Pd, cosa bolle in pentola


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di Luca Sappino

Mentre Renzi e i vertici del partito continuano a darsi battaglia, Civati si candida a segretario e sullo sfondo si muove chi non vuole morire né democristiano né dalemiano. Con l’idea di dare battaglia al congresso e la speranza di far cadere il governo

(05 luglio 2013)

«Finitela di dire che, alla fine, non mi candiderò». Civati ce l’ha con i notisti politici, con i retroscenisti, e con i suoi colleghi di partito più scettici, che lo vedono come il ragazzino che fa rumore dal suo blog. Fastidioso, per alcuni. Simpatico ma niente di più, per altri. Invece no. Civati lo dice chiaro, con l’aria di chi spera sia una volta per tutte: «Io mi candido a fare il segretario e non capisco perché continuate a dire che non lo farò».

Parla dal piccolo palco allestito nel chiostro della Ghiara, a Reggio Emilia. Prima di lui lo scrittore Paolo Nori, prima ancora giovani e meno giovani sostenitori. «Qui con noi non ci sono alti dirigenti, quelli che lo erano già nel 1954 e che già allora avevano fondato il Pd», spiega Civati, per nulla dispiaciuto, anzi divertito: «ci siamo tutti noi che ci candidiamo per ricostruire il centrosinistra». Di più: «Mi candido e lancio un manifesto contro il tatticismo. Se questo va contro le larghe intese, caro Enrico, ce ne faremo una ragione». Dice quello che pensa Civati, ammette di non essere un leader nato, e che preferisce concentrarsi sulle cose, «e richiamare il popolo delle primarie, quei tre milioni che ci siamo dimenticati», come dimenticati – o mai considerati – sono i risultati «delle amministrative e dei referendum». L’altro centrosinistra, insomma. Quello che le larghe intese le vive come un furto. O peggio. Con buona pace per Francesco Boccia, che a Civati ha messo un paletto: «precondizione per la candidatura dovrebbe essere il sostegno al governo».

E invece proprio l’opposizione al governo con il Pdl sarà – insieme ovviamente «all’amore per il Partito», la differenza che Civati individua tra lui e l’ex sodale Matteo Renzi – il cavallo di battaglia della campagna di Civati per la segreteria, corsa cominciata ben prima di ieri. «Io lo so che l’abbiamo fatto apposta questo governo», accusa Civati. «So che per i 101 era troppo rivoluzionario il governo del cambiamento, che non l’abbiamo voluto fare noi, quindi, e però so anche che neanche Grillo l’ha voluto». Le larghe intese, insomma, «sono piuttosto lunghe intese, perché vengono da lontano», sono punto d’arrivo di un progetto. Parola di Giuseppe Civati, che infatti promette: «Ci vendicheremo. Vendicheremo Stefano Rodotà e Romano Prodi. Vendicheremo le timidezze». «Noi», gli occupyPd, e – spera Civati – i Prodiani, come Sandra Zampa, che ha partecipato alla due giorni civatiana, insieme a Fabrizio Barca (che ha speso buone parole, ma poi ha precisato: «Deciderò più avanti chi appoggiare. Intanto me ne sto nel mio cantuccio, a rompere le scatole, a destabilizzare»).

Non ha un dubbio, Civati. Non ce ne sono, d’altronde, in chi guarda alla sua candidatura. Tranne uno, di dubbio, che c’è, a volte detto, a volte taciuto, ma sempre senza risposta. Paolo Nori lo pone a modo suo, come fa lui, leggendo, tutto d’un fiato, pagine di narrativa impegnata. «Ecco, io, devo dire, Pippo, per esempio, quando interviene in pubblico, se c’è qualcosa che non funziona, non so, non si accende un microfono, o non parte un computer, lui dice «E be’, cosa volete, siamo pur sempre del Partito Democratico, non può funzionare tutto». Ecco, voi siete pur sempre del partito democratico, e questa è la cosa che non capisco, e mi viene da chiedervi: ma perché? E mi vien da pensare che il Partito Democratico, o quello che c’era prima, se io penso a una cosa vergognosa, che esiste in Italia, sono i Centri di Identificazione e Espulsione, e quella cosa lì, è stata istituita con la legge Turco Napolitano, che è una legge che hanno firmato Livia Turco e Giorgio Napolitano. Cosa avete a che fare, voi, con quella roba li?». Insomma: «Perché non fate una cosa vostra, per conto vostro, che è una cosa più difficile, credo, ma forse, non so come dire, più sensata, che dopo magari funzionano anche i microfoni».

E ai microfoni che non funzionano, pensano in molti. Convinti spesso che questa, il congresso ancora senza data, nel Pd, sia l’ultima battaglia possibile. E che se finisce come pare scritto, con un plebiscito per Renzi, con la sinistra del partito divisa in più candidature (Cuperlo e Civati, ad oggi certi), ci sarà assai poco spazio per restare nel Partito, per organizzare una minoranza, «come abbiamo poi sempre fatto».

Sia chiaro: di democratici pronti a dire che difficilmente resterebbero in un Pd a guida Renzi non ne trovi molti, anzi. E solo qualcuno confessa, privatamente, il disagio. Soprattutto ora che Renzi si sta coprendo anche a sinistra, non ultimo con l’endorsement di Giuliano Pisapia («Renzi è la persona che può raccogliere più consensi. Non ho dubbi che potrei votarlo»), che è solo la punta visibile di un iceberg fatto di neorenziani di sinistra, compreso Goffredo Bettini che martedì uscirà con un documento pro Renzi, firmato tra gli altri da Stefano Boeri e da Carmine Fotia, che alle ultime elezioni era con Ingroia. Molti nel Pd e molti in Sel, sono neorenziani: «Solo con lui si vince», dicono i più decisi, «non ci sono alternative al centrosinistra con il Pd», dicono i più pratici.

Eppure Renzi è stato chiaro: con lui il Partito ritorna alla vocazione maggioritaria, e per Vendola ci sarà spazio, «ma dentro», non fuori. Civati oggi ha detto invece che è l’alleanza, lo schema da seguire («C’è da rivendicare la presenza di Sel. Come alle amministrative»), per la gioia dei vendoliani. Ma la sfumatura non conta molto, se il capogruppo di Sel alla Camera e numero due del Partito Gennaro Migliore rispose già a Renzi, dialogante. «E’ una buona idea», disse rappresentando perfettamente la voglia diffusa di stare lì, col Pd, se non addirittura nel Pd. Nonostante tutto.

Anche nonostante Renzi, «che almeno spazza via tutti», come dicono ormai molti nella segreteria nazionale vendoliana. Una doccia fredda, per quei pochi che dal Pd vorrebbe immaginare un percorso in uscita: «Se non c’è Sel ad aspettarci, come potremmo noi andare via?», ragiona un dirigente del Pd, una vita spesa nella sinistra dei Ds, con l’aria di chi teme di morire renziano.

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