Facebook, la trappola porno


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di Arianna Giunti

Funziona così: una ‘bella ragazza’ ti chiede l’amicizia, poi ti corteggia, poi ti fa dire o fare qualche porcata on line. A quel punto ti chiede soldi per non diffonderle. Ci sono cascati in tanti, pare

(06 maggio 2013)

La richiesta di amicizia si illumina con una piccola luce rossa sul lato sinistro dello schermo. A bussare virtualmente alla porta è Natasha, una ragazza dai lunghi capelli biondi e dalle labbra color vermiglio, che sorride ammiccando da una piccola fotografia. Il suo inglese è stentato, il suo italiano illeggibile, ma sa farsi capire bene: ci mette poco a convincere il nuovo amico ad entrare in una chat line e ad accendere la webcam. Altrettanto velocemente avviene la seduzione: dalle frasi ammiccante si passa a un corteggiamento sempre più hard. Che in realtà è lo strumento preferito della nuova industria del ricatto: non più il raggiro di spregiudicati navigatori solitari, ma un racket sistematico con centrali all’estero che cercano di fare incetta di vittime in modo quasi industriale. 

Dall’altra parte dello schermo non c’è Natasha ma Amir, un uomo appartenente a un’organizzazione internazionale specializzata in estorsioni. Che nel frattempo, sotto mentite spoglie, è riuscito a convincere la sua preda dall’altra parte dello schermo a mostrarsi nuda in atteggiamenti che lasciano poco spazio all’immaginazione. Così è entrato in possesso di due elementi preziosissimi: un video pornografico e soprattutto l’elenco dei contatti Facebook della sua vittima, ai quali il materiale scottante potrà essere inviato. Moglie, amici, parenti, colleghi di lavoro: quanto basta per distruggere la reputazione. O pagare il silenzio: il prezzo è mille euro. 

E’ una storia che si ripete quasi ogni giorno nelle città italiane. Dove i tentativi di estorsione attraverso Facebook negli ultimi anni hanno subito un’impennata. Proprio perché dietro questo fenomeno oggi si trovano soprattutto gang ben strutturate che fanno irruzione nei social network. C’è una banda, in particolare, alla quale sta dando la caccia la polizia postale italiana in collaborazione con i colleghi stranieri. Dall’Africa fa partire ricatti che si allungano come il filo di una ragnatela su tutta l’Europa, gli Stati Uniti e anche il Giappone. I criminali del Web si spostano velocemente: mascherano gli indirizzi delle connessioni Internet per depistare e si mimetizzano cambiando continuamente paese. Un rebus per gli investigatori. Che hanno una sola certezza: il modus operandi è esattamente lo stesso. E si ripete fedele come un rituale da San Pietroburgo fino a Milano passando per Tokyo. La richiesta di amicizia si illumina con una piccola luce rossa sul lato sinistro dello schermo. A bussare virtualmente alla porta è Natasha, una ragazza dai lunghi capelli biondi e dalle labbra color vermiglio, che sorride ammiccando da una piccola fotografia. Il suo inglese è stentato, il suo italiano illeggibile, ma sa farsi capire bene: ci mette poco a convincere il nuovo amico ad entrare in una chat line e ad accendere la webcam. Altrettanto velocemente avviene la seduzione: dalle frasi ammiccante si passa a un corteggiamento sempre più hard. Che in realtà è lo strumento preferito della nuova industria del ricatto: non più il raggiro di spregiudicati navigatori solitari, ma un racket sistematico con centrali all’estero che cercano di fare incetta di vittime in modo quasi industriale. 

Dall’altra parte dello schermo non c’è Natasha ma Amir, un uomo appartenente a un’organizzazione internazionale specializzata in estorsioni. Che nel frattempo, sotto mentite spoglie, è riuscito a convincere la sua preda dall’altra parte dello schermo a mostrarsi nuda in atteggiamenti che lasciano poco spazio all’immaginazione. Così è entrato in possesso di due elementi preziosissimi: un video pornografico e soprattutto l’elenco dei contatti Facebook della sua vittima, ai quali il materiale scottante potrà essere inviato. Moglie, amici, parenti, colleghi di lavoro: quanto basta per distruggere la reputazione. O pagare il silenzio: il prezzo è mille euro. 

E’ una storia che si ripete quasi ogni giorno nelle città italiane. Dove i tentativi di estorsione attraverso Facebook negli ultimi anni hanno subito un’impennata. Proprio perché dietro questo fenomeno oggi si trovano soprattutto gang ben strutturate che fanno irruzione nei social network. C’è una banda, in particolare, alla quale sta dando la caccia la polizia postale italiana in collaborazione con i colleghi stranieri. Dall’Africa fa partire ricatti che si allungano come il filo di una ragnatela su tutta l’Europa, gli Stati Uniti e anche il Giappone. I criminali del Web si spostano velocemente: mascherano gli indirizzi delle connessioni Internet per depistare e si mimetizzano cambiando continuamente paese. Un rebus per gli investigatori. Che hanno una sola certezza: il modus operandi è esattamente lo stesso. E si ripete fedele come un rituale da San Pietroburgo fino a Milano passando per Tokyo. A questo punto parte il ricatto. Cifre modiche, dai cento ai mille euro, che testimoniano ancora una volta la volontà da parte delle organizzazioni di portare a segno più operazioni possibile nell’arco di una sola serata. «Sono reati che si svolgono generalmente in maniera seriale e dunque molto veloce», spiega Salvo La Barbera, dirigente del compartimento Polizia Postale della Lombardia. «Gli estorsori giocano sulla paura, sul senso di vergogna e non danno alla vittima neppure il tempo di riflettere. A volte tutto si conclude in meno di un’ora. Così poi il criminale può ricominciare da capo». 

La maggior parte di loro chiede di essere pagato attraverso agenzie di “money transfer” internazionali, attive anche su Internet. I numeri di conto cambiano ogni volta e per essere identificati, proprio perché all’estero, hanno bisogno di tempo e di cooperazione fra polizie. Le ore concesse per effettuare il versamento sono pochissime. Dopodiché il filmato finisce su siti Web improvvisati, spesso con dominio estero. 

Proprio quello che è successo a Paolo, 59 anni, romano. Dopo aver ceduto alle lusinghe virtuali di un’avvenente ragazza dai capelli corvini, si è trovato a dover rispondere a una pressante richiesta di denaro: cinque ore di tempo per effettuare un bonifico da 700 euro. Allo scoccare delle cinque del mattino il video era su Internet. E ognuno fra i suoi contatti Facebook aveva ricevuto un messaggio privato che invitava a visitare un sito su cui erano proiettate le inequivocabili immagini. Fra loro c’era anche sua moglie. 

“L’esca” di Stefano, 43enne marchigiano, invece, si chiamava Gabrielle e diceva di essere francese. Ammaliato dalle fotografie che la ritraevano in abiti succinti, ci è cascato in pieno. Per lui la richiesta è stata di 300 euro, da pagare all’istante. Ha ceduto. Due settimane dopo però Gabrielle è tornata all’attacco chiedendo altri soldi. Anche stavolta è stata accontentata. Al terzo tentativo, capendo che non se ne sarebbe più liberato, Stefano si è rivolto alla polizia, che ha isolato il suo account. Ma Gabrielle è rimasta un fantasma. 
Dietro ai ricatti via Facebook, però, non ci sono naturalmente solo professionisti: in molti casi si tratta di criminali improvvisati. Risale a qualche tempo fa l’arresto di un 41enne di Latina che adescava le donne in Rete, quasi tutte sposate e di mezza età, e chiedeva di incontrarle in albergo. Riprendeva gli incontri a luci rosse e poi pretendeva pagamenti di mille euro tramite bonifici postali. Nella sua casa al momento dell’arresto i carabinieri hanno ritrovato un’intera cineteca hard. Poi ci sono i casi in cui le vittime sono minorenni. Un anno fa a Milano uno studente di 19 anni è stato condannato a due anni e mezzo per aver ricattato una quattordicenne minacciandola di divulgare fotografie a sfondo sessuale avute via Facebook se lei non avesse ceduto alle sue avances. Si tratta di uno dei primi casi di minaccia attraverso social network di cui si è occupata la Procura di Milano, dopo una lunga indagine. «Sapevamo che era un seriale, e che le vittime erano molte di più», ricordano oggi dal commissariato Scalo Romana, che raccolse la denuncia della ragazzina, «ma non siamo mai riusciti a identificarle». Per episodi di questo genere, comunque, ricorda il dirigente del Compartimento della polizia postale e delle comunicazioni del Lazio Andrea Rossi, la percentuale di arresti è altissima. Diverso il caso delle organizzazioni straniere. Cambiano forma e identità, guizzano veloci come piccoli pesci nell’immenso mare del Web. E restano imprendibili.

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