La fine del capitalismo


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Internazionale 23 dicembre 2011
La fine del capitalismo
Wolfgang Uchatius, Die Zeit, Germania

Negli ultimi anni le economie dei paesi avanzati hanno prodotto un benessere fittizio, alimentato da consumi crescenti finanziati con il debito. La crisi ha dimostrato che il sistema così com’è non funziona più. È arrivato il momento di cercare un’alternativa

Molte migliaia di anni prima della grande crisi finanziaria, nel deserto africano del Kalahari viveva il popolo dei boscimani !kung. Uomini e donne piccoli e tenaci che uccidevano antilopi e zebre con le frecce avvelenate. Prima di mangiarle, però, ne dividevano le carni perché, secondo la tradizione, la preda di un cacciatore apparteneva anche agli altri.
All’inizio degli anni ottanta i !kung vivevano ancora nel Kalahari. Mentre il resto del mondo aveva inventato l’automobile, la bomba atomica e gli scambi azionari, loro continuavano a tirare frecce avvelenate. E continuavano a dividere tutto. Ma non è durato molto.

Un giorno un antropologo statunitense ha notato alcuni importanti cambiamenti nei villaggi !kung. I cacciatori restavano a casa, le capanne erano costruite in modo che i vicini non potessero vedere cosa succedeva all’interno, e quasi tutte le famiglie si erano procurate una cassa con il lucchetto per custodire il loro patrimonio. Cos’era successo? Niente di particolare: il governo del Botswana aveva cominciato a scambiare merci con i !kung. L’economia di mercato era sbarcata anche nel deserto del Kalahari. Un piccolo popolo aveva scoperto i piaceri della proprietà. Per i !kung, quello è stato l’inizio del capitalismo.

Nel frattempo da noi è cominciata la fine del capitalismo, almeno nella forma in cui lo conosciamo oggi. Per capire cos’è successo  è utile richiamare l’immagine usata dall’economista austriaco Joseph Schumpeter per descrivere l’essenza del capitalismo: la macchina. Una metafora perfetta, dal momento che il successo dell’economia di mercato è legato indissolubilmente alle innovazioni tecnologiche, come la macchina a vapore, la locomotiva, l’altoforno e la catena di montaggio.

Per questo è facile descrivere l’intero sistema come un’unica grande macchina che produce sempre qualcosa e in quantità sempre maggiori. Oggi, per esempio, un tedesco ha a disposizione televisori, libri, mobili, radio, fotocamere digitali, lavatrici, cellulari, automobili, computer. In totale possiede diecimila oggetti diversi. E dal momento che le aziende producono sempre nuovi oggetti, si può dire che la macchina raggiunge il suo scopo solo se le persone continuano a comprare.

Una cifra illuminante 

Alla fine degli anni ottanta la grande macchina ha ricevuto un nuovo inaspettato slancio. Dopo la caduta del muro di Berlino il capitalismo si è diffuso in tutto il mondo, fino agli angoli più remoti dell’Europa orientale, dell’Asia e dell’Africa. Ha trovato nuovi mercati dappertutto: in Ucraina, Romania, India, Cina, Vietnam, Cambogia e perfino tra i !kung. Dopo essersi sviluppato nei paesi industrializzati dell’Europa e del Nordamerica, il capitalismo ha realizzato la sua espansione globale in diverse fasi, tutte innescate da una forte crescita economica.
Ora, quindi, la macchina capitalistica dei paesi industrializzati dovrebbe andare al massimo e l’economia dovrebbe crescere a ritmi senza precedenti. Dovrebbe, ma in realtà è successo il contrario, qualcosa di strano e inaspettato.

La macchina non funziona più come prima.
Una cifra è illuminante: 354 miliardi di euro. Rappresenta la crescita del pil tedesco tra il 2000 e il 2006, quindi prima dell’inizio della crisi. Se consideriamo che i tedeschi sono 82 milioni, questo significa che in quegli anni il loro reddito medio è cresciuto di 4.317 euro. Una cifra inferiore al passato. Ma non bisogna essere troppo avidi. Del resto, con 4.317 euro si possono comprare un bel po’ di cose. Il vero significato dei 354 miliardi di euro è un altro. Lo si capisce quando si confronta questa cifra con l’aumento del debito pubblico tedesco tra il 2000 e il 2006: 342 miliardi.

È quasi la stessa cifra del pil. Già prima della crisi, quindi, la Germania ha raggiunto il suo benessere indebitandosi sempre di più. In pratica, il paese si è fatto prestare il benessere. La crescita è stata fasulla. La macchina dell’economia tedesca corre, ma corre a vuoto.
Questo non basta per far dubitare del capitalismo. L’inizio del terzo millennio non è stato facile per le imprese tedesche. I costi del lavoro sono alti, la concorrenza sul mercato internazionale è feroce, l’economia tedesca è ingessata da un numero eccessivo di leggi. Forse, quindi, non siamo di fronte a un problema del capitalismo, ma a un problema esclusivamente tedesco. In fondo, ci sono diversi modelli di macchina capitalistica: accanto al sistema tedesco, per esempio, ci sono quello francese, l’americano, il giapponese.

Ognuno si distingue leggermente dall’altro in base alle leggi, ai contratti di lavoro, ai governi e ai sindacati. Ma forse negli altri grandi paesi industrializzati la macchina ha continuato a correre. E invece no. La situazione è la stessa dovunque. Che si tratti del capitalismo liberista statunitense, di quello centralizzato francese o del sistema giapponese basato sulla logica del consenso: se si toglie la scorza dei debiti, il frutto della crescita economica è minimo.

Attenzione, non stiamo parlando di come evitare il problema dell’indebitamento. Anzi, per essere chiari, è bene sapere che i debiti sono l’essenza dell’economia di mercato. Il nostro capitalismo funziona così: qualcuno – lo stato o un imprenditore privato, poco importa – si fa prestare del denaro, diciamo un milione di euro, e lo usa per produrre oggetti che possano piacere alla gente.
Decide, per esempio, di investire il milione di euro in acciaio. Compra gli strumenti necessari per lavorarlo, assume lavoratori e alla fine fabbrica delle automobili che vende in blocco per due milioni di euro. In questo modo si crea il plusvalore, il benessere, la vera crescita economica. È così che si avvia la macchina della ricchezza e i diecimila prodotti a disposizione di un tedesco diventano ventimila. Con questo obiettivo, secondo la logica del capitalismo dei paesi sviluppati, lo stato chiede in prestito un milione di euro. Oggi, però, il plusvalore e il benessere sono entità molto labili. Infatti crescono solo i debiti.
Allora ci dev’essere qualcosa che frena la macchina del capitalismo. Dev’essere un fenomeno recente, perché fino a pochi decenni fa l’economia cresceva in Germania, in Giappone e negli Stati Uniti. Dev’essere così forte da neutralizzare la spinta che il capitalismo ha ricevuto dagli sterminati mercati dell’Europa orientale e dell’Asia. E la causa non può essere legata a un singolo paese, altrimenti questo periodo di stasi non si manifesterebbe contemporaneamente, come oggi, in tanti paesi diversi. Cos’hanno in comune i tedeschi, i francesi, i giapponesi e gli statunitensi? L’abbondanza.

Quando gli economisti si riferiscono alle persone, usano spesso il termine “consumatori”, perché è questo il ruolo dei cittadini nella catena economica. Invece del verbo “consumare” si potrebbe usare anche il termine “comprare”. Un tempo avevano lo stesso significato. Si leggevano libri appena comprati, si indossavano magliette nuove, ci si divertiva con un nuovo giocattolo. Ma per fare tutto questo ci vuole tempo. Se il tedesco medio usa almeno una volta nella vita le diecimila cose che ha comprato, non resta molto tempo per comprarne di nuove.  Quindi il consumo, fattore essenziale del capitalismo, può frenare la macchina. Per continuare a far crescere l’economia, infatti, bisogna comprare senza sosta.

A questo punto sorge un altro problema: come convincere le persone a comprare senza consumare, accumulando libri dimenticati sulle mensole, vestiti nell’armadio, giocattoli nelle camere da letto dei bambini, con il solo scopo di impacchettarli e abbandonarli al più presto per comprarne di nuovi. Con la pubblicità si possono convincere la persone, ma è un processo difficile e costoso, e a volte non funziona. Così la macchina del capitalismo finisce per rallentare e bloccarsi.

Mercati saturi
Ormai è evidente che i paesi sviluppati si stanno avvicinando sempre più a questo punto. I negozi non sono vuoti, anzi. Le persone comprano, anche se meno rispetto agli anni scorsi. Ma perché la macchina continui a funzionare, devono comprare sempre di più ogni anno. Solo che non è facile. I mercati sono saturi. Ogni tanto viene lanciato
un nuovo smartphone, un nuovo computer portatile. Ma di più non si può fare.

Che meraviglia. Siamo sazi, come prevedeva un famoso economista. Quest’economista aveva profetizzato che i suoi nipoti da grandi sarebbero stati otto volte più ricchi dei loro nonni e che un simile mondo dell’abbondanza avrebbe soddisfatto i bisogni “assoluti” della popolazione. L’economia avrebbe smesso di crescere e il capitalismo avrebbe esaurito il suo compito di colmare le lacune della società. Le persone sarebbero state felici. Quell’economista era John Maynard Keynes. Lo ha scritto nel saggio Possibilità economiche per i nostri nipoti. I suoi “nipoti” siamo noi.

Da allora, in effetti, il reddito pro capite dei paesi sviluppati è cresciuto otto volte. Ma con il tempo la crescita economica è arrivata a un punto morto. Molte persone non l’hanno presa affatto bene. Da tempo in paesi come la Germania o gli Stati Uniti il “tasso di felicità” sociale non cresce più. Aveva smesso di farlo già negli anni settanta, quando c’erano sei o settemila cose da comprare. Invece è aumentato il numero di persone che si ammalano a causa dello stress. Alcuni cominciano a usare la formula “capitalismo senza crescita”. Non suona male. Sarebbe come dire: benessere senza stress. Se il reddito fosse diviso in modo più equo e si distribuisse lo sforzo in modo da impegnare tutti, allora le persone si accontenterebbero di quello che hanno. Così diceva Keynes. Pensava che la macchina capitalistica si sarebbe spenta da sola e avrebbe lasciato la gente in pace.

Per capire che questo ragionamento è sbagliato basta sfogliare un giornale, accendere la tv o visitare un paio di siti internet. Oppure possiamo immaginare una rappresentazione teatrale all’aperto. C’è un’opera che va in scena dal settembre del 2008, quando la banca d’investimento statunitense Lehman Brothers è fallita.
S’intitola Crisi finanziaria. In realtà non parla di una crisi finanziaria né di una crisi del debito. O meglio, ne parla, ma come conseguenza di qualcos’altro.

Prima della crisi gli investitori hanno puntato sulla crescita del settore immobiliare statunitense attraverso l’acquisto di titoli legati ai mutui ipotecari. Hanno speculato sul fatto che sarebbero state costruite ancora più case. Ma il mercato era saturo, i loro titoli hanno perso valore e così è cominciata la crisi finanziaria. Gran parte degli investitori erano banche. Tradizionalmente i loro affari consistono nel fornire credito ai mercati in espansione: per esempio prestano denaro alle case automobilistiche.
Ma i mercati non crescono più abbastanza. Per questo molte banche hanno puntato su nuove attività. Ma quando queste attività sono fallite, non hanno avuto la possibilità di coprire le perdite ed è cominciata la crisi bancaria. Per salvare le banche, i paesi industrializzati hanno contratto debiti enormi.

Purtroppo, però, avevano già debiti eccessivi. Per anni hanno sperato di poterli ridurre attraverso una crescita maggiore, che avrebbe assicurato più entrate fiscali. Ma la crescita non c’è stata, le entrate neanche e ora, attraverso il salvataggio delle banche, i debiti sono cresciuti all’inverosimile. Così è cominciata la crisi del debito.

Il vero problema è che manca la crescita. Le misure adottate in tre anni di crisi hanno avuto l’obiettivo di accelerare la crescita dell’economia rimettendo in moto la macchina capitalistica, ma ci hanno anche permesso di comprendere la vera natura della crisi. I governi di Germania, Stati Uniti e Giappone hanno abbassato le tasse, hanno stanziato sussidi, hanno introdotto premi di rottamazione per le automobili. Tutto per spingere le persone a spendere. Forse così si risolve tutto, hanno pensato. Forse la gente ricomincerà a spendere e le imprese torneranno a crescere. Forse gli indiani e i cinesi potranno comprare tutte le automobili e le lavatrici prodotte dalle fabbriche tedesche.

Qualcuno inventerà un prodotto sensazionale che scatenerà un’enorme fame di consumi. Un telefonino con cui è possibile volare, per esempio.
Se non dovesse funzionare, resterebbero due strade per il futuro del mondo industrializzato. La prima consiste nello stimolare a tutti i costi la crescita per tenere in vita l’economia, com’è successo finora, aumentando la spesa pubblica e di conseguenza i debiti. E quindi producendo nuove scorie, cioè le emissioni di anidride carbonica causate dalla macchina capitalistica. La loro quantità è legata al numero di oggetti posseduti dalle persone.
Questi effetti sono sempre stati difficili da giustificare, ma in passato le emissioni potevano essere considerate come il prezzo da pagare per il benessere, come la condizione necessaria per la creazione di nuovi posti di lavoro e la crescita del plusvalore. Si poteva perfino sostenere che se fosse aumentato il benessere, ci sarebbero stati più soldi per finanziare lo sviluppo delle energie pulite.

Ma se la crescita è fittizia e consiste semplicemente nell’evitare il prossimo crollo delle borse, allora bisognerebbe chiedersi perché i paesi industrializzati continuano a bruciare petrolio e gas. Per ora, però, si sorvola sulla domanda, la risposta può aspettare domani. Quello che conta oggi è che la macchina continui a funzionare in qualche modo, fino alla prossima crisi.

La seconda strada è più faticosa e non sappiamo dove porta. Consiste nel cercare le risposte ad altre domande più impegnative. La società si può organizzare in modo da accontentarsi di conservare il benessere invece di aumentarlo? Cosa bisogna fare perché sia la felicità delle persone a crescere e non il fatturato delle imprese? È possibile dare alla natura un valore superiore a quello dei diecimila oggetti? Insomma, esiste un’alternativa al capitalismo?

Il punto di vista dei poveri
È una domanda antichissima. Nel corso dei secoli è stata fatta migliaia di volte da marxisti, romantici, teologi della liberazione, sindacalisti, terzomondisti. Ma è stata formulata sempre dal punto di vista dei poveri, basandosi quindi sull’idea che il capitalismo non riesca a eliminare la miseria. Per questo alcuni hanno cercato di inventarsi un sistema che eliminasse la povertà più velocemente di quanto facciano le economie di mercato. Con un po’ di sforzo si possono trovare molti esempi.

Ci sono gli insegnamenti del mahatma Gandhi, secondo cui ognuno deve procacciarsi da sé vestiti e cibo per sfuggire alle logiche di mercato. Oppure c’è il sogno di un’autogestione anarchica, secondo cui nessun uomo può arricchirsi sulle spalle degli altri, un “sogno” diventato (breve) realtà durante la guerra civile spagnola.
 E poi c’è il socialismo, nelle sue molteplici varianti, che ha adottato l’idea di poter condurre metà dell’umanità verso un mondo migliore e che successivamente è stato sconfessato proprio da questa metà dell’umanità.

Tutti questi tentativi sono naufragati e alla fine si sono rivelati meno efficaci, a livello sociale, della macchina capitalistica, che non ha prodotto solo un’opulenza apparente e a tratti oscena, ma ha anche salvato dalla povertà centinaia di milioni di cinesi, indiani, sudcoreani, vietnamiti e brasiliani. Il capitalismo, quindi, non morirà per la miseria, ma probabilmente per la ricchezza che ha creato. Il capitalismo ha alleviato le sofferenze delle persone: per questo una rivoluzione dal basso sembra impensabile, così come un nuovo sistema economico progettato dall’alto.

Il denaro che alla fine del novecento è arrivato ai !kung non è rimasto a lungo da quelle parti. Alcuni pensavano che la sabbia del Kalahari nascondesse dei diamanti e così i !kung sono stati cacciati dalle loro terre.
Oggi alcuni di loro fanno i domestici in qualche fattoria, altri lavorano come braccianti per pochi soldi, altri ancora sono diventati alcolizzati o conducono una vita solitaria nelle riserve naturali, dove provano di nuovo a cacciare come si faceva una volta. Forse un’alternativa al capitalismo non serve solo ai paesi industrializzati. Anche i !kung ne hanno bisogno.

Lo chiamano progresso
Arundhati Roy, The Guardian, Gran Bretagna

Il capitalismo non può garantire benessere e giustizia sociale per tutte le persone.
Il discorso di Arundhati Roy a Zuccotti park il 16 novembre 2011

Ieri la polizia ha sgombrato Zuccotti park, ma oggi le persone sono tornate. La polizia dovrebbe sapere che la protesta di Occupy Wall street non è una lotta per il territorio. Non stiamo combattendo per occupare un parco, ma per la giustizia.
Giustizia non solo per il popolo degli Stati Uniti, ma per tutti. Con la protesta cominciata il 17 settembre, siete riusciti a introdurre un nuovo immaginario, un nuovo linguaggio politico nel cuore dell’impero. Avete riportato il diritto di sognare in un sistema che cercava di trasformare tutti i suoi cittadini in zombie stregati dall’equazione tra consumismo insensato, felicità e realizzazione di sé. Per una scrittrice, lasciate che ve lo dica, questa è una conquista immensa.

Non potrò mai ringraziarvi abbastanza. Oggi l’esercito degli Stati Uniti conduce una guerra di occupazione in Iraq e in Afghanistan. I droni statunitensi uccidono civili in Pakistan e altrove. Decine di migliaia di soldati americani e di squadre della morte stanno entrando in Africa. Se spendere migliaia di miliardi dei vostri dollari per occupare l’Iraq e l’Afghanistan non dovesse bastare, oggi si parla anche di una guerra contro l’Iran. Dai tempi della grande depressione, la produzione di armi e l’esportazione di conflitti sono state gli strumenti fondamentali con cui gli Stati Uniti hanno stimolato la loro economia.

L’amministrazione del presidente Barack Obama ha concluso un accordo con l’Arabia Saudita che prevede la fornitura di armamenti per 60 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sperano di vendere migliaia di bombe antibunker agli Emirati Arabi Uniti. E hanno venduto aerei militari per cinque miliardi di dollari al mio paese, l’India, che ha più poveri di tutti i paesi dell’Africa messi insieme. Tutte queste guerre – dal bombardamento di Hiroshima e Nagasaki al Vietnam, dalla Corea all’America Latina – sono costate milioni di vite umane. E sono state tutte combattute per garantire l’american way of life.

Quattro proposte
Oggi sappiamo che l’american way of life – il modello a cui dovrebbe aspirare tutto il resto del mondo – ha fatto sì che negli Stati Uniti 400 persone possiedano la ricchezza di metà della popolazione. Ha significato migliaia di persone sbattute fuori dalle loro case e dal lavoro mentre il governo di Washington salvava le banche e le multinazionali: il gruppo assicurativo Aig ha ricevuto, da solo, 182 miliardi di dollari.
Il governo indiano adora la politica economica statunitense. Grazie a vent’anni di economia di libero mercato, oggi i cento indiani più ricchi possiedono beni che valgono un quarto del pil del paese, mentre più dell’80 per cento dei cittadini vive con meno di 50 centesimi al giorno.
Duecentocinquantamila agricoltori trascinati in una spirale di morte hanno finito per suicidarsi. L’India lo chiama progresso, e oggi si considera una superpotenza.

Come voi, anche noi indiani abbiamo una popolazione ben istruita, bombe nucleari e un livello di diseguaglianza vergognoso. La buona notizia è che la gente ne ha abbastanza e non vuole più accettare tutto questo. Il movimento Occupy Wall street si è unito a migliaia di altri movimenti di resistenza in tutto il mondo grazie ai quali i più poveri tra i poveri si alzano in piedi per fermare l’avanzata delle multinazionali. In pochi sognavamo di poter vedere voi – i cittadini degli Stati Uniti che stanno dalla nostra parte – combattere questo sistema nel cuore stesso dell’impero. Non trovo le parole per spiegare quanto tutto questo significhi. Loro (l’1 per cento) dicono che non abbiamo richieste precise da fare. Non sanno, forse, che la nostra rabbia da sola sarebbe sufficiente a distruggerli.

Ma ecco alcune proposte – alcuni miei pensieri “prerivoluzionari” – su cui possiamo riflettere insieme. Noi vogliamo mettere un freno a questo sistema che fabbrica ineguaglianza. Vogliamo mettere un limite alla smisurata accumulazione di ricchezza da parte di alcuni individui e alcune società. Ecco le nostre richieste.

Primo. Mettere fine alle proprietà incrociate nel mondo degli affari. I produttori di armamenti, per esempio, non possono controllare reti televisive, le società minerarie non possono gestire i giornali, le aziende non possono finanziare le università, i gruppi farmaceutici non possono controllare i fondi per la sanità pubblica.
Secondo. Le risorse naturali e i servizi essenziali – acqua, elettricità, sanità e istruzione – non possono essere privatizzati.
Terzo. Tutti hanno diritto a una casa, all’istruzione e all’assistenza sanitaria.
Quarto. I figli dei ricchi non possono ereditare la ricchezza dei genitori.
Questa lotta ha risvegliato la nostra immaginazione. Da qualche parte, nel suo cammino, il capitalismo ha ridotto l’idea di giustizia al solo significato di “diritti umani”, e l’idea di sognare l’uguaglianza è diventata blasfema.
Non stiamo combattendo per giocherellare con la riforma del sistema. Questo sistema deve essere sostituito. Da militante, rendo omaggio alla vostra lotta.

Salaam e zindabad. u gc
Arundhati Roy è una scrittrice indiana.
Il suo libro più famoso è Il dio delle

Il circolo vizioso della finanza

John Lanchester, London Review of Books, Gran Bretagna

Dal Giappone agli Stati Uniti fino alla Gran Bretagna. Tre vicende dimostrano che il capitalismo finanziario è diventato un universo regolato da logiche ormai indecifrabili

Nessun saggio ha un titolo più bello dell’Assassinio come una delle belle arti di Thomas De Quincey. Se fosse ancora vivo, De Quincey potrebbe scrivere il seguito: Il disastro finanziario come una delle belle arti. Forse l’argomento sembrerebbe meno accattivante, ma ci sarebbe parecchio materiale da cui attingere. Come ha sottolineato più volte Warren Bufett, “solo quando la marea scende si capisce chi fa il bagno nudo”. Le crisi economiche e finanziarie fanno sempre emergere scandali e rivelazioni scomode. Adesso che la marea è scesa (per la verità sta ancora scendendo) c’è solo l’imbarazzo della scelta. In Gran Bretagna lo scandalo più recente ha coinvolto la banca Northern Rock, che con il suo crollo nell’autunno del 2007 aveva dato il via alla stretta creditizia e alla “grande recessione”. La banca è stata di recente ceduta alla Virgin Money per 747 milioni di sterline.

Se i proitti della banca cresceranno, aumenterà anche la quota incassata dai contribuenti, fino a un tetto massimo di un miliardo di sterline. Visto che nazionalizzare solo la parte “buona” (cioè presumibilmente la più solvibile) della Northern Rock è costato 1,4 miliardi di sterline, l’affare, come s’intuisce anche dai titoli dei giornali, non è così vantaggioso: nella migliore delle ipotesi i contribuenti ci rimettono 400 milioni di sterline. Prima che scoppiasse la catastrofe del 2008 era una cifra considerevole. Ma non è tutto. Dietro l’apparente semplicità dell’acquisizione della Northern Rock da parte di Richard Branson
e della Virgin, infatti, c’è una vicenda più complicata: quasi tutto il denaro della transazione proviene dal partner di Branson, W. L. Ross and Co., una società specializzata in aziende in difficoltà e titoli sottovalutati (uno dei soprannomi di Wilbur Ross è “re della bancarotta”). Queste sono le quote: 260 milioni di sterline sono stati versati da W. L. Ross, 50 milioni dalla Virgin Money e altrettanti dal fondo d’investimento di Abu Dhabi.

Avrete notato che la somma è ben lontana dai 747 milioni che sono serviti per comprare la banca. Da dove sono arrivati gli altri soldi? Risposta: l’acquisizione è stata pagata in buona parte con il capitale della nuova banca, pari a circa 400 milioni di sterline. Al momento della pubblicazione degli ultimi risultati, il capitale tier 1 della Northern Rock (cioè il suo patrimonio di base) corrispondeva al 30 per cento delle attività complessive della banca. Questa percentuale misura il grado di sicurezza di una banca, perché rivela quanta liquidità c’è in cassa. Più alto è il rapporto, più sicura è la banca. Il tier 1 minimo di una banca in Gran Bretagna è il 10 per cento.

La Virgin ha promesso che per la nuova banca il rapporto sarà del 15 per cento, molto più basso rispetto al margine attuale. In parole povere gli acquirenti stanno usando il capitale della Northern Rock per acquistare la Northern Rock. È una transazione piuttosto comune nel mondo della finanza, ma non tanto da placare le ansie di un’opinione pubblica che non ne può più di complesse operazioni di ingegneria finanziaria.

Per farla breve, l’affare Virgin si traduce in una perdita secca per i contribuenti, usa tecniche finanziarie astruse, simili a quelle che hanno fatto crollare la Northern Rock quattro anni fa, e rende la banca notevolmente meno sicura. Sotto ogni punto di vista è stata una soluzione meno vantaggiosa rispetto all’alternativa caldeggiata dalla maggioranza dei cittadini, quella di dar vita a un istituto di credito fondiario “mutualizzato”, cioè controllato dai risparmiatori e dai dipendenti, che ne avrebbero ottenuto la maggioranza azionaria. Sotto ogni aspetto, si diceva.  Escluso uno, però: cioè il fatto che quella della Virgin è stata l’unica offerta concreta.

Scommesse troppo rischiose
Dopo l’annuncio della vendita alla Virgin, in parlamento è emerso che la Commissione europea, in cambio dell’autorizzazione a nazionalizzare la Northern Rock, aveva issato un limite di tempo entro il quale la banca poteva rimanere sotto il controllo dello stato (restando pubblica, infatti, la Northern Rock può offrire maggiori garanzie ai clienti e fare investimenti più rischiosi, impossibili per le altre banche). Questo termine scade nel 2013.

Alla luce di questa scadenza, e del fatto che sul tavolo non c’erano altre offerte concrete, il governo è stato costretto a scegliere tra un uovo oggi e una gallina domani. Non credo che avesse un gran margine di manovra. È vero, il contribuente è rimasto fregato. Ma non si tratta di uno scandalo inatteso, quanto dell’inevitabile epilogo del crollo
della Northern Rock nel 2007.
Da un punto di vista estetico, credo che De Quincey avrebbe preferito lo scandalo americano della Mf Global. In questo caso il personaggio centrale è Jon Corzine, nome non molto noto al di fuori degli Stati Uniti.

Corzine è stato amministratore delegato della Goldman Sachs dal 1994 al 1999 e ha gestito la quotazione in borsa della banca, un’operazione che ha fatto piovere una gran quantità di denaro nelle tasche degli ex partner dell’istituto. Si dice che, quando era alla Goldman, Corzine salutasse i colleghi dicendo “pace” (se avessi lavorato anch’io alla Goldman, gli avrei risposto “soldi”). Nel 1999 Corzine è stato liquidato con una buonuscita di 400 milioni di dollari. Incassato il bottino, si è messo in politica con il Partito democratico e ha investito la sua fortuna per comprarsi un seggio al senato per il New Jersey.

È stato senatore dal 2001 al 2006, poi governatore dal 2006 al 2010, quando è stato sconfitto dal repubblicano Chris Christie. Dopo essere passato dai soldi alla politica è tornato ai soldi: è diventato amministratore delegato della società di brokeraggio Mf Global, con la promessa di trasformarla nella nuova Goldman Sachs.

In molti hanno provato a fare concorrenza alla Goldman. Non è mai finita bene. La Mf Global è una società di intermediazione, cioè un’azienda che sostanzialmente compra e vende cose per conto dei clienti. È difficile che queste società possano crescere tanto e così rapidamente da sfidare le grandi banche d’investimento. Corzine, quindi, ha usato la Mf Global per mettersi a fare trading in proprio, investendo (leggi “scommettendo”) cifre enormi sui debiti pubblici dei paesi dell’Unione europea.
La scelta dei tempi è stata singolare: un po’ come puntare tutto sui dirigibili mentre l’Hindenburg si appresta a decollare per il suo ultimo viaggio. Quando è scoppiata la crisi dell’eurozona il valore di questi investimenti è crollato. Per continuare a operare, Corzine avrebbe dovuto ricapitalizzare la società, ma non ne aveva i mezzi. Così il 31 ottobre ha portato i libri in tribunale.

È qui che questo fallimento, losco ma tutto sommato ordinario, assume i toni dello scandalo. Oltre a non avere un soldo in cassa, infatti, la Mf Global ha perso anche i soldi che doveva gestire per conto dei suoi clienti. Inizialmente i liquidi scomparsi ammontavano a 600 milioni di dollari, ora la stima è salita a circa 1,2 miliardi. Non parliamo di perdite della società, ma di soldi dei clienti che, a quanto pare, sono andati smarriti. Per ora la vicenda si ferma qui.
Per una singolare coincidenza, la somma mancante è quasi la stessa di quella che è andata persa nel terzo scandalo di cui ci occupiamo e che coinvolge il colosso giapponese della fotografia Olympus. Alcuni mesi fa, l’azienda ha nominato un nuovo amministratore delegato, il britannico Michael Woodford. Questo manager lavorava alla Olympus da trent’anni, ma la nomina di un occidentale a capo di una grande azienda è comunque un fatto insolito in Giappone (l’unico precedente è quello del gallese Howard Stringer alla Sony).

Appena insediato, Woodford ha espresso forti perplessità su una serie di investimenti inspiegabili: 687 milioni di dollari in consulenze per l’acquisizione di una ditta britannica di apparecchiature mediche, contabilizzati attraverso misteriosi intermediari alle Isole Cayman e a New York, e altri 773 milioni per comprare un’azienda di cosmetici, una che produce contenitori di plastica e una che si occupa di smaltimento dei riiuti (tutte e tre hanno perso tre quarti del valore in un anno). Queste stravaganti operazioni sono costate alla Olympus circa 1,4 miliardi di dollari. Il 14 ottobre il consiglio ha licenziato Woodford, accusandolo di non conoscere la cultura degli affari giapponese. L’azienda ha ammesso l’esistenza di transazioni poco chiare, ma ha detto di averle decise per nascondere le perdite causate da altri investimenti. A quanto pare, la magistratura sta indagando su eventuali collegamenti tra le operazioni sospette e la yakuza la mafia giapponese.

I possibili legami con la criminalità e i grandi capitali coinvolti rendono l’afaire Olympus il più interessante fra i tre. Forse, però, il particolare più importante è la somiglianza tra queste vicende. Tre grandi aziende, tre settori diversi, tre paesi diversi e un unico filo conduttore: un osservatore esterno, anche mettendoci la massima attenzione e studiando tutte le informazioni disponibili, non sarebbe riuscito a capirci nulla. Siamo di fronte a quella che De Quincey avrebbe definito una “perida impenetrabilità”. Nessuno sa niente.

Benissimo: questo principio, però, non dovrebbe valere per le grandi aziende quotate in borsa nelle economie sviluppate. Eppure, a quanto pare, anche qui – anzi specialmente qui – nessuno sa niente. Incredibile. In questo momento il quadro economico è talmente fosco che sembra inutile agitarsi per questi dettagli. Ma questi dettagli sono importanti, perché fanno capire quanto il capitalismo stia funzionando male. Anche in base alle sue stesse logiche.

L’AUTORE John Lanchester è un giornalista britannico. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Dalla bolla al crac (Fusi orari 2008).

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