La bellezza ci può salvare


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di Francesca Sironi

Il nostro patrimonio artistico in rovina è la risorsa da cui partire per risollevare l’Italia dalla crisi. Ecco la ricetta degli esperti: con opere, palazzi e luoghi su cui investire subito.

Uno scorcio di Villa Adriana a TivoliParma è tutta in ghingheri. Il 2013 sarà l’anno verdiano, bicentenario della nascita del compositore Giuseppe Verdi. Si preparano concerti, incontri, cocktail colti per gli amanti della musica. Intanto, a Busseto, suo paese natale, rischia di essere messo in vendita Palazzo Orlandi, la casa in cui il maestro visse con l’amante Giuseppina Strepponi. Se non arriveranno dei fondi regionali, i giovani Orlandi non potranno che cedere ad altri l’onerosa eredità. Non sono i soli a dover fare i conti con il peso del passato.

In Italia sono oltre 30 mila i beni culturali censiti, tesori da proteggere e far conoscere ai turisti. Ma raramente la loro tutela viene vista come una priorità: «Mentendo, i governi continuano a dirsi fieri dell’importanza del patrimonio culturale, e intanto lo abbandonano», ricorda Salvatore Settis. L’autore di “Paesaggio Costituzione Cemento” illustra la cornice politica del disastro. Altri sette esperti raccontano a “l’Espresso” i gioielli da salvare e le priorità per il futuro esecutivo. Nonostante l’arte sia una delle risorse nazionali, non c’è un governo che abbia mostrato l’intenzione di tornare a investire: «Non è che investiamo poco, è che disinvestiamo. E’ una peculiarità italiana, sotto la foglia di fico della crisi. Ma Obama ha detto che alla crisi si reagisce aumentando i fondi per la cultura, governi di destra come quelli di Sarkozy e della Merkel li hanno incrementati come una leva contro la crisi. La destra italiana invece ritiene la cultura un lusso inutile: la prova del nove è che il governo “tecnico” ha continuato le politiche di Berlusconi», ricorda l’ex direttore della Normale di Pisa.

In attesa delle elezioni, Settis propone le sue linee guida per un intervento pubblico: «La priorità numero uno è rinsanguare le Soprintendenze con nuove assunzioni, e iniettare risorse economiche nel sistema». Poi ci vuole una strategia: «Per applicare la Costituzione e trovare i fondi serve una grande concertazione fra Stato, Regioni, Comuni e altre istituzioni; fra pubblico e privato. Occorre avere un’idea strategica, e non tappare i buchi ogni volta che crolla un muro di Pompei». Se da una parte non si fa che tagliare, dall’altra aumenta l’interesse degli italiani: «La sensibilità dei governi, con la devastante sequenza dei ministri Bondi-Galan-Ornaghi, è precipitata nel nulla. Cresce invece l’attenzione dei cittadini: sono almeno 30 mila le associazioni sorte a difesa del nostro patrimonio».  Ora, non resta che cambiare. Iniziando dagli spunti che “l’Espresso” ha raccolto in queste pagine. Antiche città diventate discariche, ville del settecento minacciate da nuove fabbriche, biblioteche saccheggiate e monumenti all’asta. Le rovine d’Italia aumentano, sotto gli occhi di tutti. In queste pagine intellettuali, critici, storici dell’arte elencano le priorità, i luoghi da salvare per il loro valore simbolico, storico e culturale. Un viaggio da Nord a Sud che mostra le condizioni precarie del nostro patrimonio e ricorda la grande ricchezza su cui dovremmo investire.


Philippe Daverio
Meglio un inceneritore o una villa del Seicento?
La sua ultima battaglia è nel ravennate, comune di Russi. Un impianto di biogas contro una villa del settecento. Gli interessi di un’azienda e dell’amministrazione comunale contro quelli dei cittadini. In mezzo lui, Philippe Daverio, 63 anni, per buona parte passati tra cantieri, aule universitarie, programmi tv e campagne, come l’ultima, intitolata “Save Italy”. Da Palazzo San Giacomo di Russi, Daverio lancia i suoi strali contro la pratica dei Comuni di usare gli oneri di urbanizzazione come risorsa per la spesa corrente, ovvero di lasciar spazio a nuove costruzioni, nuove fabbriche, pur di coprire i buchi di bilancio. «Ai dirigenti comunali non gliene frega niente dell’arte, hanno bisogno di soldi. E dimenticano che così rovinano la qualità della vita dei loro cittadini». Uno scontro antico: il valore dell’arte contro lo sviluppo industriale, i vincoli dei beni culturali contro la volontà degli imprenditori locali. «Ma sono opposizioni sbagliate! La Baviera è l’area più produttiva d’Europa, eppure è pulita e ben conservata.

D’altra parte è vero che i legacci delle soprintendenze, così come sono, non servono a nulla. Vincoliamo tutto, per poi lasciar crollare anche i monumenti più importanti». Il discorso diventa concreto se si pensa all’Emilia dopo il terremoto: «Sarà il vero dibattito dei prossimi mesi. Bisognerà ricostruire tutti quegli orrendi capannoni o si potrà immaginare uno sviluppo diverso? ». La posizione di Daverio è scomoda per molti, «politically uncorrect» ricorda lui, decisa nel sostenere che agli impianti industriali semivuoti per via della crisi dovremmo opporre la ricchezza del nostro patrimonio artistico. «Ma bisogna decidere come trattarla, questa eredità. Se vederla come un peso o come una risorsa.
La maggior parte delle persone ne canta le lodi ma poi in realtà le sta fra i piedi» dice, riprendendo il discorso di Settis. Per fortuna, forse, qualcosa è cambiato: «Faccio il grillo parlante su questi temi da dieci anni. E ho l’impressione che l’attenzione sia sempre più alta. Prima parlavo nel vuoto, oggi si radunano ovunque nuovi comitati di cittadini, mi chiamano le amministrazioni, discuto con gli urbanisti senza esser più trattato come un pazzo. La crisi si sta dimostrando un’occasione per guardare allo sviluppo da un’altra prospettiva». Ed è con quest’ottica, per cui è meglio un castello che una cava di sabbia (Rivalta), un Bramante che nuove villette (Genazzano) o delle cascine storiche piuttosto che nuove autostrade, che Daverio ha elaborato il suo elenco. Ricordando, «Come quel vecchio signore con la barba, che pensare di tornare indietro è per definizione essere reazionari».

Andrea Carandini
Roma e Pompei, le più maltrattate
Ha la foga di un ribelle, nonostante l’età, Andrea Carandini, uno dei più famosi e amati archeologi italiani, quando parla della situazione dei beni culturali: «E’ un disastro. Come sperano di far funzionare un ministero con 86 milioni di euro per la tutela di tutto il patrimonio italiano? Non è nemmeno la metà di quanto servirebbe alla sola Grande Brera. A questo punto aboliamolo». In che prospettiva dovrebbe lavorare il ministero? «Prevenire costa sempre molto meno che restaurare. Finché ho collaborato con la direzione del dicastero ho cercato di impostare tutto secondo la lezione di Giovanni Urbani: un programma di conservazione dei nostri straordinari beni. Ma ora hanno abolito addirittura i comitati scientifici, importantissimi per i loro consigli tecnici, che costavano in tutto 10 mila euro l’anno. Come si può andare avanti così?».
Che ritorno avrebbe il nostro Paese se investisse nella tutela? «Nuovi posti di lavoro, semplicemente. La cultura è l’unico settore in cui l’Italia non ha da temere la concorrenza globale. E’ da miopi non capire che per il nostro Paese lo sviluppo è possibile solo nel terziario. Oggi arrivano milioni di turisti stranieri, ma sono respinti da un’accoglienza che non è dignitosa» Pensa a Pompei? «Anche, ovviamente, a Pompei. Il nostro biglietto da visita, così maltrattato, ma anche alle altre aree archeologiche, che più di tutti i monumenti soffrono se non c’è manutenzione. La Domus Aurea, Ostia Antica, Villa Adriana. Sono tutte in condizioni drammatiche».
Cosa manca, oggi? «Bisognerebbe avere fondi e funzionari. Avevamo calcolato in 500 milioni di euro l’anno la spesa per mantenere il patrimonio: ne abbiamo un quinto. Ma quella che serve, soprattutto, è una prospettiva. Avete mai sentito il primo ministro Monti parlare di cultura? No. Sembra una parola tabù».

Silvia Ronchey
Cultura bizantina da riscoprire
Alla basilica di Torcello i turisti si mettono in tasca tessere di mosaico come se nulla fosse e se le portano a casa. Le chiese rupestri di Cales, nel casertano, una città che nel terzo secolo avanti Cristo contava 65 mila abitanti ed oggi è invasa dai rifiuti, non hanno più affreschi: sono stati strappati con una motosega. E la casina del Cardinal Bessarione, a Roma, viene prestata ai politici per delle cene galanti mentre i visitatori entrano solo su prenotazione. Tale è la sorte della dimora romana «dell’uomo che ha permesso all’Europa di leggere Omero» e delle altre vestigia dell’impero d’Oriente nel nostro Paese. Parole di Silvia Ronchey, una delle massime esperte di civiltà bizantina. Una cultura che ha lasciato in Italia, soprattutto al Sud, centinaia di tracce. Una presenza importante «e scomoda» racconta la Ronchey: «Censurata dal papato di Roma perché portava idee pericolose, come il rifiuto da parte della Chiesa d’Oriente del potere temporale. E dimenticata quando, all’indomani dell’Unità, si costituirono le discipline di studio. Bisanzio venne cancellata: era un influsso troppo diverso da quella presunta italianità sorgiva che si voleva ritrovare». Oggi però gli studi bizantini stanno vivendo una nuova primavera, anche tra i giovani. «Ormai è largamente riconosciuto l’influsso che gli artisti di Bisanzio ebbero sulla pittura italiana tardo-medioevale, ed è ugualmente condivisa l’idea che se non fosse stato per quei monasteri bizantini dove i codici greci e romani venivano copiati e tramandati, oggi sapremmo molto poco di Omero, Cicerone o Menandro». Una prova della rinnovata passione è proprio l’elenco dei luoghi da salvare. Le segnalazioni infatti arrivano dal gruppo Facebook dell’Associazione Culturale Bisanzio: dopo aver pubblicato la richiesta, la professoressa Ronchey ha ricevuto decine di messaggi. «La cultura bizantina può essere fonte di grande ispirazione. Alcuni temi, come l’importanza del bene pubblico, la tolleranza religiosa, la capacità di contemperare le differenze erano parte del dibattito comune negli undici secoli dell’impero bizantino».

Flavio Caroli
La terra di Leonardo e Sofonisba

Abita a Milano, ha una casa nel cremonese ed è l’autore di una delle storia dell’arte più vendute d’Italia. Facile identikit di Flavio Caroli, strappato per venti minuti alla tournée di presentazione del suo ultimo libro, “Il volto dell’Occidente”. Come ha scelto i cinque monumenti da salvare che propone ai lettori dell’Espresso? «I primi tre per la loro importanza, e gli ultimi due, lo ammetto, perché vi sono molto legato sentimentalmente, essendo vicini a casa mia». Il primo è a Mantova. Sono le opere del Mantegna che, secondo Caroli, «non sono affatto in buono stato» dopo il terremoto della scorsa primavera. Da Mantova al salernitano. «La Certosa di Cava dei Tirreni non è molto conosciuta ma conserva un meraviglioso polittico di Cesare da Sesto, malmesso e poco illuminato. Ed è un peccato per la stessa Badia, un monumento straordinario che è difficile da visitare e per nulla pubblicizzato». Il terzo riferimento è all’arte contemporanea. Di che tutela hanno bisogno opere prodotte pochi anni fa? «La situazione della Villa Panza di Biumo, a Varese, non è certo drammatica. Ma ci tengo a citarla perché le sue collezioni sono molto costose da mantenere. Basti pensare ai neon di Fleming o agli spazi di Maria Nordman ospitati nei rustici». Gli altri due luoghi sono quasi sconosciuti. «Già. Il primo è la Cascina Pozzobonelli, a Milano. Un nome che a pochissimi evoca qualcosa. Eppure si tratta di un reperto di architettura bramantesca che ho sempre trovato bellissimo, ed è stato rovinato dalle enormi costruzioni che lo hanno inglobato. Ormai è praticamente impossibile vedere il porticato: uno scempio». L’ultima segnalazione sarà per molti una vera scoperta. «Ho voluto parlare della chiesetta di Caruberto, vicino a San Martino del Lago, a Cremona, perché ha dei deliziosi affreschi tardogotici. Presi casa qui perché sapevo che queste terre erano di Ruberto Ponzone, nonno della pittrice Sofonisba Anguissola, vissuta a cavallo fra il ‘500 e il ‘600». Non è solo per Sofonisba che ha scelto Cremona come luogo d’elezione. «No infatti: la chiesetta dista poco più di un chilometro dal castello in cui viveva Cecilia Gallerani, la Dama con l’Ermellino. Qui il dipinto di Leonardo rimase a lungo custodito». Storie che intrecciano passato e presente. Ad indicare che non sono solo i monumenti che conosciamo a dover essere tutelati. Ma anche tutti quelli che potremmo ancora riscoprire.

Paolo Coen
Quanto contano i volontari dell’arte

Paolo Coen è un docente di Storia dell’Arte dell’Università della Calabria e un blogger molto seguito dai giovani in Rete. A loro pensa quando parla del campo di concentramento di Tarsia, in provincia di Cosenza, un relitto dimenticato del nostro recente passato. «Io ci porto sempre i miei studenti. Trovo incredibile che questo luogo sia così poco conosciuto», racconta: «Durante la guerra vennero internate qui 2.800 persone. Dopo il ’45 la terra intorno alle baracche è diventata un pascolo e in mezzo ci hanno fatto passare la Salerno-Reggio Calabria». Oggi l’area è stata recintata ed aperta al pubblico grazie a un gruppo di volontari. «Ed è sempre grazie ai volontari, insieme ai custodi, che è tenuto aperto Palazzo Carignano a Torino, che non è solo il luogo di nascita di Vittorio Emanuele II e del parlamento subalpino, ma anche uno splendido esempio dell’arte architettonica di Guarino Guarini». Ville, palazzi. In Italia ce ne sono talmente tanti che alcuni, come la dimora Bellavista di Buggiano, fra Lucca e Pistoia, potrebbe diventare a breve un casinò, perché «i vigili del fuoco, che sono i proprietari, non sanno che farsene». Il suo appello si rivolge poi a Napoli, perché si prenda cura delle sue chiese «che sembrano cadute in abbandono» come succede a San Giovanni a Carbonara «che contiene straordinarie sculture rinascimentali». E torna, infine, alla Calabria, che si è aggiudicata i Bronzi di Riace ma ancora non riesce ad esporli come si deve: «Diciamolo, una volta per tutte. L’operazione dei Bronzi è fallita». Ora lo Stato ha investito altri 14 milioni per rifare il museo. «Ma per vederli chissà quanto dovremo ancora aspettare».

Ilaria Borletti Buitoni
Scavi, regge, cittadelle. Il cuore del Fai

La sede milanese del Fondo Ambientale Italiano è impressionante. Non solo per la bellezza degli spazi, ma anche per il numero di persone, e di giovani, che si incontrano nei corridoi. Al primo piano, seduta al fianco di una borsa carica di appunti di viaggio, c’è la presidente, Ilaria Borletti Buitoni, appena tornata da una serie di visite in Campania. «Sono stata a Pompei e l’ho trovata in condizioni pessime. La metto in cima alla mia lista dei luoghi da salvare. Quella di Pompei è una situazione vergognosa: sembra un cantiere, non un’area archeologica. Quasi tutte le domus sono chiuse, le vie attraversate da cani randagi, i bagni tenuti in modo orrendo. Mi vergognavo di fronte alle frotte di turisti stranieri. In Campania ci sono molte mete che andrebbero valorizzate, la Regione dovrebbe investire per fare conoscere il suo patrimonio diffuso: l’idea del grande circuito archeologico mi sembra l’unica che possa funzionare». La sua terza scelta è per la Reggia di Carditello. «Un vero scandalo. Sono stati spesi milioni per un restauro di cui non è rimasto niente: hanno rubato tutto. Ci sono dei volontari coraggiosi che la tengono aperta e pulita ma non c’è scampo. Penso sia un luogo simbolico: soldi pubblici buttati ed oggi la reggia è in vendita. Il curatore si è rifiutato di scendere sotto i 10 milioni di euro nonostante le prime due aste siano andate deserte». Ma i cittadini che ne pensano? «Sono arrabbiati. La campagna del Fai per “I Luoghi del Cuore” ha ricevuto oltre 500 mila segnalazioni. Gli italiani hanno un attaccamento incredibile ai monumenti delle loro città. La degradazione di questi beni non è solo un danno al Paese; è anche una sfida persa per far vivere meglio i cittadini».

Luciano Canfora 

Biblioteche storiche allo sbando

Lo scandalo è scoppiato in maggio a Napoli, quando si è scoperto che per mesi il direttore della biblioteca dei Girolamini aveva sottratto migliaia di volumi per venderli sul mercato nero. Notte dopo notte, Marino Massimo De Caro e sette complici sono passati sotto le telecamere della videosorveglianza con carrelli pieni di libri antichi dal valore inestimabile. Secondo la procura ne avrebbero rubati 3500. «Ladrocini che dimostrano come la biblioteca fosse allo sbando», commenta il filologo e storico antico Luciano Canfora: «E la Girolamini non è la sola. Sono decine in Italia le biblioteche storiche che andrebbero salvaguardate e controllate». Le biblioteche storiche non sono le sole a soffrire: «Abbiamo un’altra preziosa risorsa del tutto dimenticata: le biblioteche dei grandi licei, le più sacrificate con i tagli alla scuola». Bibliotecari assenti, volumi accatastati, nessuna cura: «Al Liceo Dante di Firenze, ad esempio, la collezione è ricchissima, ma non ha spazio». Come non lo hanno gli studenti, pronti ad invadere anche la biblioteca nazionale di Napoli: «Ingaggiai un’aspra polemica col direttore dell’istituto, perché trovo del tutto sbagliato che ragazzi con bottigliette d’acqua e fotocopie stiano fra tesori unici del ‘500 e del ‘600. Mi rispose che gli studenti hanno diritto a studiare. Certo, ma da un’altra parte, ribatto io». Spesso a mettere a rischio i libri bastano gli “Orari a battaglia navale”, come li definisce il filologo, o i trasferimenti coatti in spazi inaccessibili, come è successo alla biblioteca di Bari: «Un tempo era malmessa nel palazzo dell’Università ma oggi è completamente isolata nella cittadella della cultura, così mal collegata con i mezzi pubblici al centro che ormai non ci va più nessuno. Le sale sono vuote. Ed è ovvio che così si arriverà a una decadenza progressiva».

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