l’agenda monti


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Ieri, il presidente del consiglio dimissionario Mario Monti ha definito la sua futura posizione politica durante la conferenza stampa di fine anno a Palazzo Chigi. «Io non mi schiero con nessuno – ha dichiarato il premier uscente – Ma sono pronto a dare apprezzamento, incoraggiamento, a essere guida e ad assumere le responsabilità che mi venissero affidate dal Parlamento». In sostanza, Monti non si candiderà, ma sarà pronto a valutare un eventuale impegno governativo, qualora gli venisse chiesto dalla coalizione che vincerà alle prossime elezioni. La condizione posta per rientrare a Palazzo Chigi è soltanto una, anche se vincolante e molto impegnativa: condividere la sua Agenda, cioè accettare il suo piano di salvataggio del Paese.

Terminata la conferenza stampa, è iniziata l’attesa di questo programma che è stato diffuso in serata attraverso il sito http://www.agenda-monti.it/. Inoltre, sempre ieri, Mario Monti ha aperto il suo account ufficiale su Twitter, il social network internazionale preferito da chi riveste incarichi pubblici. L’account è @SenatoreMonti, che in poche ore ha superato i 4.000 followers, come vengono chiamati gli iscritti abbonati (gratis) a leggere tutti i messaggi di un determinato account. Il profilo ufficiale su Twitter segue di qualche giorno il fake, cioè il falso, comparso nella notte del 18 dicembre scorso, durante la partecipazione di Silvio Berlusconi al programma televisivo “Porta a Porta” condotto da Bruno Vespa (@SenMarioMonti), che ha raccolto – paradossalmente – oltre 16.000 followers.
Chi volesse leggere la cronaca della partecipazione del Cavaliere alla trasmissione su Rai 1 può cliccare qui.
Naturalmente, sempre su Twitter, è stato creato l’hashtag, cioè una sorta di raccoglitore su specifici argomenti, dedicato all’Agenda Monti: #agendaMonti.

Per quanto riguarda il sito ufficiale, su cui in giornata si sono accavallati interrogativi, ansie, attese, va detto che è stato registrato alle ore 12:31 del 21 dicembre da Elisabetta Olivi, figlia dell’ambasciatore trevigiano Beniamino “Bino” Olivi, morto lo scorso febbraio a 85 anni, dopo essere stato per 30 anni funzionario della Commissione europea a Bruxelles. La Olivi è al fianco di Mario Monti da parecchi anni ed ha lavorato a stretto contatto con il premier sin dai tempi in cui Monti era Commissario europeo. L’email associata al sito dell’Agenda Monti è quella di Nevio Boscariol, consulente manageriale a Roma, che ha tecnicamente prodotto il testo del programma stilato dall’ex rettore della Bocconi.

Il programma che sarà rispettato, qualora Monti venisse nuovamente scelto per guidare il Paese, chiarisce subito che l’Italia ha bisogno dell’Europa e che in essa intende restare, contrariamente a quanto ventilato nei giorni scorsi da Silvio Berlusconi e dalle forze di Destra. E’ il primo punto dell’Agenda e non si ravvisano tentennamenti; semmai, vi si scorge qualche riferimento a quelli che già si prefigurano come avversari in campo politico: «non serve battere i pugni sul tavolo» per contare di più in Europa.

Altro punto essenziale è quello della crescita economica che dovrebbe essere favorita senza incrementare il debito pubblico, ma ricorrendo a politiche mirate, quali la riduzione della tassazione sul lavoro, la promozione della ricerca e dello sviluppo, le liberalizzazioni, la lotta alla evasione fiscale e l’abolizione dei privilegi.

Un punto, in particolare, appare molto ambizioso e probabilmente fuori portata: la riduzione «a partire dal 2015» del debito pubblico «in misura pari a un ventesimo ogni anno, fino al raggiungimento dell’obiettivo del 60% del prodotto interno lordo». In base agli attuali livelli del debito e del Pil, ciò comporterebbe la necessità di reperire ogni anno circa 100 miliardi di euro, i quali andrebbero a sommarsi ad una spesa quasi equivalente da sborsare annualmente per pagare gli interessi dovuti per lo stesso debito. Tale impegno dovrebbe protrarsi approssimativamente per una decina di anni. Si tratta di uno sforzo pressoché inevitabile, ma che, attuato in questi termini, lascerebbe le casse statali prive di risorse per finanziare opere, servizi, programmi sociali.

Fra gli impegni prioritari figurano, poi, una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere i propri candidati ed una lotta più serrata a «tolleranza zero» contro la corruzione. Infine, non manca un accenno al conflitto di interessi, un problema che tutti i governi succedutisi negli ultimi 30 anni hanno preferito accantonare, accampando di volta in volta motivazioni differenti.

Per concludere, qual è l’impressione complessiva suscitata dal documento programmatico del professor Monti? Al premier va riconosciuto il grande merito di aver restituito dignità e credibilità al governo (e quindi al Paese) a livello internazionale, dopo le gaffes e le arlecchinate di Berlusconi. Non è poco e non è stato nemmeno facile, perché gli stranieri o non ci capiscono, oppure sono assai meno indulgenti di noi nel giudicare l’Italia.
Fatta questa doverosa premessa improntata alla gratitudine, va detto che l’Agenda di Monti appare piuttosto fumosa, come se si fosse trattato di un diligente compitino preparato per accontentare tutti, toccando i problemi che la gente avverte maggiormente sulla propria pelle. E’ vero che da un testo di sole 24 pagine non si poteva pretendere un piano particolareggiato, ma quel che sembra mancare è lo scatto in avanti, l’elemento differenziatore rispetto ai programmi ben infiorettati propinati dai soliti politici di questo Paese.

Enunciare ingiustizie, difficoltà, problemi ben noti all’intera popolazione, invocandone una rapida e decisa soluzione, è una tecnica stantìa, adottata nei salotti televisivi e nelle piazze quando non si hanno argomenti concreti o soluzioni da proporre. Probabilmente, in molti avrebbero desiderato ascoltare da un tecnico d’alto livello un discorso diverso, limpido, chiaro anche se doloroso. Dall’Agenda traspaiono le stesse forme di attacco al velluto che Monti ha usato nella conferenza stampa di ieri mattina a Palazzo Chigi, quando ha definito Berlusconi «generoso» ed inaffidabile allo stesso tempo, con i suoi continui cambiamenti d’intenzioni. Forse un secco «No», a chi un giorno lo invita a candidarsi ed il giorno dopo lo definisce affossatore del Paese, sarebbe più efficace. Così come sarebbe stato più apprezzato un esordio del tipo: «Cari italiani, la pacchia è finita. Molti hanno rubato e la gente comune non se ne è accorta, ma la nazione è vissuta al di sopra dei propri mezzi, indebitandosi fino al collo. Ci aspettano anni durissimi e, se volete salvarvi, dovrete fare sacrifici superiori a quelli sopportati fino ad ora».

Le parole possono essere belle, forbite, consolatorie, gratificanti. Ma non tireranno l’Italia fuori dalle enormi difficoltà in cui si sta dibattendo, difficoltà che perdureranno a lungo.
Una letterina a Babbo Natale, per quanto ben scritta ed ispirata alle migliori intenzioni, può servire a poco.

Qui sotto, è possibile consultare il testo integrale ed ufficiale dell’Agenda, preceduto da una lettera con cui Monti spiega agli italiani gli obiettivi che intende perseguire per fare uscire l’Italia dalla crisi e per promuoverne lo sviluppo.

 

La Lettera agli italiani pubblicata da Monti sul sito dell’Agenda

Cari cittadini

Negli ultimi mesi si è molto parlato di “Agenda Monti”. Non sono stato io a introdurre questo riferimento, ma diverse forze politiche e della società civile che hanno così inteso ispirarsi all’azione del governo, come linea di confine fra le politiche da fare – o da non fare – nei prossimi anni.

Il dibattito che ne è nato è stato incoraggiante. Non solo per il consenso piuttosto ampio che è sembrato emergerne, ma soprattutto perché, per la prima volta dopo tanto tempo, i contenuti e il metodo di governo sono tornati al centro di un dibattito politico altrimenti concentrato quasi esclusivamente su schieramenti e scontri tra personalità.

Incoraggiato da questi segnali, ho lavorato in modo più sistematico. Questo documento allegato, intitolato “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, agenda per un impegno comune” è il frutto di questo lavoro ed è presentato come primo contributo per una riflessione aperta. Questa agenda vuole dare un’indicazione di metodo di governo e di alcuni dei principali temi da affrontare. Non è un programma di lavoro dettagliato e non vuole avere carattere esaustivo.

Invito tutti coloro che siano interessati a leggere il documento, a condividerlo e a commentarlo con spirito critico, portando il loro contributo di idee e di proposte.

Mi auguro che le idee contenute nell’agenda possano contribuire ad orientare le forze politiche nel dibattito elettorale dei prossimi mesi e a suscitare energie nuove presenti nella società civile. Sia io che tutti noi riceviamo appelli numerosi e molto diversi di gruppi, organizzazioni, associazioni e singoli che semplicemente dicono che la gente è molto arrabbiata con il mondo della politica, che talora la disgusta, ma vorrebbe potersi avvicinare ad una politica diversa.

A quelle forze che manifestassero un’adesione convinta e credibile, sarei pronto a dare il mio apprezzamento e incoraggiamento e, se richiesto, una guida. Questo è il modo in cui intendo rapportarmi con la fase politica che si apre adesso. Ho voluto dirlo con trasparenza, e, spero, chiarezza. Questa mia presa di posizione ovviamente non coinvolge nessuno dei ministri che con me hanno collaborato e di cui sono orgoglioso. Essi possono avere idee coincidenti, oppure in parte o in tutto divergenti. Mi è sembrato comunque utile dare all’opinione pubblica il quadro delle riflessioni che nascono dall’esperienza del Governo che ho presieduto.

 

Testo ufficiale ed integrale della cosiddetta Agenda Monti
CAMBIARE L’ITALIA, RIFORMARE L’EUROPA
UN’AGENDA PER UN IMPEGNO COMUNE
PRIMO CONTRIBUTO AD UNA RIFLESSIONE APERTA
Mario Monti

1. ITALIA, EUROPA
Costruire un’Europa più integrata e solidale, contro ogni populismo

La crisi ha impresso al processo di integrazione europea una accelerazione che sarebbe stato difficile immaginare solo pochi anni fa. Nei prossimi anni saranno scritte pagine decisive per il futuro dell’Europa e per il destino degli Stati che ne fanno parte. La scelta a favore o contro l’Europa e su quale Europa diventerà una linea di frattura fondamentale tra gli Stati e le forze politiche. L’Italia, Paese fondatore, deve essere protagonista attivo e autorevole di questa fase di rifondazione dell’Europa. Deve svolgere un ruolo trainante per promuovere nuovi assetti che rendano l’Unione Europea capace di perseguire in modo efficace, e secondo linee democraticamente decise e controllate, la crescita economica e lo sviluppo sociale del continente secondo il modello dell’economia sociale di mercato. L’Italia deve battersi per un’Europa più comunitaria e meno intergovernativa, più unita e non a più velocità, più democratica e meno distante dai cittadini. Le conclusioni del Consiglio europeo del 13-14 dicembre 2012 segnano l’avvio di un cammino per la costruzione di un’autentica Unione economica e monetaria basata su una più intensa integrazione fiscale, bancaria, economica e politico istituzionale. Le elezioni europee del giugno 2014 dovranno costituire il momento per un confronto trasparente e democratico tra le forze politiche europee sul futuro della costruzione comunitaria. Il prossimo Parlamento europeo dovrà avere un mandato costituzionale. Il rifiuto del populismo e dell’intolleranza, il superamento dei pregiudizi nazionalistici, la lotta contro la xenofobia, l’antisemitismo e le discriminazioni sono il denominatore comune delle forze europeiste.

Quello che l’Italia deve chiedere all’Europa

L’Europa da sola non è la ricetta che risolve i problemi dell’Italia. L’Unione europea non è qualcosa al di sopra o al di fuori dei suoi Stati membri. Le sue politiche sono il risultato di un mix di interessi generali e interessi particolari dei vari Stati. Per questo trarre pienamente vantaggio dalla partecipazione all’Unione richiede una presenza costante e vigile per far valere il proprio punto di vista quando si definiscono le politiche, che poi fissano la cornice per le azioni a livello nazionale. Per contare nell’Unione europea non serve battere i pugni sul tavolo. Se non si convincono gli altri Stati delle proprie ragioni, si resta con un pugno di mosche in mano. Né serve fare i soci poco esigenti al tavolo del negoziato e magari provare ad allentare gli obblighi successivamente quando devono essere attuati. L’influenza sulle decisioni comuni nasce dalla credibilità, dal saper far valere peso economico e politico, dal lanciare idee su cui creare alleanze. Per questo l’Italia, paese contributore netto al bilancio europeo e che sostiene finanziariamente lo sforzo di salvataggio dei Paesi sottoposti a programma del Fondo Europeo Salva-Stati, deve chiedere all’Europa politiche orientate nel senso di una maggiore attenzione alla crescita basata su finanze pubbliche sane, un mercato interno più integrato e dinamico, una maggiore solidarietà finanziaria attraverso forme di condivisione del rischio, una maggiore attenzione alla inclusione sociale e alla sostenibilità ambientale. Politiche che ne riflettono i suoi interessi e i suoi valori.

Quello che l’Europa chiede all’Italia

Far parte di una comunità politica ed economica sempre più integrata comporta vantaggi ma anche responsabilità. Dobbiamo sempre più abituarci al fatto che le nostre scelte di politica economica siano guardate e valutate con attenzione dagli altri Stati dell’Unione, perché le politiche fatte insieme producono risultati migliori e perché le cattive politiche fatte a livello nazionale possono produrre danni che si riflettono negli altri Paesi con cui siamo strettamente integrati. Le forze politiche devono fare proprio il principio secondo cui le politiche economiche (in particolare le misure volte alla crescita e quelle di politica finanziaria) di ciascuno Stato Membro dell’Unione sono una questione di interesse comune dell’Unione europea e come tali sono soggette a coordinamento, orientamento e monitoraggio da parte della stessa. In questo quadro l’Italia deve confermare il proprio impegno al rispetto delle regole di disciplina delle finanze pubbliche e ad assumere le priorità strategiche definite in sede europea e le raccomandazioni specifiche che l’Unione europea rivolge ogni anno all’Italia, come a tutti gli altri Stati Membri, come parametri di riferimento per la formulazione della sua politica economica.

L’Italia a testa alta nel mondo

Una parte rilevante dell’azione del governo è stata dedicate all’azione sul fronte internazionale. Questa scelta corrisponde alla convinzione che il destino di ogni Paese non si decide più nei suoi confini ma è strettamente intrecciato a quello del sistema di relazioni globali in cui è inserito. E che la quotazione dell’aggettivo “italiano” nel mondo è altrettanto importante dello spread per la crescita e lo sviluppo del nostro Paese. Per questo è stata data priorità a rafforzare la posizione dell’Italia dentro l’Unione europea e a rinsaldare i legami con gli Stati Uniti promuovendo un più forte legame transatlantico. Allo stesso tempo l’Italia ha rafforzato il suo posizionamento in tutti i quadranti fondamentali dello scacchiere globale, dal Medio oriente all’Asia. La collocazione geografica dell’Italia al centro del Mediterraneo impone di guardare con più coraggio e con una visione strategica ai grandi cambiamenti politici, economici e civili suscitati dalla primavera araba e di sostenere percorsi di vera democratizzazione. L’Italia ha confermato la sua vocazione a sostenere il multilateralismo, nelle Nazioni Unite e nei fori informali come il G8 e il G20. Un’azione che poggia su uno strumento diplomatico di eccellenza, sulla presenza delle forze armate italiane nelle operazioni di pace nel mondo, nel contrasto al terrorismo internazionale e nella lotta alla pirateria, sulla diffusione della cultura italiana nel mondo. Su questo sentiero, l’Italia deve valorizzare la rete di italiani nel mondo, un network con potenziale inestimabile. Occorre maggiore attenzione alle relazioni con i Paesi in via di sviluppo improntandole alla difesa della pace e alla solidarietà, allo sradicamento della povertà e della insicurezza alimentare. Per ovviare a risorse forzatamente limitate, va rafforzato il coordinamento delle politiche di cooperazione, mettendo a coerenza l’intero sistema di cooperazione italiano (pubblico, privati, territori e società civile).

 

2. LA STRADA PER LA CRESCITA
La crescita non nasce dal debito pubblico. Finanze pubbliche sane, a tutti i livelli.

Con un debito pubblico che supera il 120% del PIL non si può seriamente pensare che la crescita si faccia creando altri debiti. Non è una questione di cieco rispetto di vincoli europei o sottomissione ai mercati. E’ la realtà, scomoda, dei numeri. Lo spread conta per le imprese e i lavoratori, perché finanziare il debito pubblico costa agli italiani €75 miliardi in interesse annuali, ovvero circa il 5% del PIL. Ridurre di 100 punti base il tasso di interesse che paghiamo sul debito, vale 20 miliardi di euro a regime. E da novembre 2011 il tasso di interesse è calato di oltre 250 punti. Si possono anche criticare obblighi europei, ed anche il governo le ha criticate, per certi aspetti, ma bisogna ricordare che esse sono oggi il test della credibilità della politica fiscale seguita dagli Stati che devono rientrare da un debito eccessivo. Bisogna rovesciare la prospettiva e prendere il quadro europeo come lo stimolo a cercare la crescita dove essa è veramente, nelle innovazioni, nella maggiore produttività, nella eliminazione di sprechi. La crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane.

Per questo il Paese dovrà continuare l’impegno per il risanamento dei conti pubblici in coerenza con gli obblighi europei in materia di disciplina delle finanze pubbliche, ed in particolare:

  • a. attuare in modo rigoroso a partire dal 2013 il principio (di cui al nuovo articolo 81 della nostra Costituzione) del pareggio di bilancio strutturale, cioè al netto degli effetti del ciclo economico sul bilancio stesso;
  • b. ridurre lo stock del debito pubblico a un ritmo sostenuto e sufficiente in relazione agli obiettivi concordati (tenuto conto del fatto che, realizzato il pareggio di bilancio e in presenza di un tasso anche modesto di crescita, l’obiettivo di riduzione dello stock del debito sarebbe già automaticamente rispettato);
  • c. ridurre a partire dal 2015, lo stock del debito pubblico in misura pari a un ventesimo ogni anno, fino al raggiungimento dell’obiettivo del 60% del prodotto interno lordo;
  • d. proseguire le operazioni di valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico, in funzione della riduzione dello stock del debito pubblico (ogni provento deve essere integralmente destinato a questo scopo).

Riduzione e riequilibrio dei carichi fiscali

L’aggiustamento fiscale compiuto quest’anno a prezzo di tanti sacrifici degli italiani ha impresso una svolta. Con l’avanzo primario raggiunto, il debito è posto su un sentiero di riduzione costante a partire dal prossimo anno. Per questo, se si tiene la rotta, ridurre le tasse diventa possibile.

Per la prossima legislatura occorre un impegno, non appena le condizioni generali lo consentiranno, a ridurre il prelievo fiscale complessivo, dando la precedenza alla riduzione del carico fiscale gravante su lavoro e impresa. Questa va comunque perseguita anche trasferendo il carico corrispondente su grandi patrimoni e sui consumi che non impattano sui più deboli e sul ceto medio. Servono meccanismi di misurazione della ricchezza oggettivi e tali da non causare fughe di capitali. In questo modo il fisco diventa strumento per perseguire anche obiettivi di maggiore equità nella distribuzione del peso dell’aggiustamento.

Bisogna inoltre realizzare un nuovo Patto tra fisco e contribuenti per un fisco più semplice, più equo e più orientato alla crescita. Seguendo l’impostazione tracciata dalla legge delega in materia fiscale, il cui esame non è stato completato dal Parlamento, occorre riformare il sistema tributario.

Eliminare gli sprechi, valorizzare gli investimenti produttivi.

Se la corsa della spesa pubblica non viene fermata e la dinamica del debito non è invertita, il Paese non può ripartire. Ma i tagli devono avvenire in modo intelligente e selettivo. Spending review non vuol dire solo “meno spesa”, ma “migliore spesa”. Vuol dire eliminare ciò che non è efficace o non ha ragioni di essere mantenuto e creare spazi per la spesa che produce crescita. E’ necessario creare gli spazi per aumentare gli investimenti pubblici per la crescita e l’occupazione, invertendo il trend discendente di questi ultimi anni.

La spending review lanciata quest’anno ha permesso risparmiare 12 miliardi e ulteriori risparmi saranno conseguiti nel 2013, quando le misure entreranno pienamente a regime. Sono state ridotte le retribuzioni dei manager pubblici e benefit costosi, come le auto blu. L’azione di riduzione dei costi è però solo all’inizio. Cambiamenti strutturali nella spesa, come la riduzione e il taglio di enti e organismi pubblici, richiedono tempo e un approccio sistematico e continuativo. Deve proseguire l’azione di riduzione e riqualificazione della spesa corrente, salvaguardando tuttavia la spesa per investimenti produttivi per le infrastrutture, la ricerca e l’istruzione, motori della crescita. Riqualificare la spesa pubblica significa domandarsi sistematicamente se le voci di bilancio, indipendentemente dalla loro anzianità di iscrizione nei bilanci, hanno ancora senso e sono congrue ai risultati da raggiungere, valutando la loro efficienza ed efficacia. La spending review deve diventare un metodo ordinario per la gestione corretta ed efficiente delle amministrazioni pubbliche, prima fra tutte quella statale.

Una pubblica amministrazione più agile, più efficiente, più trasparente. Usare meglio i fondi strutturali europei

Un’amministrazione pubblica più moderna e più agile è la chiave per migliorare la vita dei cittadini e la competitività del Paese. La semplificazione del rapporto tra la pubblica amministrazione e i cittadini e le imprese è stata al centro dell’azione di questi mesi: via adempimenti inutili per infrastrutture ed edilizia, migliorata la legge fallimentare, piena digitalizzazione della pubblica amministrazione, per fare qualche esempio. Cambiare il volto dell’amministrazione pubblica è uno sforza di lunga lena. Le riforme amministrative avviate nei mesi scorsi devono continuare così da allineare ai migliori standard europei i livelli di efficienza delle amministrazioni di ciascun settore e ridurre il carico burocratico gravante sulle imprese e i cittadini, anche nel pagamento dei tributi.

Entro i primi 100 giorni di attività del nuovo governo dovrà essere lanciata una consultazione per identificare le 100 procedure da eliminare o ridurre con priorità assoluta. L’altra priorità è accrescere, mediante le necessarie misure organizzative e gestionali, l’efficienza delle pubbliche amministrazioni, in particolare dell’amministrazione giudiziaria, elemento chiave per la competitività delle imprese. Le misure prese quest’anno e le esperienze pilota nei tribunali dimostrano che si può ottenere una giustizia più efficiente e più celere per i cittadini e le imprese. Deve essere introdotto un principio generale di trasparenza assoluta della pubblica amministrazione, secondo il modello del Freedom of Information Act degli Stati Uniti e del Regno Unito.

Lo spreco dei fondi strutturali dell’Unione europea, un’occasione unica di investimento per la crescita nelle regioni del nostro Mezzogiorno, è uno scandalo che il nostro Paese non può più permettersi. Non si possono chiedere risorse allo Stato, e quindi ai contribuenti, mentre si lasciano svanire risorse europee, che sono peraltro anch’esse finanziate dal contribuente italiano. Sulla scorta dell’esperienza maturata con il successo del Piano di azione coesione e della riprogrammazione dei fondi strutturali, occorre mettere in campo tutti gli sforzi possibili per incrementare la capacità delle amministrazioni di promuovere progetti finanziabili da parte dei Fondi strutturali dell’UE, con un obiettivo preciso: l’utilizzazione totale dei contributi disponibili.

Continuare la stagione delle liberalizzazioni

L’anno passato ha segnato un salto di qualità negli interventi per l’apertura dei mercati e la rimozione delle barriere alla concorrenza. Le liberalizzazioni non sono state provvedimenti isolati ma parte integrante di una politica economica che ha messo al centro l’interesse dei cittadini-consumatori piuttosto che quello delle singole categorie economiche o dei produttori. Ed è stata un contributo ad accrescere l’equità, favorendo gli outsiders e i nuovi ingressi nel mercato. Sono stati interessati gli ordini professionali, banche ed assicurazioni, i mercati del gas e dei carburanti, i trasporti, le farmacie, i servizi pubblici locali, per citare solo alcuni settori. Secondo l’OCSE questi interventi hanno allentato rigidità radicate e potranno portare fino allo 0,4% di crescita incrementale all’anno per i prossimi dieci anni.

Restano tuttavia ostacoli alla concreta attuazione delle liberalizzazioni, perché molte norme generali hanno bisogno di attuazione a livello regionale e locale. Restano ancora restrizioni in vari settori. Resta la tentazione ricorrente di reintrodurre tutele e protezioni, come si è visto con la riforma della professione forense.

E’ necessario impegnarsi a proseguire e intensificare la politica di apertura dei mercati dei beni e dei servizi, sulla base di un adeguato processo di consultazione pubblica, nelle industrie a rete, nei servizi pubblici locali, rispettando i paletti posti dalla sentenza della Corte costituzionale, e nei servizi resi da lavoratori autonomi e liberi professionisti, nonché di rimozione dei vincoli che limitano in essi la concorrenza, sulla linea delle indicazioni della Commissione europea e dell’Autorità Antitrust nazionale. Bisogna fare della Legge Annuale sulla Concorrenza lo strumento regolare di una periodica azione di rimozione di vincoli e blocchi che ingessano l’economia e di maggior tutela dei consumatori. Mettere al centro della politica economica la concorrenza significa lavorare per un’economia più efficiente e innovativa, migliorando la qualità di vita e le possibilità di scelta dei cittadini- consumatori.

Rivitalizzare la vocazione industriale dell’Italia

ILVA, IRISBUS, ALCOA sono solo alcuni dei nomi delle oltre trecento vertenze che in questi mesi hanno segnato la cronaca delle crisi industriali. Con la crisi il contributo dell’industria manifatturiera all’economia italiana si è ridotto significativamente, in termini di valore aggiunto e di occupati. E la crisi continua a colpire. Siamo ancora ben lontano dai livelli di attività industriale precedenti al 2008. La crisi industriale e occupazionale è il prodotto di dinamiche globali ma anche di scelte sbagliate nei decenni passati e di riforme a lungo rimandate. Ma dobbiamo avere fiducia nella forza dell’Italia come luogo competitivo di produzione industriale.

Nei mesi scorsi migliorare il contesto competitivo per le imprese è stato un filo rosso dell’azione del governo. Riduzione degli oneri burocratici, tribunali per le imprese, promozione di fonti di finanziamento alternative, come la possibilità di avere obbligazioni societarie o l’agevolazione fiscale per i project bonds, la defiscalizzazione per le imprese che investono (ACE), la riduzione dei ritardi di pagamento dell’amministrazione alle imprese, revisione degli incentivi alle imprese, riduzione dei costi di approvvigionamento energetico sono stati alcuni dei fronti di azione. Bisogna andare avanti. Occorre aumentare gli investimenti in ricerca e innovazione, attraverso il credito strutturale di imposta. Bisognafacilitare l’introduzione di nuove forme di finanziamento per migliorare l’accesso al credito e promuovere misure che facilitino la crescita dimensionale delle nostre imprese.

Per gestire le ristrutturazioni industriali si può immaginare uno strumento nuovo, un Fondo per le ristrutturazioni industriali, che faccia da catalizzatore per la partecipazione di capitali privati. Occorre continuare a lavorare per la riduzione del costo dell’energia. Occorre completare la riforma della giustizia civile. Serve infine lavorare sulla produttività totale dei fattori e sul costo del lavoro per diminuire quel divario con gli altri Paesi europei che crea uno squilibrio di competitività. Bisogna quindi continuare sulla strada del decentramento della contrattazione salariale lungo il solco dell’accordo tra le parti sociali dell’ottobre scorso.

Tutto questo serve ad aiutare la transizione dei settori tradizionali. Allo stesso tempo dobbiamo favorire la nascita di nuove imprese nei settori che sono portatori di crescita. Il governo ha per la prima volta introdotto un regime per le start up. Sulla base di un attento monitoraggio dei risultati, si potrà pensare a sostenere ulteriormente le piccole imprese innovative, anche aiutando l’emergere di un vero mercato dei capitali di rischio, in particolare seed capital, che aiuti i giovani nella primissima fase di avvio della loro impresa.

Aperti ma non disarmati sui mercati globali. Proiettare le imprese italiane sui mercati internazionali, riaprire il Paese agli investimenti esteri.

La crisi ha accelerato la corsa delle economie emergenti, dove maggiore è l’espansione della domanda e si accumulano nuovi capitali. Nella zona euro, le economie che hanno attraversato meglio la crisi sono quelle che hanno saputo cogliere le opportunità poste dalla crescita dei mercati extraeuropei. Tra le imprese italiane, quelle più grandi, più produttive e più innovative hanno saputo difendere e aumentare le loro quote di export, mentre soffrono le piccole e medie imprese, che fanno più fatica ad uscire dal mercato domestico. Nel complesso, negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso quasi il 30% della sua quota nel commercio mondali dei beni. Adesso si è iniziato a invertire la rotta.

La credibilità dell’Italia nel mondo aiuta le imprese ad aprirsi nuove porte. Ma per sostenere la competitività c’è anche bisogno di ridurre i costi del credito per l’export, di rendere più agili ed efficienti le strutture di promozione del commercio estero rafforzando il lavoro della nuova ICE, di migliorare la logistica e di eliminare oneri amministrativi e adempimenti farraginosi. Occorre una attenzione particolare per la proiezione internazionale delle imprese medio-piccole, che hanno bisogno di consulenza giuridico-economica adeguata e di informazioni sui nuovi mercati di sbocco. Bisogna infine sostenere gli interessi legittimi delle imprese e dei lavoratori italiani nella definizione degli accordi commerciali che l’Unione europea stringe con i Paesi terzi, promuovendo un migliore e più equo accesso ai mercati internazionali, secondo la logica di un approccio aperto ma non disarmato.

Allo stesso tempo, l’Italia è un paese dove mancano capitali per investimenti e crescita. Eppure è il fanalino di coda nella classifica degli investimenti diretti esteri. Negli ultime mesi abbiamo assistito ad un inizio di ritorno degli investimenti esteri in Italia. Bisogna puntare a raggiungere un livello di investimenti diretti esteri vicino alla media europea, che potrebbe portare fino a circa 50 miliardi di euro in più di investimenti l’anno. Per far questo bisogna guardare con occhi più aperti agli investimenti diretti esteri, quando sono basati su piani industriali seri e hanno prospettive di valorizzazione industriale e occupazionale. E’ il contrario della svendita, è un’opportunità per entrambi, investitori e territori beneficiari.

Bisogna prendere sul serio l’istruzione, la formazione professionale e la ricerca.

La scuola e l’università sono le chiavi per far ripartire il Paese e renderlo più capace di affrontare le sfide globali. A livello collettivo, investire in capitale umano è la strada per sfuggire alla morsa della competizione di Paesi con costi di manodopera più bassi. A livello individuale, avere un grado di istruzione adeguato e competenze appropriate è una carta fondamentale per trovare lavoro, realizzare le proprie aspirazioni. Eppure l’Italia ha un elevato tasso di abbandono scolastico precoce, un livello di performance scolastica più basso rispetto alla media dei Paesi OCSE e un numero di laureati lontano dagli obiettivi fissati dall’Unione europea.

C’è bisogno di invertire la rotta. Per questo bisogna prendere l’istruzione sul serio. Serve rompere uno schema culturale per cui il valore dello studio e della ricerca e il significato della professione di insegnante sono stati mortificati. Gli insegnanti devono essere rimotivati e il loro contributo riconosciuto, investendo sulla qualità. Il modello organizzativo deve cambiare puntando su autonomia e responsabilità come principi fondanti. Da subito occorre completare e rafforzare il nuovo sistema di valutazione centrato su INVALSI e INDIRE, basato su indici di performance oggettivi e calibrati sulle caratteristiche del bacino di utenza e dei livelli di entrata degli studenti.

Occorre inserire con gradualità meccanismi di incentivazione dei dirigenti scolastici basati sulla valutazione del rendimento della struttura ad essi assegnata, e degli insegnanti, ad esempio attraverso un premio economico annuale agli insegnanti che hanno raggiunto i migliori risultati.

Bisogna ridurre il tasso troppo alto (18%) di abbandono scolastico precoce con misure mirate e nuovi investimenti nelle strutture scolastiche. Occorre assicurare a ogni adolescente che esce da un ciclo scolastico un servizio efficiente di orientamento scolastico e professionale.

Man mano che si riduce il costo del debito pubblico e si eliminano spese inutili, possiamo creare nuovi spazi per investimenti nell’istruzione. La priorità dei prossimi cinque anni è fare un piano di investimenti in capitale umano. In materia di ricerca, occorre proseguire e affinare il progetto avviato dall’ANVUR per il censimento e la valutazione sistematica dei prodotti di ricerca. Bisogna inoltre rilevare per ogni facoltà in modo sistematico la coerenza degli esiti occupazionali a sei mesi e tre anni dal conseguimento della laurea, rendendo pubblici i risultati.

E’ prioritario accrescere gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione, incentivando in particolare gli investimenti del settore privato, anche mediante agevolazioni fiscali e rafforzando il dialogo tra imprese e università. Bisogna rendere le università e i centri di ricerca italiani più capaci di competere con successo per i fondi di ricerca europei, sulla scorta del lavoro avviato nei mesi passati.

Italia 2.0: l’Agenda digitale

Nel corso dell’ultimo anno sono state messe in campo varie misure per colmare il ritardo accumulato dall’Italia nello sfruttare le opportunità offerte dalle tecnologie ICT. Sono state introdotte misure per favorire la più rapida digitalizzazione della pubblica amministrazione, in modo da ampliare il numero di cittadini che interagiscono con gli uffici pubblici attraverso internet, ad esempio per ottenere fatturazioni, certificati o procedure anagrafiche o per pagare servizi come i ticket sanitari. Sotto la guida della Cabina di regia istituita dal Governo si sono fatti progressi nell’attuazione dell’Agenda digitale italiana, che fissa una serie di obiettivi e di azioni da attuare entro il 2020. Occorre continuare il lavoro avviato e rafforzarlo lungo i quattro assi delle connessioni infrastrutturali a banda larga e ultra larga, delle smart communities/smart cities, della introduzione dell’approccio “open data” rendendo tutti i dati della pubblica amministrazione accessibili e scambiabili on line, la diffusione del “cloud computing”, la nuvola dei dati, per unire e condividere dati provenienti da più istituzioni e dell’e-government, rafforzando gli incentivi per l’utilizzo di tecnologie digitali nei processi amministrativi per fornire servizi ai cittadini.

Sfruttare tutto il potenziale dell’economia verde

La tutela dell’ambiente è investimento per il futuro e presupposto per vivere meglio il presente. Lavoro e salute non devono più essere alternativi, ma complementari. Per questa ragione l’economia verde non può essere “altro” dall’economia, ma è parte integrante dell’economia. L’industria, i trasporti, l’agricoltura, gli edifici devono riorientarsi secondo i criteri dell’efficienza, del contenimento delle emissioni nocive, dell’impiego di materiali riciclabili e di tecnologie intelligenti per smaltire i rifiuti, bonificare i terreni, ottimizzare il ciclo dell’acqua, mettere in sicurezza il territorio, incentivare la mobilità a basso impatto ambientale. Programmi formativi e incentivi devono facilitare le scelte “verdi”.

Le regole devono essere chiare e ragionevoli – e la semplificazione operata dal Governo, ad esempio attraverso la nuova Autorizzazione unica ambientale, è un esempio di come ciò possa essere fatto –, ma bisogna essere intransigenti verso chi le viola.

Agli sforzi già in atto per ridurre e differenziare la produzione di rifiuti, che vanno mantenuti e, se possibile, rafforzati, occorre affiancare sia una produzione efficiente in grado di allungare il tempo di vita dei prodotti, sia un rilancio del riciclo, in linea con i migliori esempi europei dove lo smaltimento in discarica è stato azzerato. Gli standard di qualità europei ci chiamano a cambiare la nostra mentalità in relazione alla gestione dei rifiuti, privilegiando, laddove possibile, il riciclaggio e riutilizzo. Serve puntare ad un risultato di abbattimento degli smaltimenti (in Italia riguarda tra il 50-60% dei rifiuti). Per questo serve promuovere l’innovazione aprendo i mercati a prodotti realizzati con materiali riciclati, che dovrebbero essere certificati e garantiti, e alla produzione e l’utilizzo di materie prime biodegradabili cambiare certe abitudini degli italiani. Occorre anche cambiare certi atteggiamenti per creare una vera domanda per le materie “verdi”. In questo anno il governo ha inoltre lavorato molto sull’energia: revisione degli incentivi per le rinnovabili, efficienza energetica, estrazione di idrocarburi, mercato del gas, liberalizzazione del mercato all’ingrosso dei carburanti e della distribuzione.

A venti anni di distanza dal precedente Piano energetico nazionale è stata presentata una nuova strategia energetica nazionale che fa della crescita sostenibile, dal punto di vista economico e ambientale, il proprio imperativo e punta a fare del Paese un hub energetico nel Mediterraneo. E’ necessario continuare sulla strada tracciata, dando attuazione alle linee guida della strategia per dare all’Italia una energia meno costosa, più sicura e più sostenibile.

Serve infine procedere ad uno snellimento e semplificazione della governance nel mondo dell’energia, riprendendo la proposta di modifica del titolo V della Costituzione – per riportare allo Stato le decisioni in materia di infrastrutture energetiche – accompagnata dall’introduzione, sulla base dell’esperienza dei Paesi nordeuropei, dell’istituto del “dibattito pubblico“.

La politica agricola

Nel corso dell’attuale legislatura sono state prese diverse misure di semplificazione e rilancio del sistema agroalimentare, ma non è stato possibile portare a compimento alcune importanti iniziative legislativi e amministrative avviate. Per aiutare la crescita sostenibile del settore agroalimentare italiano occorre fermare la cementificazione e limitare il consumo di superficie agricola come proposto nel disegno di legge per la valorizzazione delle aree agricole e il contenimento del consumo del suolo, adottare un grande piano di gestione integrata delle acque si può tutelare il territorio sia dal rischio di dissesto idrogeologico che di carenza idrica.

Bisogna prendere misure per assicurare che agli agricoltori non rimanga una quota troppo bassa del valore aggiunto generato lungo le filiere agroalimentari, favorendo una maggiore aggregazione dell’offerta che dia agli agricoltori un adeguata forza contrattuale sul mercato ed eliminando intermediazioni inutili e parassitarie che sottraggono reddito.

Serve dare una maggiore protezione agli agricoltori dalle crisi, climatiche o di mercato, cicliche o meno incentivando le pratiche assicurative a livello nazionale e comunitario. Bisogna affrontare il problema di come assicurare un migliore accesso al credito agrario specializzato. Serve infine tenere la guardia alta sullatutela del “made in Italy”, proteggendo le produzioni nazionali con attività di repressione dell’agro-pirateria, e, sul piano internazionale, rafforzando la lotta alla contraffazione e all’Italian sounding. E’ infine necessaria unaforte politica di sostegno all’export per imprese agricole ed industriali contando sul ruolo rafforzato dell’ICE per il settore.

L’Italia della bellezza, dell’arte e del turismo

Il patrimonio culturale del nostro Paese non ha eguali al mondo, per vastità nello spazio (dai monumenti alla gastronomia, dai teatri alle chiese) e nel tempo (dalle incisioni rupestri alle avanguardie). E’ una ricchezza non delocalizzabile, non riproducibile altrove. Per il nostro Paese è dunque una scelta strategica “naturale” puntare sulla cultura, integrando arte e paesaggio, turismo e ambiente, agricoltura e artigianato, all’insegna della sostenibilità e della valorizzazione delle nostre eccellenze.

I progetti promossi recentemente per il sito archeologico di Pompei, l’Accademia di Brera, la Galleria dell’Accademia di Venezia, il Museo di Capodimonte dimostrano che anche in periodi difficili è possibile trovare le risorse per tutelare il nostro patrimonio. Intese con le fondazioni di origine non bancaria o forme calibrate di partnership pubblico-privato potrebbero consentire un allargamento dello spettro delle iniziative finanziabili. Musei, aree archeologiche, archivi, biblioteche devono essere accessibili ai cittadini e ai turisti in modo più agevole e la qualità dell’offerta deve migliorare, anche sperimentando forme di sinergia e collaborazione tra il privato sociale e le istituzioni statali.

Investire nella cultura significa anche lavorare per rafforzare il potenziale del nostro turismo, poiché già oggi cultura, bellezze naturali ed enogastronomia sono i pilastri della nostra attrattività, anche rispetto a Paesi che presentano il maggior potenziale di sviluppo turistico (Russia, Brasile, Cina, India, Golfo). La macchina turistica va però governata meglio: oggi ci sono troppi centri decisionali, poco coordinati e con insufficiente massa critica per affrontare con successo la competizione globale. Per questo è necessario rafforzare il coordinamento centrale e incidere sul sistema ricettivo, fieristico, infrastrutturale, formativo, normativo e fiscale per renderli coerenti con un’offerta turistica che intercetti nuovi bisogni e migliori la qualità complessiva. In questi mesi è stato preparato e sottoposto a consultazione un Piano strategico per il turismo, che non è stato ancora adottato per la chiusura della legislatura. Occorre riprenderlo e lanciare un programma di azioni concrete a breve e a lungo termine.

 

3. COSTRUIRE UNA ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO, DINAMICA E MODERNA
La riforma delle pensioni e il nuovo mercato del lavoro

La riforma delle pensioni ha dato al Paese il sistema più sostenibile e avanzato in Europa. Il Governo è intervenuto sotto la pressione dell’emergenza per correggere anomalie e distorsioni accumulate nel tempo. Non possiamo permetterci di sprecare questo risultato. Guardando avanti, al primo posto delle priorità vi è l’esigenza di un’efficace informazione ai singoli lavoratori circa le pensioni che essi possono ragionevolmente attendersi di ricevere, in modo che possano meglio pianificare il loro futuro e i loro risparmi. A ormai quasi vent’anni dalla loro introduzione nel nostro sistema i fondi pensione integrativi non sono decollati. Va quindi dato un nuovo impulso alla previdenza complementare favorendone anche la crescita dimensionale con incentivi ai processi di fusione tra i fondi.

Dal canto suo la riforma del mercato del lavoro rappresenta un passo avanti fondamentale del nostro Paese verso un modello di flessibilità e sicurezza vicino a quello vincente realizzato nei Paesi scandinavi e dell’Europa del nord. Non si può fare marcia indietro. Bisogna proseguire sulla strada tracciata per migliorare. Per questo serve monitorare l’attuazione delle nuove norme per individuare correzioni possibili e completare le parti mancanti, ad esempio quelle relative al sistema di ammortizzatori sociali, al contenuto di formazione dell’apprendistato o alle politiche attive del lavoro e all’efficacia dei servizi per l’impiego.

La modernizzazione del mercato del lavoro italiano richiederà inoltre di intervenire per:

– una drastica semplificazione normativa e amministrativa in materia di lavoro. Un corpus di regole più semplice, più snello, che non sia una barriera ma una carta da giocare con chi vuole investire e creare lavoro nel Paese. Senza perdere niente in garanzie di sicurezza dei lavoratori o tutela dei diritti.

– il superamento del dualismo tra lavoratori sostanzialmente dipendenti protetti e non protetti;

– ridurre a un anno al massimo il tempo medio del passaggio da un’occupazione all’altra rendendo più fluido e sicuro il passaggio dei lavoratori dalle imprese in crisi o comunque meno produttive a quelle più produttive o comunque in fase di espansione;

– coniugare il massimo possibile di flessibilità delle strutture produttive con il massimo possibile di sicurezzaeconomica e professionale dei lavoratori nel mercato del lavoro;

– spostare verso i luoghi di lavoro il baricentro della contrattazione collettiva, favorendo il collegamento di una parte maggiore delle retribuzioni alla produttività o alla redditività delle aziende attraverso forme di defiscalizzazione, come avvenuto nell’accordo firmato dalle parti sociali nell’ottobre scorso.

Lavoro: più e meglio. Incrementare i tassi di occupazione giovanile e dei lavoratori anziani

Negli ultimi dodici mesi la disoccupazione della zona euro non ha cessato di salire. In Italia i disoccupati sono oltre l’11% della popolazione. Serve mettere in campo tutto il possibile per creare più posti di lavoro, in particolare per le categorie più colpite dalla crisi: giovani, donne, lavoratori anziani, anche rimettendo in gioco schemi consolidati.

I giovani sono stati al centro di molte misure adottate dal governo. Bisogna rilanciare con un Piano Occupazione giovanile con incentivi a sostegno della formazione e dell’inserimento nel mercato del lavoro e con forme di detassazione per chi assume lavoratori tra i 18 e i 30 anni.

Un altro fronte su cui occorre intervenire è quello dei lavoratori over 55, dove le misure di innalzamento dell’età di pensionamento ultimamente adottate dovrebbero essere consolidate e completate con misure volte apromuovere l’invecchiamento attivo, a incentivare l’assunzione di persone anziane, ad offrire agli over 55 disoccupati e non ancora in possesso dei requisiti per la pensione un sostegno del reddito collegato alla loro disponibilità al lavoro.

Le donne nella società e nell’economia italiana

Il ruolo delle donne nella vita economica e sociale italiana merita una riflessione a parte. L’Italia non potrà dispiegare il proprio potenziale di sviluppo economico se non riuscirà a valorizzare maggiormente le donne. Come ha stimato la Banca d’Italia, se raggiungessimo il traguardo fissato dal Trattato di Lisbona – un’occupazione femminile al 60 per cento – il nostro Prodotto interno lordo aumenterebbe del 7%.

Troppe donne italiane sono relegate ai margini del mondo lavorativo: alcune hanno perso il lavoro, altre non l’hanno mai trovato. Spesso hanno un lavoro sotto-pagato o che le costringe a dirimere ogni giorno il conflitto fra famiglia e professione, hanno remunerazioni minori e percorsi di carriera più lenti di quelli dei colleghi uomini, anche a parità di capacità e competenze.

Le donne oggi vogliono, devono e possono contare di più: nelle istituzioni, nelle imprese, in tutti i gangli della società. Affinché ciò accada occorre un approccio integrato. Ci vuole innanzitutto un salto di qualità nel modo un cui vediamo la donna nella società italiana: la rappresentazione pubblica del ruolo della donna deve cambiare, per poter favorire una piena partecipazione della donna al processo delle decisioni e contribuire così a rendere la società e l’economia più equa e più dinamica. Occorre una detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile, per dare una spinta decisiva all’occupazione delle donne.

Le quote rose, introdotte in questa legislatura, sono una misura necessaria ma da sola non sufficiente. La parità effettiva ha bisogno anche di convincenti politiche per la non discriminazione. E servono robustepolitiche di conciliazione famiglia-lavoro estese a un numero crescente di imprese e istituzioni ed un ampliamento del congedo di paternità. Se la maternità viene facilitata e occuparsi della cura e dell’educazione dei figli non è una corsa ad ostacoli, è più facile per le donne entrare o restare nel mercato del lavoro.

Un Welfare per il nostro tempo. La persona è il primo capitale da proteggere.

L’Europa e la sua agenda di disciplina delle finanze pubbliche e riforme strutturali sono nemiche del welfare? No. Lo Stato sociale è il cuore del modello sociale europeo e della sua sintesi tra efficienza ed equità, mercato e solidarietà. Realizzare obiettivi di redistribuzione e di lotta contro le diseguaglianze senza attenuare le energie per la crescita è la sfida politica centrale del nostro tempo. Di per sé l’Europa non limita i modi in cui si possono perseguire fini sociali e di equità, ma impedisce di finanziarli con una illimitata creazione di debito. E ci impone di capire che il modello che abbiamo costruito si sta incrinando sotto il peso del cambiamento demografico e della sempre più difficile sostenibilità finanziaria.

Abbiamo due alternative. O cercare di conservare il welfare state com’è, rassegnandoci a tagli e riduzioni di servizi per far fronte ad una spesa sempre crescente. O provare a rendere il sistema più razionale e aperto all’innovazione. Nel settore dell’assistenza sanitaria bisogna garantire il diritto alla tutela della salute in un nuovo contesto, organizzando il sistema sanitario secondo i principi di appropriatezza delle cure, costo/efficacia, riduzione al massimo degli sprechi, gestione manageriale basata su una valutazione trasparente dei risultati. Senza contrapporre sanità pubblica e sanità privata, perché ombre e luci, meriti e sprechi, esistono in entrambe. Il servizio sanitario nazionale resta una conquista da difendere e rafforzare attraverso innovazione, efficienza e professionalità.

Bisogna sempre più potenziare l’assistenza domiciliare dei parzialmente sufficienti e dei non autosufficienti, una soluzione che permette di coniugare risparmi di spesa e una migliore condizione del paziente. E dare attuazione alla riforma dell’ISEE per rendere più obiettivo e trasparente l’accesso alle prestazioni agevolate di oltre 20 milioni di italiani, con una particolare attenzione alle famiglie numerose e per quelle con figli molto piccoli. Senza dimenticare che la sanità e la sicurezza sociale sono la più grande industria di servizi del Paese. Promuoverla significa anche sostenere la crescita e l’innovazione.

Bisogna riconoscere e valorizzare il ruolo del volontariato, un mondo vastissimo che spesso incontriamo senza neppure riconoscerlo e che svolge funzioni preziose non solo nel campo dell’assistenza, ma anche dell’educazione, nella formazione degli adulti, nello stimolo culturale. In Italia è cresciuto in questi anni un modello di impresa sociale molto avanzato e che anche in Europa è guardato con interesse.

Nuove e vecchie povertà nella recessione

La crisi e la recessione hanno creato nuove povertà e aggravato il disagio dei tanti italiani che già erano ai margini della società o si trovano a rischio di esclusione sociale. Il Governo ha completamente ridisegnato la social card, trasformandola in un vero strumento di inclusione attiva nella società, con servizi legati all’effettiva ricerca di lavoro o inserimenti in attività organizzate a livello locale. E’ un’esperienza che dovrebbe essere generalizzata studiando come creare un reddito di sostentamento minimo, condizionato alla partecipazione a misure di formazione e di inserimento professionale.

Anche i servizi sociali territoriali, che hanno sofferto nella stretta della finanza pubblica, devono essere riconosciuti nella loro importanza fondamentale, trovando una soluzione di finanziamento strutturale e di lungo periodo. Infine, bisogna giocare la partita di un vero e proprio piano per l’autosufficienza.

Una società aperta. Merito e mobilità sociale

Costruire una società più giusta e moderna richiede di aggredire non solo il deficit fiscale, ma anche il deficit di opportunità che il Paese offre ai suoi giovani e alle persone meritevoli. Ogni anno migliaia di italiani, soprattutto giovani laureati, cercano all’estero una uscita di sicurezza da un Paese che spesso non sa riconoscere e coltivare il talento e ricompensare il merito a prescindere dal punto di partenza sociale o dalle reti di relazioni. L’Italia ha allo stesso tempo uno dei più bassi tassi di mobilità sociale e uno dei maggiori tassi di concentrazione della ricchezza. E’ la fotografia di un paese ingessato. Più mobilità sociale, più spazio al merito significa una società più dinamica, più innovativa e con meno diseguaglianze sociali. Una società aperta significa che tutte le posizioni sono contendibili e non acquisite per sempre. Vuol dire aprire spazi a chi ha più voglia di fare o a chi ha idee nuove, senza corsie preferenziali o rendite di posizione, senza privilegi.

Occorre aprire professioni e mercati ai giovani e ai nuovi entranti e garantire l’accesso alla pubblica amministrazione basato su concorsi generali e imparziali. Occorre ridurre lo spazio per i condizionamenti della politica nelle carriere amministrative e professionali, come si è cominciato a fare per i primari nella sanità pubblica o nella scelta della nuova dirigenza RAI. Il merito e la produttività dovranno essere gli elementi essenziali per la valutazione del lavoro svolto da tutti i dipendenti pubblici e per la parametrazione delle pubbliche retribuzioni.

Bisogna sostenere le nuove idee imprenditoriali come si è iniziato a fare per le imprese start up. Servono infine strumenti che incoraggino a essere più mobili, più intraprendenti, ad esempio con più borse di studio e orientamento professionale per i giovani che meritano ma non hanno minori mezzi personali e familiari, con agevolazioni fiscali che facilitino la mobilità geografica nello studio e nel lavoro, con misure che rendano più facile conciliare la vita privata e professionale, soprattutto per le coppie giovani.

La famiglia in una società che cambia

La famiglia è il cuore pulsante della società italiana. Essa svolge una funzione insostituibile ed è una risorsa fondamentale per la coesione sociale ed economica. Nella crisi economica è grazie alla famiglia se alcuni problemi – la disoccupazione giovanile, la non autosufficienza, gli anziani – non sono diventate delle vere e proprie tragedie. Ma la tenuta di questo “welfare familiare” tipico della nostra società è oggi sempre più a rischio.

Occorre pertanto portare la famiglia al centro delle politiche di sviluppo, della fiscalità e di welfare. Politiche per la famiglia molto avanzate, come accade negli altri Paesi europei, servono anche a contrastare il calo demografico, che è uno dei fattori di impoverimento delle società. L’Italia deve tornare ad avere fiducia nel futuro e a fare bambini. Va incoraggiata la più ampia creazione di asili nido, l’adozione di incentivi fiscali e contributivi a sostegno della natalità e per le famiglie numerose, va favorito l’accesso alla casa. I congedi parentali devono essere più articolati ed estesi. In una società che in virtù dell’allungamento della vita media dovrà necessariamente fare i conti con un crescente numero di anziani, vanno promosse reti capillari ed efficienti di assistenza a domicilio dei parzialmente sufficienti e dei non autosufficienti, meno onerose per lo Stato e più a dimensione umana per l’assistito.

 

4. CAMBIARE MENTALITA’, CAMBIARE COMPORTAMENTI
Riformare le istituzioni

Le riforme istituzionali non erano nel mandato affidato al Governo di impegno nazionale, nato per affrontare l’emergenza economica. Ma non si può non notare che anche in questa legislatura, non si sono create le condizioni per una revisione della seconda parte della Costituzione che renda più efficiente e autorevole l’azione delle istituzioni. Nonostante i ripetuti richiami del Presidente della Repubblica le forze politiche non hanno trovato un accordo per riformare la legge elettorale. Per rispondere alle domande dei suoi cittadini, l’Italia ha bisogno di riformare le sue istituzioni. Non ci sono più tempi supplementari. La prossima legislatura dovrà affrontare, da subito, il tema di come rendere le decisioni più efficaci e rapide, come riformare il bicameralismo e ridurre i membri del Parlamento. Il primo atto del nuovo Parlamento deve essere la riforma della legge elettorale, così da restituire ai cittadini la scelta effettiva dei governi e dei componenti delle Camere.

Federalismo e autonomie responsabili

La pluralità, l’articolazione e l’autonomia dei territori sono la ricchezza e la forza di un Paese come l’Italia. Le esigenze di controllo della finanza pubblica e la necessità di un’azione efficace e unitaria sul piano europeo e internazionale hanno imposto di ripensare gli equilibri tra centro e periferia. Un federalismo responsabile e solidale che non scada nel particolarismo e nel folclore è fondamentale. Nei mesi passati le riforme che dovevano aggiornare l’assetto territoriale dello Stato e modernizzarlo, come la riforma delle province o la riforma del Titolo V della Costituzione si sono incagliate. Non si può perdere altro tempo. Bisogna avere una nuova collaborazione tra governo e autonomie responsabili con le regioni e i territori capaci di mettersi in gioco devono poter assumere più responsabilità rispondendo però dei risultati in termini finanziari e sociali secondo il principio di sussidiarietà.

Mentalità vincente. Il buon metodo fa i buoni risultati.

Si parla molto dei risultati dei governi. Giustamente. Si parla molto meno però del metodo che serve per ottenere risultati. I riti della concertazione. La fila dei lobbisti fuori dalle aule delle Commissioni parlamentari mentre si discutono i provvedimenti. La giungla dei metodi di bilancio diversi per lo Stato e ciascuna delle Regioni. Sono alcune immagini di un processo di formazione delle politiche che segue canoni datati o che segue un non metodo. Per avere buoni risultati bisogna mettere ordine nei processi e nei modi della decisione pubblica. L’esperienza di questo governo ha portato novità importanti. Ai processi di concertazione, che in altri fasi storiche hanno prodotto passi importanti, si è sostituito un processo di consultazione, con le quali le parti sociali hanno l’opportunità di esprimere la loro opinione sulle iniziative progettate dal governo, ferma restando la responsabilità dei poteri pubblici, Governo e Parlamento, per la decisione finale.

Bisogna andare avanti nella strada di una migliore e più efficace governance pubblica: bisogna introdurre unaregolazione dell’attività delle lobby, bisogna assicurare una logica di monitoraggio e di valutazione della legislazione così da assicurare trasparenza, costante informazione sullo stato di attuazione dei provvedimenti, una valutazione oggettiva dei risultati ottenuti come base per le nuove riforme. Bisogna armonizzare i bilanci pubblici.

Il vero cambio di passo però richiede anche un cambio di mentalità. Meno individualismo più collegialità. E basta con la cultura dell’alibi, una cultura perdente per il Paese. E’ necessario parlare il linguaggio della verità, senza nascondere i problemi sotto il tappeto, e senza il timore di proporre soluzioni difficili.

Meno casta, meno costi. La politica dei cittadini.

Ogni volta che sono stati chiamati a farlo gli italiani hanno accettato sacrifici economici e sociali molto pesanti, mostrando un elevato senso di responsabilità civile e di comprensione della gravità del momento vissuto dal Paese. I cittadini devono essere meno comprensivi verso la cattiva politica e i comportamenti non virtuosi di coloro che hanno responsabilità politiche, a tutti i livelli. Il costo maggiore della politica sono le decisioni sbagliate o le non decisioni che scaricano il peso sulle nuove generazione. La politica deve essere servizio reso ai cittadini in modo disinteressato, in nome di un interesse generale. Serve riconciliare la politica con i cittadini per far sì che i cittadini si riconcilino con la politica, mettendo in campo regole chiare e rigorose per l’attività di partiti e istituzioni, imponendo standard di totale trasparenza e di integrità.

I recenti inaccettabili episodi di corruzione e malcostume emersi nelle cronache impongono una sterzata: la drastica riduzione dei contributi pubblici anche indiretti ai partiti e ai gruppi parlamentari e dei rimborsi elettorali, con l’introduzione di una disciplina di trasparenza dei bilanci con la perfetta tracciabilità dei finanziamenti privati e una soglia massima per gli stessi contributi. La politica deve essere accessibile a tutti e non solo a chi ha maggiori disponibilità finanziarie: le condizioni di accesso alla politica e la possibilità di esprimere le diverse posizioni devono essere garantire attraverso un vero pluralismo. Chi riveste cariche pubbliche dovrà dichiarare i propri interessi economici e patrimoniali al momento dell’ingresso in carica e alla fine del suo incarico, in modo da verificare eventuali casi di arricchimento indebito. Va previsto il divieto di cumulo tra indennità parlamentare e le retribuzioni da altre attività professionali.

Tolleranza zero per corruzione, evasione fiscale e economia sommersa

Il nostro Paese si colloca in una sconfortante posizione in tutte le classifiche internazionali sulla corruzione, l’evasione fiscale e l’economia sommersa. In questo anno è stata fatta una lotta all’evasione fiscale profonda, che ha raccolto 13 miliardi di maggiori entrate. E’ una questione di finanza pubblica. E’ una questione di legalità. E’ una questione di equità. Chi froda il fisco mette le mani nelle tasche dello Stato e riduce i servizi che esso può fornire a tutti i cittadini. L’azione di contrasto all’evasione fiscale deve però essere proseguita attraverso interventi finalizzati a identificare innanzitutto le grandi aree di illegalità. E’ inoltre essenziale introdurre meccanismi di tracciabilità dei pagamenti.

Nei mesi scorsi l’Italia si è data per la prima volta una disciplina legislativa per la lotta alla corruzione. Deve ora essere impostata una azione generale di rafforzamento del principio di legalità e trasparenza e di condanna dell’illegalità. Va introdotta una coerente disciplina del falso in bilancio e completata la normativa sull’anticorruzione, l’antiriciclaggio e l’autoriciclaggio. Va rivista la riduzione dei termini di prescrizione per garantire in modo più adeguato l’azione di prevenzione e contrasto di diversi gravi reati.

Il contrasto ad ogni forma di criminalità organizzata va accompagnata ad un solido rafforzamento delle misure repressive e preventive dei reati spia, sia per la pubblica amministrazione sia tra privati. Norme rigorose devono essere introdotte per favorire l’emersione dell’economia sommersa, che costituisce una forma di concorrenza sleale per le imprese e i lavoratori onesti.

Giustizia, sicurezza, criminalità organizzata e mafie

Nel campo della giustizia, oltre a quanto è stato iniziato dal governo in materia di miglioramento e accelerazione per la giustizia civile e delle imprese, va introdotta una coerente disciplina del falso in bilancio e completata la normativa sull’anticorruzione, l’antiriciclaggio e l’autoriciclaggio. Va rivista la riduzione dei termini di prescrizione per garantire in modo più adeguato l’azione di prevenzione e contrasto di diversi gravi reati, va introdotta una disciplina sulle intercettazioni e una più robusta disciplina sulla prevenzione del conflitto di interesse.

La lotta alla criminalità organizzata e alle mafie, deve continuare senza esitazioni. Uno sforzo comune che parte dalla necessità di un’etica pubblica che, nelle istituzioni, da quelle locali a quelle nazionali, ripudi qualsiasi tentazione di entrare in contatto con chi è portatore di interessi criminali. Un impegno che vive anche grazie ai tanti insegnanti, genitori e volontari che ogni giorno realizzano percorsi ed esperienze di educazione alla legalità e di contrasto alle mafie. Nella crisi economica la capacità delle mafie di inserirsi nel circuito economico sano è sicuramente più forte. Il contrasto alle infiltrazioni nell’economia è un settore nel quale sono state investite molte risorse ma in cui bisogna andare più avanti. Innanzitutto abbassando sempre più la quota di denaro contante che circola al di fuori del circuito legale e nutre i canali del riciclaggio, ma anche con altre misure come una stringente lotta al riciclaggio dei capitali mafiosi, l’introduzione del reato di autoriciclaggio e il rafforzamento della cooperazione internazionale.

Le procedure per le gare d’appalto devono diventare più trasparenti e controllabili facendo in modo che l’utilizzo della stazione unica appaltante diventi la regola. Insieme alla nuova gestione della certificazione antimafia e dei controlli dei cantieri per le gare pubbliche questo renderà sempre più difficile l’infiltrazione mafiosa. Un uso sempre più avanzato delle banche dati condivise deve essere uno degli obiettivi dei prossimi anni. Bisogna inoltre rafforzare le misure sui giochi in concessione ed a quello dei compro oro.

Altrettanto rilevante è l’impegno per sottrarre ai mafiosi le ricchezze accumulate, rendendo più efficienti le procedure di sequestro, confisca e riuso dei beni. Sulla scorta delle norme inserite nella ultima legge di stabilità per rendere più efficace l’Agenzia per i beni confiscati, bisogna lavorare sulla gestione dei beni dopo che lo Stato ne acquisisce il controllo: l’obiettivo è che nessuna di loro venga chiusa. I lavoratori, se non coinvolti nelle attività criminali, devono essere il primo bene da salvaguardare. Come pure deve continuare la preziosa esperienza del riutilizzo sociale dei beni sottratti alle mafie, un segnale preciso ed inequivocabile nei territori della scelta di campo dei cittadini. Dobbiamo tenere alta la guardia contro la progressiva infiltrazione delle mafie nelle zone dove erano meno presenti. Ci sono state importanti operazioni contro le mafie in Lombardia e Piemonte, come pure nel Lazio, in Liguria, Veneto ed Emilia. Per quanto riguarda le infiltrazioni mafiose nella vita politica la legge sull’incandidabilità manda un segnale preciso. Bisogna andare anche oltre, seguendo ad esempio il codice di autoregolamentazione dei partiti preparato dalla Commissione Antimafia.

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