Nella partita energetica, Israele gioca la carta del Levante


fonte

di Giuseppe Dentice

La scoperta di giacimenti offshore di gas consentirà allo Stato ebraico di non dipendere più dalle forniture altrui e di diventare un esportatore netto di energia. Con conseguenze negative su Russia, Egitto e Turchia.


[Carta di Francesca La Barbera]

Dopo quattro anni di esplorazioni sottomarine e a pochi mesi dalla piena operatività del sito gasifero offshore Tamar, lo scorso 23 giugno il governo israeliano ha stabilito che sino al 2040 Israele utilizzerà il 40% della propria produzione di gas per le esportazioni, conservando il restante 60% per coprire il fabbisogno nazionale.

 

Il premier Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze Yair Lapid hanno spiegato l’importanza della scelta come un passo concreto verso “l’indipendenza energetica nazionale”. Decisione questa a suo modo storica per un paese da sempre insufficiente energeticamente e che potrebbe diventare nel breve periodo un esportatore netto di gas grazie alle straordinarie scoperte nei fondali del Mar del Levante.

 

CARTA: La struttura logistica del gas di Israele

 

Le prime ispezioni israeliane sono iniziate nel 2009, quando la compagnia statunitense Noble Energy, in joint venture con le partner locali Delek-Drilling LP, Avner Oil & Gas Exploration e Ratio Oil Exploration, ha scoperto a 130 km dalla costa di Haifa immensi giacimenti sottomarini di idrocarburi dalle grandi potenzialità strategiche.

 

Secondo le stime dell’Us Geological Survey, l’intero bacino del Levante – il quinto al mondo per capacità – vanterebbe riserve pari a 3,4 miliardi di m³ di gas naturale e 1,7 miliardi di barili di petrolio, di cui circa 900 miliardi di m³ di gas e 250 miliardi di petrolio apparterrebbero ai siti offshore israeliani Tamar, Leviathan e Dalit.

 

Sino allo scorso anno, l’Egitto riforniva Israele con il gas del Sinai coprendo così il 40% dei consumi domestici israeliani (1,7 miliardi di m³). Ma i continui sabotaggi e attentati all’Arab Gas Pipeline e la scelta (ad aprile 2012) del governo egiziano di annullare l’accordo di fornitura hanno costretto Netanyahu a sondare nuove strade e a potenziare le capacità produttive dei siti levantini.

 

Oggi grazie alle formidabili disponibilità sottomarine, sono in tanti a credere in una nuova era per lo Stato ebraico. Grazie ai profitti delle esportazioni e delle royaltiespagate dagli operatori nei siti in questione per i prossimi 20 anni (entrate vicine ai 200 miliardi di dollari), il governo potrebbe coprire consumi interni annui pari a 7-10 miliardi di m³, creare nuovi posti di lavoro e favorire investimenti nel settore dell’istruzione, della sanità e del welfare.

 

La Banca d’Israele stima che Tamar contribuirà alla crescita economica nazionaleper almeno un punto percentuale entro la fine del 2013. Inoltre, l’approvvigionamento energetico autarchico porterà a un risparmio pari a 3,6 miliardi di dollari annui sulla bolletta nazionale; ciò tuttavia accadrà solo dal 2015 a causa degli ingenti costi di copertura per l’esplorazione dei siti offshore e per la costruzione del gasdotto sottomarino: investimenti pari a 3,5 miliardi di dollari.

 

Oltre allo sviluppo di una politica di autosufficienza, Israele studia la possibilità di divenire nel breve periodo (non prima del 2017, secondo il governo) un esportatore netto di energia e un vettore terrestre strategicamente rilevante a livello internazionale grazie alla costruzione di pipelines e terminals di gas naturale liquido (gnl) che trasporteranno quantità annue superiori ai 60 miliardi di m³ verso Europa, Giordania, Turchia – con la quale è stato firmato un pre-accordo da 2 miliardi di dollari per lo sviluppo di un gasdotto sottomarino – e Asia, in primis Cina e India.

 

Considerato l’alto potenziale strategico dei siti levantini, il governo, inoltre, è riuscito sia ad attrarre ricchi investimenti delle compagnie di settore, come l’australiana Woodside o le russe Gazprom, Rosneft, Lukoil e Novatek, sia a portare avanti un fitto programma di infrastrutture volto a favorire l’esportazione di gas nell’intera regione.

 

Tra queste, le più rilevanti sono gli impianti di liquefazione di gas naturalecostruiti ad Ashdod e Ashkelon e la ferrovia “Red-Med”: infrastrutture, queste, che dovrebbero trasportare gas dai porti sul Mediterraneo verso i terminal di Eilat e Aqaba (Giordania) sul Mar Rosso, per poi raggiungere i mercati asiatici come gnl.

 

Per Israele l‘autosufficienza energetica può rappresentare anche un’opportunitàper modificare a suo vantaggio i rapporti di forza vigenti nella regione. Infatti, da un lato l’export di gas israeliano aiuterebbe l’Europa a contare su una fonte supplementare di approvvigionamento rispetto alle forniture russe, che rappresentano il 40% del fabbisogno complessivo dell’Ue. Dall’altro, le stesse infrastrutture costruite tra Israele, Grecia e Cipro potrebbero mettere in discussione il ruolo della Turchia come crocevia verso i mercati europei, caucasici e dell’Asia centrale.

 

L’ascesa di Israele come potenza e hub energetico potrebbe comportare un ridimensionamento del ruolo strategico di Mosca e Ankara nell’area del Levante.

 

Discorso analogo a quello fatto per Russia e Turchia potrebbe valere anche per l’Egitto post rivoluzionario. Infatti, nonostante esso sia il 2° produttore africano di gas, con abbondanti riserve nel Sinai e soprattutto nel delta del Nilo (1,4 miliardi di m³), la grave situazione politica ed economica vissuta oggi dal Cairo non dovrebbe permettergli, almeno nel breve-medio periodo, di poter competere con lo Stato ebraico come fornitore energetico nell’area del Vicino Oriente e del Mediterraneo orientale.

 

Sebbene le insidie e le incertezze legate a questi processi siano ancora numerose, la scoperta dei siti levantini può accrescere il peso economico e geopolitico dello Stato ebraico.

 

Per approfondire: Una certa idea di Israele

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