E-democracy, il governo ci prova


fonte
di Fabio Chiusi
L’esecutivo lancia una piattaforma per instaurare un dialogo con i cittadini attraverso la Rete, chiedendo la loro opinione sui temi ‘caldi’. Un netto passo in avanti rispetto ai ridicoli tentativi messi in atto fino ad ora. Anche se il parere dei votanti avrà ‘solo il valore di suggerimento’

(08 luglio 2013)

Ci sono due buone notizie, nel lancio della piattaforma online per la consultazione sulle riforme costituzionali (partecipa.gov.it). La prima è che non si tratta di un’iniziativa estemporanea, ma di un canale di dialogo stabile e permanente – o meglio, stabile e permanente quanto il governo Letta – tra governo e cittadini.

«Il sito», conferma il ministro Gaetano Quagliariello all’Espresso, «viene utilizzato oggi per questa iniziativa, ma è a disposizione anche di altri ministri e di altre iniziative». E del resto, lo precisa la sezione «domande e risposte»: il sito «diventerà, alla chiusura della consultazione, piattaforma permanente per l’aggregazione delle iniziative di consultazione e di partecipazione del governo e dei Ministeri, e per l’approfondimento e la condivisione di tematiche civiche».

Un canale istituzionale che si affianca a quelli sorti dalle iniziative – diverse per modalità e obiettivi, ma sempre riconducibili all’area e-democracy – di gruppi di parlamentari o di eletti a livello locale, dal tuparlamento.it ideato da Laura Puppato al Parlamento Elettronico del MoVimento 5 Stelle del Lazio, al lancio in questi giorni.

La seconda buona notizia è che la consultazione è strutturata molto meglio di quella che, solo l’anno scorso, il governo Monti aveva lanciato sulla spending review. Contrariamente ad allora, ogni termine è precisato in un glossario e richiamato a ogni domanda; c’è una pagina coi «materiali» necessari agli approfondimenti, dalle norme costituzionali agli orientamenti della giurisprudenza – con tanto di possibilità per i cittadini di segnalare ulteriori fonti ritenute utili. Tutt’altra cosa rispetto ai form preimpostati, rigidi e in burocratese del professore. Più in generale l’impressione è che, complice la tematizzazione del rapporto tra Internet e democrazia spronata dai proclami «iperdemocratici» di Beppe Grillo, ci sia stata un’accelerazione dell’interesse verso il coinvolgimento dei cittadini in rete. A cui ha fatto seguito un deciso miglioramento della qualità delle piattaforme proposte, e in breve tempo.

Non per questo, tuttavia, mancano dubbi e perplessità. L’idea di Quagliariello, e del Comitato Scientifico appositamente predisposto (guidato dall’ex ministro Francesco Profumo e composto anche da Emanuele Balducci dell’Istat e Luca De Biase della fondazione Ahref), è che vi siano diversi livelli di partecipazione. Il primo, più immediato, è rappresentato dal «questionario breve» a risposta multipla disponibile su partecipa.gov.it: otto domande, cui – secondo gli ideatori – è possibile rispondere in appena cinque minuti. Il secondo è un questionario più approfondito, con 20 minuti per 20 domande. Due con la possibilità di integrare le risposte predefinite con suggerimenti (massimo 500 caratteri, pochi), che in un caso – virtuoso – si accompagnano alla possibilità di inserire al governo un link a iniziative di democrazia digitale ritenute utili o di successo. Chissà, magari da importare in Italia.

I temi, in entrambi i questionari, riguardano tre macroaree: «forma di Governo e Parlamento», dove si affrontano, tra le altre, le questioni del presidenzialismo (caro a Quagliariello, per inciso) e del superamento del bicameralismo perfetto; «strumenti di democrazia diretta», in cui si chiede ai cittadini di esprimersi su quali debbano essere le modalità per meglio interagire con le istituzioni (dalle petizioni online a modifiche nelle norme sui referendum); e «autonomie territoriali», sulla riforma del rapporto tra Stato centrale ed enti locali.

Gaetano QuagliarielloGaetano QuagliarielloLa complessità delle questioni, pur ridotte a una scelta tra alternative predeterminate, non è così bassa. E per compilare entrambi i questionari in modo ragionato servono ben più di 25 minuti in tutto. Soprattutto se si vogliono leggere le peraltro ottime «note informative» a supporto. Quagliariello annuisce, ma spiega: «La nostra preoccupazione prevalente è di non prestarci in alcun modo all’accusa che le domande potessero essere tendenziali. E questa cosa ha comportato a volte un po’ di complicazione in più».

Sono questi i due livelli finora disponibili. Ce n’è poi un terzo, che allontanerebbe la sgradevole sensazione di stare tutto sommato solamente prendendo parte a un sondaggio. Sul sito è descritta in termini vaghi: si parla di una futura «fase di discussione pubblica» che non si esaurisce «nell’ambito del web». In altre parole, si tratta di imbastire incontri in fondazioni, università e scuole per mettere faccia a faccia – oltre che in rete – cittadini ed esperti. Quagliariello tuttavia, come il sito del resto, non precisa la tempistica per il lancio di questa terza e decisiva fase. Che prevederà, dice all’Espresso, anche l’implementazione di una piattaforma in stile Liquid Feedback, per portare la discussione online. «Verrà fatta una call pubblica in rete, è il massimo della trasparenza», afferma. Ma si sospetta che fino a settembre non vi sarà nulla di concreto. Di mezzo c’è l’estate. E poi, argomenta il ministro, l’intenzione è di «avere in mano la prima bozza del lavoro degli esperti».

E’ qui che sorgono i dubbi più spiacevoli: come si integra il lavoro dei «saggi» con quello dei cittadini in rete? «Non si integrano», risponde Quagliariello. «Sono due cose distinte». Insomma, sono entrambi «strumenti conoscitivi per il Governo e per il Parlamento». Ma niente più. E’ qui che si sostanzia il valore consultivo dell’iniziativa – ben diverso dall’idea della rete come giudice supremo appartenente al MoVimento 5 Stelle, ma non al governo, e anche da quella di un «patto» tra cittadini ed eletti della piattaforma di Puppato.

E se i suggerimenti dei saggi dovessero essere in aperto contrasto con quelli provenienti dalle risposte dei cittadini, che si fa? «La scelta politica è autonoma, perché noi non dipendiamo né dai saggi né dal web», risponde il ministro per le Riforme. «Ma sarebbe fondamentale per il governo sapere se quello che dicono gli esperti è confermato o smentito da una consultazione popolare sulla rete – e quindi se tra le élite intellettuali del nostro Paese e il sentimento popolare c’è concordanza oppure c’è rottura. Sono tutti elementi che poi confluiscono nella determinazione di una scelta politica che comunque rimane autonoma e non legata né all’uno né all’altro».

Insomma, non c’è alcuna garanzia – se non quella derivante dalla «sensibilità politica», come la chiama Quagliariello – che i suggerimenti dei cittadini troveranno conferma nel lavoro delle Commissioni e in Aula (ammesso anche quest’ultimo porti a qualcosa, naturalmente). L’interrogativo, irrisolto e tutt’altro che semplice, è se si debbano rendere queste iniziative vincolanti o meramente consultive. Il governo ha scelto la seconda strada. Ma avrebbe fatto bene a tematizzare l’argomento, visto che è centrale per ogni futuro progetto al riguardo.

Così come sarebbe stato apprezzabile se avesse posto all’attenzione dei cittadini la questione sul rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, senza assumere – come fa di passaggio, nel sito – che la seconda sia «complementare» alla prima. Quagliariello si dice «perfettamente d’accordo», e sostiene che il problema sta già venendo affrontato nelle riunioni con gli esperti cui sta prendendo parte. Del resto, è il principale punto di attrito tra la visione della democrazia digitale di Giorgio Napolitano ed Enrico Letta, da una parte, e quella di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, dall’altra: una integrazione dell’esistente, nel primo caso; un sostituto, nel secondo.

«L’iniziativa del Governo mi sembra sicuramente molto ben organizzata e sorretta dalle migliori intenzioni», commenta Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di Open Government. «Ma la sensazione è che si tratti di una forma di ascolto strutturato dei cittadini, più che di una vera e propria forma di partecipazione al processo decisionale. Se si paragona questo esperimento ad altri, come quello della modifica della costituzione islandese (scritta in crowdsourcing), si nota una certa timidezza dovuta, evidentemente, ad una scarsa volontà politica di attuare realmente i paradigmi della collaborazione tra governo e cittadini». Che, prosegue Belisario, «avrebbero voglia di partecipare, non solo di essere ascoltati». Del resto «Open Government», ricorda, «non significa utilizzare le consultazioni come oppio di una democrazia in crisi». Ammesso ai cittadini interessi davvero prendervi parte. A ottobre la risposta.

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