solo molto di recente l’ufficio statistico nazionale ha pubblicato una misura del coefficiente Gini, l’indice normalmente più adoperato nel mondo per misurare il fenomeno. Tale misura dà il valore di 0,474 – da notare che le Nazioni Unite considerano che oltre la soglia di 0,40 ci troviamo in una situazione che deve destare allarme sociale. Ma qualche studioso avanza peraltro la cifra di 0,61, che indicherebbe che il paese è uno dei più diseguali al mondo.

Così le statistiche sugli incidenti sul lavoro tendono ad essere anch’esse manipolate e ovviamente al ribasso per evidenti ragioni di imbarazzo politico.

Per anni si è pensato, sulla base delle statistiche disponibili, che uno dei problemi dell’economia cinese fosse costituito dal bassissimo livello dell’incidenza del settore dei consumi sul pil; si parlava del 35%. Sulla base di questo valore si sono scritti tanti studi e articoli di commento critico. Ma ora sono state pubblicate delle nuove cifre ufficiali che indicano invece che tale incidenza si aggira intorno al 45%, mentre alcuni studiosi pensano che il peso totale potrebbe risultare vicino anche al 48%. A questo punto tutta una serie di ragionamenti cambiano.

E quale è l’incidenza reale degli investimenti sul pil? Forse inferiore a quanto si pensava. Ed è proprio vero che oggi le esportazioni hanno ancora un ruolo fondamentale nello sviluppo del paese? Qualcuno ne dubita. Ma i dati in tale senso sono discordanti. E quanto è sottovalutata la moneta locale rispetto al dollaro? Ma lo è ormai veramente? O non è forse sopravalutata, come tendono a pensare ormai in parecchi? E quale è il livello effettivo del debito pubblico cinese sul pil, considerando anche gli impegni finanziari delle autorità locali? È ridotto, normale o elevato?

Ricordiamo ancora che per conoscere il livello effettivo dell’inquinamento dell’aria a Pechino bisogna ricorrere ai dati dell’ambasciata americana.

E quale è il peso reale della finanza informale sul totale del sistema finanziario e come percentuale di copertura dei bisogni delle imprese? E di quelle piccole e medie? Le stime variano molto ed anche in questo caso la mancanza di statistiche ufficiali credibili va probabilmente messa in relazione alla delicatezza delle stesse.

Queste considerazioni ci portano alla fine a ricordare, tra l’altro, come emettere giudizi sull’economia cinese sulla base di pochi numeri contingenti indicati da qualche agenzia internazionale appare un esercizio molto precario e come quindi, per parlare correttamente del paese, sono necessari, più che in altri casi, anni di studio e di analisi approfondite, accompagnati da grande cautela di giudizio. Questo anche quando non c’è, come invece spesso succede, la volontà deliberata di dipingere comunque in modo negativo la situazione del paese, che certo, comunque, presenta problemi anche molto rilevanti.

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