Perchè non va anche la seconda agenda


qualcuno ha detto “ma chiudiamola questa agenda”

fonte

Sergio Parrinello – 10 Gennaio 2013
…. e dopo la  credibilità riacquistata in Europa e prima di quella al cospetto di Dio, venne la domanda  dal popolo: che cosa hai fatto e prodotto in tredici mesi con il tuo governo che al momento del suo insediamento aveva come agenda (in ordine alfabetico) la crescita, l’equità ed  il rigore ? Gli argomenti di una risposta in difesa-attacco già sentita si  possono riassumere  nella seguente parafrasi in prima persona.

“Ho fatto una politica di risanamento e ho messo in sicurezza l’Italia come fa la  brava guida di montagna in prossimità di un baratro. Soltanto uno sprovveduto poteva credere che perseguendo tale obiettivo prioritario non  si sarebbero sacrificati temporaneamente gli altri. Ho evitato l’arrivo della temuta troika che avrebbe spulciato i nostri conti pubblici e imposto condizioni-capestro. Ho combattuto l’evasione fiscale.  Ho conseguito la  riduzione dello spread ed il governo italiano ha riacquistato prestigio e credibilità”.

Seguono alcune mie riflessioni al riguardo e alla luce della nuova agenda.
Non ho dubbi su una prima  obiezione. Al momento dell’insediamento di quel governo, si è lasciato credere alla maggioranza degli  italiani  che tutti  e tre i comandamenti – crescita, rigore, equità – della sua agenda fossero sullo stesso piano in sede di attuazione e molti hanno pensato che anche certi presunti  corollari,  come occupazione e riduzione del debito pubblico, non  fossero demandati  totalmente a successivi governi. Erano sprovveduti  tutti quegli italiani? Probabilmente lo erano, ma  quel governo con alto patrocinio ha lasciato e fatto  credere che così fosse, previa ammissione che alcune misure temporanee dovevano per necessità essere “impopolari”. Poi è arrivata le seconda agenda, non più in forma dello slogan “crescita, equità, rigore”, ma in venticinque  pagine per un impegno comune. Alla sua pubblicazione ha risposto Renato Brunetta con recensioni sferzanti e con alcune critiche sul piano economico in parte anche condivisibili (“ahimè” devo dire, perché avrei preferito che esse venissero dal polo opposto). Certamente l’alleggerimento delle responsabilità del precedente governo Berlusconi era  molto marcato in quelle recensioni e le rende sospette se ci si chiede dove vogliono arrivare, ma non faremo qui un processo alle intenzioni.

Fa  piacere leggere un documento di intenti articolato, come la seconda agenda,  invece di sentire ripetere fino alla noia slogan del tipo “crescita, equità, rigore”. Però una domanda va fatta all’estensore di quella agenda  e/o ai suoi consiglieri-collaboratori: si tratta di un programma per un futuro indefinito o di un programma elettorale per la prossima legislatura? C’è il richiamo a un’economia sociale di mercato di tedesca memoria e c’è l’indicazione di una strada liberista per la crescita di thacheriana memoria, c’è l’appoggio alle operazioni “militari di pace”  e si spende perfino una parola in ricordo del volontariato. Il primo capitolo dell’agenda contiene l’esortazione “contro ogni populismo”, ma quando sono arrivato alla fine del documento mi sono chiesto se proprio il contenuto dell’agenda non sia un segno di smaccato  populismo, sebbene  in stile forbito,  lanciato come una rete di pesca a destra e a sinistra, oltre che al centro. Non so quante volte, ma tante, leggendo l’agenda ho trovato l’espressione “bisogna” e di seguito un obiettivo da raggiungere. Tuttavia qui la chiarezza sui tempi e sulla compatibilità dei disparati obiettivi diventa cruciale. Un elettore  non sprovveduto si aspetterebbe una indicazione e quantificazione  di quanto rigore, di quanta crescita e di quanta equità quel governo si impegni a realizzare negli anni della propria legislatura e con quali mezzi, in relazione a plausibili scenari internazionali. Non credo che a tale elettore  interessi una discussione su un impegno comune per realizzare un mondo migliore (anche se non è un libro dei sogni) in tempi generici. Gli interessa evitare in tutti i modi leciti, anche rimettendo in discussione i trattati e lo sciagurato nuovo articolo della Costituzione che impone il pareggio di bilancio,  un ristagno economico ed un continuo degrado sociale dell’Italia che  si intravedono,  diciamolo chiaramente, per il prossimo decennio al perdurare delle politiche di austerità.

Evitiamo la magia di certe parole e di certe immagini.  Anche la Spagna ha visto ridurre lo spread e i suoi leader sono accolti a Bruxelles senza risolini.  E’  allora “risanato” quel paese? Si è risanata  l’Italia in quest’ ultimo anno ed è pronta a ripartire? Agli elettori e, purtroppo, ai mercati spettano le rispettive ardue sentenze, non alle visioni ottimistiche di una luce in fondo al tunnel. Corruzione, evasione fiscale ed un  certo tipo di finanza sono  mali contro cui si oppone la seconda agenda, additando la loro correzione come precondizione per la crescita. Corruzione ed evasione fiscale esistevano però in Italia prima, durante e dopo il miracolo economico del dopoguerra. Corruzione c’è in India e c’è in Cina oggi e ciò non ha impedito né impedisce per ora  una crescita impressionante delle economie di questi paesi. Credo che la riduzione di quei mali  sia un  obiettivo altamente meritevole ma,  al di la’ del necessario controllo e riduzione della criminalità organizzata, non vedo una stretta correlazione fra corruzione-evasione-mala finanza e mancata  crescita.

Esprimo infine alcune speranze, forse pii desideri, ed alcune fondate insinuazioni. Spero che quei poteri abbastanza forti che stanno dietro  la vergognosa occupazione degli spazi televisivi (oltre ai canali RAI 1-2 e Mediaset ora anche i telegiornali di canale 7, Rainews24 e Rai 3) e dei quotidiani più blasonati,  a cui assistiamo in questi giorni, abbiano sopravvalutato il numero degli elettori sprovveduti.  Spero che la gente cambi canale  quando sente  notiziari al limite della schizofrenia, dove nella prima parte si sprecano interventi  basati su indimostrabili controfattuali del tipo “se il governo non avesse  attuato la sua politica del rigore, saremmo caduti nel baratro”, mentre nella seconda parte si forniscono con commozione le statistiche impressionanti sulla disoccupazione crescente, sulle imprese che falliscono e sui consumi in calo, come se non esistesse un nesso fra quella politica e tali effetti. Questo cambio di canale sarebbe sì un proficuo  “silenziare”, invece di quello che è stato raccomandato nei confronti di  certe ali invise.  Spero che gli italiani non si facciano intimidire da quel terrorismo verbale, né dall’ascesa in campo dell’Osservatore Romano, né impressionare da atteggiamenti arroganti o puramente mediatici: l’incedere ecclesiastico a piccoli passi, le movenze ieratiche della mani, il sorriso sdegnoso con bocca leggermente piegata all’ingiù, qualche parola in inglese che fa molto gran mondo dell’economia per i poveri allocchi, le battute non tanto sottili da goliardia meneghina.

Io non credo che la coalizione che si presenta all’elettorato sbandierando quell’agenda piena di seducenti obiettivi sia in grado, attraverso una nuova e più grande coalizione postelettorale, di attuare quegli obiettivi  prioritari  che la maggioranza del  popolo italiano condivide e che sono sussunti dal binomio crescita-equità, lasciando che il rigore e l’austerità siano trattati come discutibili strumenti da demandare al dibattito scientifico-ideologico. Naturalmente tutte le alleanze post-elettorali sono immaginabili. Apparentemente, la coalizione portatrice della seconda agenda si presenta alle elezioni con la premessa “chi ci sta ci sta” con quell’elenco di meravigliosi obiettivi in essa contenuti, ma allo stesso tempo l’agenda si apre e si chiude come una fisarmonica all’approssimarsi delle elezioni.  Per esempio la politica del rigore ivi enunciata  viene edulcorata  in fase elettorale da promesse di alleggerimenti e ristrutturazioni  fiscali, come l’IMU sulla prima casa da redistribuire a favore dei Comuni ma, come si dice, a saldi invariati per le tasche dei cittadini. Sappiamo anche che  quella coalizione è  pronta ad allearsi, naturalmente per il “bene del Paese”,  con il partito che uscirà vincitore relativo alle prossime elezioni,  nella presunzione che esso al Senato avrà bisogno di numeri e che dichiari l’adesione alla seconda agenda.  Poi,  grazie alla natura di agenda-fisarmonica,  si addiverrà a qualche suo ritocco chè sarà necessario per salvare la faccia nei confronti dei rispettivi elettori. Sappiamo infine  che molti, appartenenti a quel probabile vincitore, stanno facendo un pensierino al riguardo…. Per ora guardiamo ai fatti, cerchiamo di ragionare con calma e non lasciamoci intimorire da chi annuncia l’apocalisse se  prevarrà il “populismo” delle forze politiche che intendono contribuire, non solo con messaggi elettorali, ad un tipo di Europa diverso da quello attuale. Certamente siamo un paese democratico con le frontiere aperte  e nulla impedisce ai suoi cittadini di arrendersi e di emigrare altrove, anche grazie alla  maggiore flessibilità in uscita del mercato del lavoro. Un ritorno, dopo decenni, all’emigrazione coinvolgerebbe  tutte le categorie di capitale umano . Cerchiamo di evitarlo

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