Baricco: “Esistono bello e brutto. Non esistono né il colto né il popolare”


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Intervista allo scrittore che porta in teatro a Roma e su Repubblica.it le sue letture sui mutamenti del gusto: “Ascoltare la Recherche è come vedere giocare Messi”

di RAFFAELLA DE SANTIS

Baricco: "Esistono bello e brutto. Non esistono né il colto né il popolare"Alessandro Baricco

Ai tempi di Pickwick – erano gli anni Novanta – arrivava in televisione a parlarci di Carver o García Márquez in maniche di camicia e jeans scoloriti. E già quel gesto, quel togliere la cravatta alla letteratura, fu una piccola rivoluzione mediatica. Oggi Alessandro Baricco porta al teatro Kate Moss e Tucidide, il re di Francia Luigi XVI e Marcel Proust. Il metodo è quello che lo scrittore preferisce da sempre: accostare l’alto e il basso, sorprendere con avvicinamenti spiazzanti tra scrittori e giocatori, musica classica e pop star. Quattro personaggi per quattro lezioni intorno al gusto, alla giustizia, al tempo e alla scrittura, che si terranno da giovedì 17 gennaio fino a domenica 20 al teatro di Roma Palladium. Le Palladium Lectures saranno trasmesse live in streaming su Repubblica.it e poi in televisione su Sky Arte e su Effe Tv, il canale della Feltrinelli che debutterà a marzo. Iniziamo da qui. Come possono stare insieme Kate Moss e Tucidide? “Se si vogliono capire i meccanismi della civiltà e il modo di stare al mondo degli umani, la cultura alta non offre materiali più significativi della cultura popolare. Dunque, se lo scopo è questo, Kate Moss può essere utile come la Callas, Proust o Tucidide”.

Che cosa la colpisce in Kate Moss? 
“Volevo raccontare l’anomalia di questo personaggio che ha modificato il nostro gusto collettivo all’inizio degli anni Novanta. Capire perché è diventata un’icona. Kate Moss ha imposto un tipo di bellezzaanoressica selvaggia, acerba, molto infantile in un momento in cui le top model erano completamente diverse”.

Ha segnato una svolta nel gusto sociale?
“Nel suo primo servizio fotografico sulla rivista inglese The Face, Kate Moss ha 16 anni. È l’estate del 1990. Quell’immagine rispetto alle copertine di Elle o Vogue rivela un altro mondo. Kate è bruttina, totalmente diversa dal modello rappresentato dalla Schiffer. Mi interessava capire come mai il gusto collettivo avesse compiuto in così breve tempo un tale salto in avanti. Mi affascinano questi strappi nel tempo, questi balzi improvvisi. Nella lirica è successa la stessa cosa quando si è passati dalla Tebaldi alla Callas”.

E ha capito perché sono avvenuti questi cambiamenti?
“Forse perché c’erano delle attese non soddisfatte, dei desideri non appagati. C’era una fame collettiva di realtà, dovuta al fatto che ci si era allontanati troppo dalle cose vere. La voce della Callas è più vera di quella della Tebaldi. Kate Moss è più vera di Claudia Schiffer”.

Un accostamento ardito, ma come farà a passare nelle sue letture da Kate Moss a Tucidide? 
“È possibile perché Tucidide non è così lontano da noi. Leggerò il dialogo degli ateniesi e dei Melii, contenuto nella Guerra del Peloponneso, un dialogo in cui gli ambasciatori ateniesi incontrano gli oligarchi di Melo e devono trattare. È bello scoprire che molto tempo fa si ponevano gli stessi nostri problemi: cosa sia giusto fare, cosa sia la giustizia, quali diritti esistono al di là di quelli della forza e della debolezza. Leggere Tucidide non è importante perché bisogna leggere i Greci, ma perché quella sua riflessione sulla giustizia è valida ancora oggi”.

Al Palladium farà dunque delle lezioni, come se fosse a scuola. Le piace insegnare o essere considerato un pedagogo la imbarazza?

“Mi piace la scuola in tutte le sue forme, anche quando l’allievo sono io. Ma insegnare deve essere soprattutto un’esperienza emotiva, altrimenti mi annoia, non mi interessa”.

È questo tipo di emozione che ha provato davanti alla storia della fuga di Luigi XVI dopo la Rivoluzione?
“La lezione parte da una cartina che descrive l’allontanamento di Luigi XVI da Parigi. La mia è una riflessione sul tempo, sul fatto che delle volte si sfalda, che nella nostra vita non c’è puntualità, che spesso arriviamo troppo presto o troppo tardi. Il re fugge, ma la notizia viaggia molto più lentamente di lui. Ci sono dei posti in cui dopo qualche giorno si pensa ancora di vivere sotto la monarchia, mentre tutto è crollato. È la stessa situazione che troviamo in Shakespeare: Giulietta si risveglia un minuto dopo che Romeo è morto. I tempi non coincidono, è il dramma di noi umani”.

Proust è una sua vecchia passione, come reagisce il pubblico di fronte a una lettura non proprio facile? 
“Ascoltare Proust è come vedere Messi giocare a pallone. Io mi limito a leggerlo per far capire quanto fosse bravo. Da artigiano smonto il testo per mostrare la sua tecnica di scrittura”.

Avvicinare Kate Moss e Proust può sembrare però anche un vezzo po’ snob…
“Non è una scorciatoia. Se viene percepito come un eccesso di brillantezza, pazienza. A me non fanno paura gli intellettuali brillanti. Perché no? Alla gente piace anche fare delle esperienze brillanti nella vita. Faccio fatica a considerarlo un difetto”.

Già nei primi anni Novanta scriveva L’anima di Hegel e le mucche del Winsconsin. Le piacciono le contaminazioni postmoderne?
“In quegli anni si chiamavano trasversalismi e si usava la categoria del postmoderno. Adesso però bisognerebbe capire che siamo andati oltre. Non c’è più nessuna linea di demarcazione tra l’arte colta e popolare. C’è una sola cultura”.

È un dibattito vecchio?
“Esistono cose brutte e cose belle, vive e morte, semplici e più complesse. Tutto qui… E poi mi sono laureato su Adorno, so cosa voleva dire arte alta e arte popolare”.

E dopo cos’è successo, ha rinnegato Adorno per l’industria culturale?
“È come laurearsi sulla Germania dell’est due anni prima della caduta del Muro. Invece che studiare il futuro, stavo studiando una cosa che sarebbe presto morta. Non ho rinnegato Adorno, ma conoscendolo bene ho potuto valutarne nel corso degli anni gli errori tragici”.

Quindi non dobbiamo preoccuparci se l’arte colta sembra caduta in discredito?
“C’è un errore di partenza. Noi scambiamo per arte colta un’arte che al tempo era popolare. Il teatro musicale di Verdi era popolare. Era quello che facevano a quel tempo, senza domandarsi se fosse colto o popolare”.

I barbari possono apprezzare Proust?
“A un barbaro certe cose non interessano semplicemente perché non gli abbiamo spiegato che sono importanti per la sua sopravvivenza. Anche i barbari possono capire Proust. E possono emozionarsi”.

(11 gennaio 2013)

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