‘Neet’: giovani a perdere


fonte

di Galatea Vaglio

Non studiano nemmeno fino al diploma, non lavorano, non cercano un impiego. In Italia sono poco meno di due miloni, uno su quattro nella fascia fra i 25 e 35 anni. I provvedimenti sul lavoro sono mirati anche a loro, ma non bastano. Perché manca una vera politica su formazione e istruzione

(05 luglio 2013)

Li chiamano Neet (Not in Education, Employment or Training) o, in italiano, Né-né: giovani, cioè, che non hanno un lavoro, né un diploma di scuola superiore né stanno studiando per prenderne uno. Nelle società industriali avanzate sono in pratica dei vuoti a perdere: non hanno terminato alcun ciclo di studi volto a qualificarli per i lavori meglio retribuiti e non sono riusciti nemmeno a farsi assumere per lavori retribuiti poco e precari. Sono un esercito invisibile, demotivato, in un paese come l’Italia dove sembra che un diploma di qualificazione in qualche modo non si neghi a nessuno. Eppure nel 2008, fonte Istat, in Italia erano circa 1milione e 900mila, vale a dire uno su quattro nella fascia fra i 25 e 35 anni.

Non sono un fenomeno solo italiano, perché il problema dei Neet è ormai sentito in tutto il mondo occidentale, Stati Uniti per primi. In Italia, tuttavia, la percentuale è preoccupante, soprattutto nel Sud, dove il lavoro è già poco e la percentuale di dispersione scolastica è da sempre altissima.

Calcoli statistici rivelano infatti che i paesi europei che contano il maggior numero di Neet (Bulgaria, Cipro, Grecia,Irlanda, Italia, Lettonia, Polonia e Ungheria) pagano duramente questa arretratezza: la perdita economica equivale al 2% del PIL. I Neet, infatti, non solo non producono reddito proprio, ma “rosicano” quello familiare; inoltre sono una massa di giovani insoddisfatti e senza prospettive, spesso con autostima bassissima, quindi a rischio per quanto riguarda problematiche sociali, consumo di droga, depressione. Tutte patologie che prima o dopo richiedono interventi medici o di assistenza sociale e familiare, quindi sono un costo aggiuntivo che la collettività deve pagare. Rappresentano inoltre una fascia di insoddisfatti che in situazioni critiche può facilmente esplodere, anche perché, privi di strumenti culturali, sono facilmente manovrabili dalla propaganda: non è un caso se gli scontri di piazza avvengono quasi sempre nei quartieri delle periferie degradate piene di Neet, e non nei sobborghi eleganti dove i figli di famiglie benestanti hanno quasi tutti laurea, diploma e buone prospettive di trovare prima o poi (o all’estero, se proprio va male) un lavoro soddisfacente.

Il problema è che intervenire sul problema Neet non è facile, sia per l’ampiezza della fascia di età (in Italia 16-29 anni) sia perché i motivi per cui si diventa Neet possono variare molto. In passato la “colpa” principale andava imputata a sistemi scolastici troppo selettivi e calibrati su alunni provenienti dalle classi medio-alte: i proletari con alle spalle famiglie con scarsa cultura, in mancanza di biblioteche pubbliche e programmi pensati per il recupero, finivano per arrendersi e, spesso dopo una lunga sequela di bocciature, abbandonavano gli studi appena superato lo scoglio dell’adempimento dell’obbligo scolastico, ovvero, in Italia, la famosa “terza media”. Paradossalmente, negli anni passati, il boom economico in alcune regioni del nostro paese (come nel Nordest) ha poi fatto incrementare il numero dei Neet: dal momento che era facile trovare un lavoro ben retribuito anche non avendo alcun un titolo di studio specifico, come il diploma, le famiglie ed i giovani si sono sentiti “autorizzati” ad abbandonare le scuole quanto prima. Con il risultato che però oggi, in periodo di crisi, sono stati i primi a perdere il posto e ora, benché ancora giovani, non sanno come riconvertirsi per tornare appetibili sul mercato del lavoro, che intanto richiede competenze sempre più specialistiche per le assunzioni (persino per operaio, addetta alla vendite, cameriere oggi esistono negli istituti professionali specifici indirizzi di studio).

Particolare attenzione va poi riservata ad alcune categorie che rischiano di diventare neet senza una loro vera “colpa”: i ragazzi con disabilità mentale o fisica, per esempio, hanno il 40% di possibilità in più di diventare Neet, e la percentuale di probabilità di non arrivare a un diploma sale al 70%, in Europa, per i figli di immigrati.

Attualmente il problema Neet è avvertito in tutta Europa, e si cerca di trovare soluzioni ad esso a livello comunitario: la Commissione europea si è mossa in due direzioni: con l’iniziativa della strategia Europa 2020, dal titolo “Youth on the Move” (Gioventù in movimento) e l’iniziativa “Opportunità per i giovani” per il periodo 2012-2013. L’idea di base è che per rispondere a un problema di “sistema” e molto diffuso bisogna mettere in piedi una risposta “di sistema” virtuosa: coinvolgere cioè aziende, scuole e parti sociali. Serve progettare percorsi integrati che favoriscano il ritorno dei Neet a scuola, nonché sulla creazione di contatti specifici con il mercato del lavoro. Nel 2012 il pacchetto della Commissione europea per l’occupazione, dal titolo “Verso una ripresa fonte di occupazione”, ha ribadito la necessità di offrire nuove opportunità ai giovani, attraverso misure di sostegno al passaggio dagli studi alla vita lavorativa.

La politica del Governo Letta, che ha presentato un piano di incentivi rivolti alle aziende per poter assumere proprio questo tipo di individui, sembra dunque cercare di rispondere alle richieste europee ed allinearsi con esse: incentivare l’assunzione di giovani senza un diploma di scuola superiore, nemmeno professionale, ma, magari, con già uno o più familiari a carico.

Mancano però nel provvedimento incentivi a riqualificare i Neet sul lungo periodo, o misure che favoriscano il ritorno sui banchi di scuola di chi li ha abbandonati da anni: la sola misura che potrebbe assicurare, nel tempo, più stabilità lavorativa agli assunti grazie agli incentivi, e comunque rappresentare un volano per tutta la società, dato che è provato che genitori più istruiti tendono ad avere figli più istruiti perché hanno maggior considerazione dell’istruzione e della formazione in sé.

Mancando tutto questo capitolo (e pur esistendo altri programmi europei che possono essere integrati), la manovra del Governo Letta rischia altrimenti essere una risposta “all’italiana” (e cioè un po’ “furbetta”) non per risolvere un problema ma per camuffarlo con artifici contabili. I rapporti europei sull’istruzione hanno sempre sgridato l’Italia per questa alta percentuale di giovani che non riescono ad arrivare al diploma e non trovano lavoro.

Gli incentivi governativi potrebbero servire almeno a modificare leggermente le cifre del problema: per essere considerato un Neet devi essere senza diploma e senza lavoro; se grazie agli incentivi del Governo un lavoro lo trovi, cessi di essere un Neet, e, almeno in apparenza, il Governo incassa un successo clamoroso abbattendo di colpo il numero di persone che fanno parte di questa categoria, che ci identifica come fanalino di coda fra i paesi avanzati. Ma la furbizia non basta, ahimè, per sconfiggere una crisi di sistema. Per quello ci vuole una politica articolata e scelte coraggiose, come investimenti e riforme strutturali nel settore dell’istruzione e della formazione, che per ora, anche per chiari motivi di difficoltà spicciole di sopravvivenza politica, il Governo Letta non può prendere.

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