Guida all’Impero


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di Arundhati Roy

10 aprile 2003 17.33
Mesopotamia. Babilonia. Il Tigri e l’Eufrate. Quanti bambini, in quante classi, per quanti secoli sono scivolati nel passato, trasportati sulle ali di questi nomi? E ora le bombe stanno cadendo, bruciando e umiliando quell’antica civiltà. Sul fusto d’acciaio dei missili, soldati americani adolescenti graffiano messaggi con una scrittura infantile: per Saddam dalla Fat boy posse. Va giù un palazzo. Un mercato. Una casa. Una ragazza che ama un ragazzo. Un bambino che voleva giocare con le biglie del fratello.

Il 21 marzo, il giorno dopo l’inizio dell’invasione e dell’occupazione illegale dell’Iraq da parte delle truppe americane e britanniche, un corrispondente della Cnn al seguito delle truppe ha intervistato un soldato americano. “Voglio entrare là dentro e sporcarmi le mani”, ha detto il soldato semplice AJ. “Voglio vendicarmi dell’11 settembre”.

A essere onesti il corrispondente, anche se embedded, ha fatto il debole tentativo di suggerire che finora non sono emerse prove concrete che collegano il governo iracheno agli attacchi dell’11 settembre. Il soldato AJ fa una linguaccia da adolescente: “Sì, be’, quella roba non mi riguarda”.

Secondo un sondaggio New York Times/Cbs News, il 42 per cento degli americani è convinto che Saddam Hussein sia direttamente responsabile degli attacchi dell’11 settembre alle torri gemelle e al Pentagono. E secondo un sondaggio di Abc News il 55 per cento degli americani pensa che Saddam Hussein sostiene al Qaeda. Possiamo solo cercare di indovinare la percentuale di militari americani che crede a queste montature. È difficile che i soldati britannici e americani impegnati in Iraq sappiano che i loro governi hanno sostenuto politicamente e finanziariamente i peggiori eccessi di Saddam Hussein. Ma perché il povero AJ e i suoi commilitoni dovrebbero essere afflitti da simili dettagli? Ora non ha più importanza, no? Ora sono in movimento centinaia di migliaia di uomini, carri armati, navi, aerei, bombe, munizioni, maschere antigas, cibo altamente proteico, aerei cargo che scaricano carta igienica, insetticida, vitamine e bottiglie di acqua minerale. La logistica fenomenale dell’operazione libertà per l’Iraq ne fa un universo a sé. Non deve più giustificare la sua esistenza. Esiste. È.

Liberare le anime
Il presidente George W. Bush, comandante in capo dell’esercito, della marina, dell’aeronautica e dei marines americani ha impartito ordini precisi: “L’Iraq. Sarà. Liberato”. Forse vuole dire che anche se gli iracheni vengono uccisi nel corpo, le loro anime saranno liberate. I cittadini americani e britannici dovrebbero smettere di pensare e raccogliersi intorno ai loro soldati. I loro paesi sono in guerra.
E che guerra!

Dopo aver usato i “buoni uffici” della diplomazia dell’Onu (sanzioni economiche e ispezioni militari) per assicurarsi che l’Iraq fosse messo in ginocchio, il suo popolo affamato, mezzo milione dei suoi bambini uccisi, le sue infrastrutture gravemente danneggiate, dopo essersi accertati che la maggior parte delle sue armi fossero state distrutte, con un atto di vigliaccheria che sicuramente non ha precedenti nella storia, gli “alleati”/“coalizione dei volenterosi” hanno mandato un esercito di invasione!

Operazione libertà per l’Iraq? Non direi. Sembra piuttosto l’operazione “Facciamo una gara, ma prima fatti spezzare le ginocchia”.

Finora l’esercito iracheno, con i suoi soldati affamati, male equipaggiati, i suoi vecchi fucili e i carri armati decrepiti, è riuscito in qualche modo a mettere temporaneamente in difficoltà e ogni tanto persino a spiazzare gli “alleati”. Di fronte alle forze armate più ricche, meglio equipaggiate e più potenti che il mondo abbia mai visto, l’Iraq ha rivelato un coraggio spettacolare ed è addirittura riuscito a organizzare quella che di fatto si dimostra una difesa. Una difesa che la coppia Bush-Blair ha immediatamente definito vile e disonesta. Ma questa è una vecchia tradizione di noi indigeni. Quando siamo invasi-colonizzati-occupati e privati di ogni dignità, ricorriamo all’astuzia e all’opportunismo.

Anche tenendo conto del fatto che l’Iraq e gli “alleati” sono in guerra, è sbalorditivo che gli “alleati” e le loro schiere di giornalisti siano disposti a spingersi fino a un punto che può rivelarsi controproducente per i loro stessi obiettivi.

Magia nera
Quando Saddam Hussein è andato in tv per fare un discorso al popolo iracheno, dopo il fallimento del più complicato tentativo di assassinio della storia – “Operazione decapitazione”, – Geoff Hoon, il ministro della difesa britannico, lo ha preso in giro perché non era stato ucciso. E lo ha definito un vigliacco che si nasconde nelle trincee e non si alza in piedi per combattere.

Poi abbiamo assistito a un vortice di ipotesi della coalizione: era Saddam Hussein? Era un suo sosia? Oppure era Osama rasato? Era preregistrato? Era un discorso? Era magia nera? Si trasformerà in una zucca se lo vogliamo davvero, con tutte le nostre forze?

Mentre sganciavano non centinaia, ma migliaia di bombe su Baghdad, è stato colpito per errore un mercato e sono stati uccisi molti civili. Un portavoce dell’esercito americano ha lasciato intendere che erano gli iracheni a farsi saltare in aria! “Stanno usando delle scorte vecchissime. I loro missili si alzano e cadono giù”.

Se è così, vale la pena chiedersi come si possa conciliare tutto questo con l’accusa che l’Iraq è un membro pagato dell’asse del male e un pericolo per la pace mondiale. Se ha davvero delle armi nucleari, non è che “si alzano e cadono giù” anche loro?

Quando la televisione araba al Jazeera fa vedere le vittime civili viene denunciata come propaganda araba “emotiva” che mira ad alimentare l’ostilità verso gli “alleati”, come se gli iracheni stessero morendo solo per farli apparire cattivi. Persino la televisione francese si è presa delle bacchettate per ragioni simili. Ma le riprese terrificanti e mozzafiato delle portaerei, dei bombardieri stealth e dei missili cruise che solcano il cielo del deserto vengono descritte dalla televisione americana e britannica come la “ terribile bellezza” della guerra.

Quando i soldati americani invasori, soldati di un esercito “che è qui solo per aiutare”, sono presi prigionieri e vengono mostrati alla tv irachena, George W. Bush dice che questo vìola la convenzione di Ginevra e “mette a nudo il male che c’è al cuore del regime”.

Però è accettabile che le tv statunitensi mostrino i seicento prigionieri detenuti dal governo americano a Guantanamo, inginocchiati, con le mani legate dietro la schiena, accecati da occhialoni neri, con cuffie strette intorno alle orecchie per assicurare una totale privazione della vista e dell’udito. Quando rispondono a domande sul trattamento dei prigionieri di Guantanamo, i funzionari del governo americano non negano che siano maltrattati. Negano che si tratti di “prigionieri di guerra”! Li definiscono “combattenti illegali”, lasciando intendere che il loro maltrattamento è legittimo.

E allora qual è la linea del partito sul massacro di prigionieri a Mazar-e-Sharif, in Afghanistan? Perdona e dimentica? E che dire dei due prigionieri torturati a morte dalle forze speciali nella base aerea di Bagram? I medici li hanno ufficialmente definiti omicidi.

Quando gli “alleati” hanno bombardato la stazione televisiva irachena (anche questa, per inciso, è una violazione della convenzione di Ginevra), sui media americani c’è stato un volgare tripudio. Fox Tv invocava l’attacco da un pezzo. È stato considerato un colpo legittimo inferto alla propaganda araba. Ma le maggiori televisioni americane e britanniche continuano a definirsi “equilibrate”, anche se la loro propaganda ha raggiunto livelli allucinanti. Perché la propaganda dovrebbe essere una prerogativa dei mass media occidentali? Solo perché la fanno meglio? In una guerra tutti hanno il diritto di condurre le proprie campagne propagandistiche.

Ai giornalisti occidentali “al seguito” delle truppe è riconosciuto lo status di eroi che lavorano in prima linea. I giornalisti non “al seguito” (come Rageh Omar della Bbc, che racconta Baghdad, bombardata e assediata, chiaramente turbato dalla vista dei corpi dei bambini ustionati e delle persone ferite) sono screditati ancor prima di cominciare a trasmettere i servizi: “Dobbiamo ricordarvi che è controllato dalle autorità irachene”.

Carezze affettuose
I soldati iracheni vengono chiamati sempre più spesso “milizia” (cioè feccia) dalle tv americane e britanniche. Un corrispondente della Bbc li ha solennemente definiti “quasi terroristi”. La difesa irachena è “resistenza” o, peggio ancora, “sacche di resistenza”; la strategia militare irachena è l’inganno. Quello del governo americano – che metteva microspie nelle linee telefoniche dei delegati al Consiglio di sicurezza dell’Onu, come rivelato dall’Observer di Londra –, è avveduto pragmatismo. Per gli “alleati”, evidentemente, l’unica strategia moralmente accettabile che l’esercito iracheno può seguire è quella di marciare nel deserto ed essere bombardato dai B-52 o falciato dal fuoco delle mitragliatrici. Qualsiasi altra cosa è un imbroglio.

Nel luglio dell’anno scorso la coppia Bush-Blair ha bloccato la consegna di 5,4 miliardi di dollari di rifornimenti per l’Iraq. Non ha fatto notizia. Ma ora sotto le carezze affettuose della tv, sono arrivate su una nave britannica, la Sir Galahad, 450 tonnellate di aiuti umanitari – una minuscola frazione di quello che serve realmente. Il suo attracco al porto di Umm Qasr ha meritato un’intera giornata di trasmissioni in diretta.

Nick Guttmann, responsabile delle emergenze per Christian Aid, ha scritto sull’Independent on Sunday che ci vorrebbero trentacinque Sir Galahad al giorno per raggiungere la quantità di cibo che l’Iraq riceveva prima dell’inizio dei bombardamenti.

Ma non dovremmo stupirci. È una vecchia tattica. La praticano da anni. Si prenda questa moderata proposta di John McNaughton dei Pentagon Papers pubblicata durante la guerra del Vietnam: “I colpi contro bersagli civili (di per sé) probabilmente non solo creerebbero un’ondata controproducente di sdegno all’estero e in patria, ma aumenterebbero molto il rischio di allargare la guerra alla Cina o all’Unione Sovietica. Invece la distruzione delle chiuse e delle dighe, se correttamente gestita, potrebbe dare dei risultati. Bisognerebbe pensarci. Una distruzione di questo tipo non uccide e non affoga le persone.

L’inondazione dei campi di riso, con il tempo porta a una fame diffusa (oltre un milione di persone?) a meno che non si fornisca cibo – cosa che potremmo offrirci di fare al ‘tavolo della conferenza’”.

I tempi non sono molto cambiati. La tecnica è diventata una dottrina: “Conquistare i cuori e le menti”.
E così, questa è la matematica morale: si calcola che nella prima guerra del Golfo siano stati uccisi 200mila iracheni. Centinaia di migliaia sono morti a causa delle sanzioni economiche (a Saddam Hussein è stato risparmiato questo destino). Altri ne vengono uccisi ogni giorno. Decine di migliaia di soldati statunitensi che hanno combattuto nella guerra del 1991 sono stati ufficialmente dichiarati “invalidi” per una malattia chiamata sindrome del Golfo che forse è causata in parte dall’esposizione all’uranio impoverito. Il che non ha impedito agli “alleati” di continuare a usarlo.

Esposti e vulnerabili
E ora escono questi discorsi di riportare in scena le Nazioni Unite. Ma viene fuori che quella vecchia ragazza dell’Onu non è la meraviglia di cui parlavano (anche se conserva il suo lauto stipendio). Ora è la portinaia del mondo. È la donna delle pulizie filippina, la jamadarni indiana, la sposa tailandese scelta per corrispondenza, la domestica messicana, la ragazza alla pari giamaicana. Viene assunta per pulire la merda degli altri. Viene usata e abusata, come tutti noi gente di colore: musi gialli, pellerossa, piedi neri, negri. Ma guardate, ci sono visite nel nostro oscuro universo – signore e signori, siete i benvenuti – la vecchia Europa. Un po’ timida per il momento. Poco avvezza all’insulto e all’ignominia. Ma si adatterà. Oppure diserterà. Aspettiamo e vedremo.

Mentre la spaccatura fra Europa e America si allarga, ci sono segnali che il mondo potrebbe entrare in una nuova stagione di boicottaggi economici. La Cnn ha raccontato che gli americani versano il vino francese nel lavandino cantando “Non vogliamo il vostro vino schifoso”.

Abbiamo saputo che le french fries, le patatine fritte, sono state ribattezzate “patatine della libertà”. Sembra che gli americani stiano boicottando i prodotti tedeschi. Il fatto è che se le ricadute della guerra hanno questo andamento, saranno gli Stati Uniti a risentirne di più. Il loro territorio può essere difeso da pattuglie di frontiera e armi nucleari, ma la loro economia è presente in tutto il globo.

I suoi avamposti economici sono ovunque esposti e vulnerabili. Internet ronza già di sofisticati elenchi di prodotti e marchi americani e britannici che dovrebbero essere boicottati. A parte i soliti bersagli – Coca-Cola, Pepsi e McDonald’s – anche le agenzie governative come l’Usaid, la britannica Dfid, le banche americane e britanniche, Arthur Andersen, Merrill Lynch, American Express, multinazionali come Bechtel, General Electric e società come Reebok, Nike e Gap – potrebbero trovarsi sotto assedio. Questi elenchi vengono aggiornati e messi a punto da attivisti di tutto il mondo. Potrebbero diventare una guida pratica per dirigere e incanalare la furia crescente del mondo. Improvvisamente, “l’inevitabilità” del progetto di globalizzazione delle grandi multinazionali comincia a sembrare un po’ più che evitabile.

Ormai è chiaro che la guerra contro il terrore non riguarda il terrore, e neppure solo il petrolio. Riguarda la supremazia, l’egemonia globale. Qualcuno sostiene che i popoli dell’Argentina e dell’Iraq sono stati decimati dallo stesso processo. Solo le armi utilizzate sono diverse: in un caso è un libretto d’assegni dell’Fmi. Nell’altro i missili cruise.

Infine, c’è la questione dell’arsenale di armi di distruzione di massa di Saddam Hussein (oops! Le avevamo quasi dimenticate).

Nella nebbia della guerra una cosa è certa: se il regime di Saddam Hussein possiede veramente armi di distruzione di massa, sta dimostrando un sorprendente grado di responsabilità e moderazione davanti a una provocazione estrema. In circostanze analoghe, se le truppe irachene stessero bombardando New York, e tenendo sotto assedio Washington, potremmo aspettarci altrettanto dal regime di Bush? Terrebbe sotto chiave le sue diecimila testate nucleari? E le sue armi chimiche e biologiche? Le sue scorte di antrace, vaiolo e gas nervino? Lo farebbe?

Scusatemi se rido. Nella nebbia della guerra siamo costretti a fare ipotesi: o Saddam Hussein è un tiranno molto responsabile, o non possiede armi di distruzione di massa. Considerate l’evidenza: Hans Blix, il capo degli ispettori dell’Onu, non ha trovato prove. Le lettere esibite da funzionari del governo Usa per documentare i tentativi del regime di Saddam di acquistare uranio dal Niger si sono rivelate false (persino la Cia ha preso le distanze). La testimonianza incriminante del principale esiliato iracheno Hussein Kamel è stata usata a scopi propagandistici, ma la parte del suo racconto secondo cui le armi di distruzione di massa irachene erano state distrutte dopo la guerra del Golfo del 1991 è stata deliberatamente ignorata.

E così ecco l’Iraq, stato canaglia, grave minaccia alla pace mondiale, membro al soldo dell’asse del male. Ecco l’Iraq, invaso, bombardato, assediato, oppresso, la sua sovranità calpestata, i suoi bambini uccisi dai tumori, la sua gente fatta saltare in aria sulle strade. Ed ecco tutti noi che guardiamo Cnn-Bbc, Bbc-Cnn fino a tarda notte. Eccoci a sopportare l’orrore della guerra; l’orrore della propaganda; e il massacro della lingua che conosciamo e comprendiamo. Libertà ora significa omicidi di massa (oppure, negli Stati Uniti, patatine fritte). Quando qualcuno dice “aiuti umanitari”, automaticamente cerchiamo una fame provocata artificiosamente. Embedded, lo ammetto, è una grande trovata. E che dire di “arsenale tattico”? Carino!

La guerra razzista
In gran parte del mondo l’invasione dell’Iraq è considerata una guerra razzista. Il vero pericolo di una guerra razzista scatenata da regimi razzisti è che genera razzismo in tutti – autori, vittime e spettatori. Fissa i parametri del dibattito, stabilisce la griglia di un particolare modo di pensare. C’è un’ondata di odio per gli Stati Uniti che nasce nel cuore antico del mondo. In Africa, America Latina, Asia, Europa, Australia. La incontro ogni giorno. A volte arriva dalle fonti più improbabili. Banchieri, uomini d’affari, studenti rampanti, che ci mostrano tutta la grossolanità della loro politica conservatrice, illiberale. Quell’assurda incapacità di separare i governi dal popolo: l’America è un paese di idioti, un paese di assassini, dicono – con la stessa superficialità con cui dicono “tutti i musulmani sono terroristi”. Nell’universo grottesco dell’insulto razzista fanno il loro ingresso persino i britannici. Leccaculo li chiamano. Improvvisamente io, che sono stata diffamata come “antiamericana” e “antioccidentale”, mi trovo nell’incredibile posizione di difendere il popolo americano. E britannico.

Chi si cala così facilmente nel pozzo dell’offesa razzista farebbe bene a ricordare le centinaia di migliaia di cittadini americani e britannici che hanno protestato contro le scorte di armi nucleari nei loro paesi. E le migliaia di oppositori alla guerra americani che hanno costretto il loro governo a ritirarsi dal Vietnam. Dovrebbero sapere che le critiche più dotte, feroci e taglienti del governo americano e della american way of life sono quelle di cittadini americani.

E che la condanna più divertente e più aspra del loro primo ministro arriva dai giornalisti britannici. Infine dovrebbero ricordare che in questo momento centinaia di migliaia di cittadini britannici e americani sono in strada a protestare contro la guerra. Oltre un terzo dei cittadini americani è sopravvissuto all’implacabile propaganda e migliaia di persone combattono attivamente il loro governo. Nel clima ultrapatriottico che regna negli Stati Uniti, sono coraggiosi come gli iracheni che combattono per la loro terra.

Mentre gli “alleati” aspettano nel deserto un’insurrezione dei musulmani sciiti sulle strade di Bassora, la vera insurrezione si svolge in centinaia di città di tutto il mondo. È la più spettacolare dimostrazione di moralità di massa mai vista. Più coraggiosi di tutti sono le centinaia di migliaia di americani scesi nelle strade delle grandi città statunitensi – Washington, New York, Chicago, San Francisco. Il fatto è che oggi l’unica istituzione mondiale più potente del governo di Washington è la società civile americana. I cittadini americani hanno un’enorme responsabilità sulle spalle. Come potremmo non applaudire e sostenere coloro che non solo riconoscono questa responsabilità, ma agiscono in base a essa? Sono nostri alleati, nostri amici.

Alla fine, resta da dire che dittatori come Saddam Hussein e tutti gli altri despoti del Medio Oriente, delle repubbliche centroasiatiche, dell’Africa e dell’America Latina – in molti casi installati, sostenuti e finanziati dal governo statunitense – sono una minaccia per i loro stessi popoli. Tranne che rafforzare il ruolo della società civile (invece di indebolirla, come è stato fatto nel caso dell’Iraq), non esiste un modo semplice e pulito per trattare con loro.
È bizzarro che quanti liquidano il movimento per la pace definendolo utopistico non esitino a sostenere le ragioni più assurdamente irreali per andare in guerra: sradicare il terrorismo, instaurare la democrazia, eliminare il fascismo e, cosa particolarmente divertente, “liberare il mondo dai malfattori”.

A prescindere da quello che ci dice la macchina della propaganda, questi dittatori da due soldi non sono la minaccia più grave per il mondo. Il pericolo reale e immediato, la minaccia più grave di tutte è la locomotiva che spinge il motore politico ed economico del governo americano, attualmente pilotato da George W. Bush. È veramente un pilota pericoloso, ma la macchina che manovra è molto più pericolosa di lui.

Attaccare Bush può essere divertente, perché è un bersaglio facile, servito su un piatto d’argento. Ma in questi giorni cupi vorrei introdurre una cauta nota di speranza: in tempi di guerra, uno vuole che sia il suo nemico più debole a guidare le forze avversarie. E il presidente George W. Bush è sicuramente il nemico più debole.

Qualsiasi altro presidente americano, anche provvisto di un’intelligenza media, probabilmente avrebbe fatto le stesse cose, ma sarebbe riuscito ad appannare il vetro e a confondere l’opposizione. Forse persino a portarsi dietro le Nazioni Unite.

L’imprudenza priva di tatto di George W. Bush e la sua sfacciata convinzione di poter comandare il mondo con un reparto di polizia antisommossa ha fatto l’opposto.
Ha ottenuto quello che intellettuali e attivisti cercano di ottenere da decenni. Ha mostrato le impalcature. Ha messo sotto gli occhi di tutti i meccanismi, le viti e i bulloni dell’apocalittico apparato dell’impero americano. Ora che il programma (Guida all’impero per principianti) ha avuto una diffusione di massa, potrebbe essere disattivato prima di quanto abbiano previsto gli esperti.
Portate le chiavi inglesi.

Traduzione di Gigi Cavallo

Internazionale, numero 483, 10 aprile 2003

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