Aristotele, lezione di economia


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La BCE scopre Aristotele come padre dell’economia, ma per il filosofo le ricchezze non possono essere accumulate senza fine e l’obiettivo è la “vita buona”

Lo scorso 15 novembre a Budapest, Benoît Cœuré, uno dei membri dell’Executive Board della Banca Centrale Europea, ha iniziato la sua introduzione al convegno su costi ed efficienza nei sistemi di pagamento al dettaglio citando Aristotele, in quanto è stato colui che per primo ha teorizzato le tre funzioni della moneta: riserva di valore, unità di conto e mezzo di scambio. La citazione era funzionale a concettualizzare il mandato e l’opera della BCE nell’attuale situazione di crisi. In un momento come questo, tuttavia, sarebbe stato più utile ricordare cosa scrisse Aristotele sull’economia.

Aristotele è stato il primo a essersi chiesto a che cosa serve l’economia: «Che l’oiconomia, (l’amministrazione della casa e delle proprietà) e la crematistica (l’arte di accumulare ricchezze) non siano identiche è chiaro: infatti all’una spetta procurare i beni, all’altra usarli», scrive il filosofo nel I libro della Politica e più avanti specifica: «Una sola specie di acquisto è una parte naturale dell’economia: quella che si deve praticare per raccogliere i mezzi necessari alla vita e utili alla comunità politica e familiare. Ed è ragionevole affermare che la vera ricchezza consista in questi mezzi. La quantità di simili mezzi per una “vita buona” non è infinita».

Per Aristotele l’obiettivo non può essere una crescita illimitata dei beni materiali – del Pil, diremmo oggi – anzi, l’ossessione per l’accumulo di denaro e ricchezze ci distrae inevitabilmente dalla ricerca di una “vita buona” e ci fa vivere in modo innaturale. E la “vita buona” non è una ricerca individuale, funzione delle preferenze soggettive, che ciascuno può decidere. È un progetto collettivo, che è compito del politico perseguire, per arrivare a un’economia “naturale”, che amministra le ricchezze con lo scopo di garantire la possibilità di realizzare la “vita buona” per i membri della comunità politica.

Per Aristotele è la politica, che avendo come proprio fine ciò che è meglio, «si prende grandissima cura di rendere i cittadini persone di un certo tipo, e buone, e capaci di compiere belle azioni». Del resto anche «l’economia si cura più degli uomini che della proprietà inanimata e delle virtù dei primi più che di quella della proprietà che chiamiamo ricchezza». L’economia, cioè l’amministrazione della casa e della città, dovrebbe occuparsi delle virtù degli uomini (e delle donne), oltre a far tornare i conti delle finanze familiari e delle casse dello Stato.

Aristotele era dunque un teorico anticapitalista ante-litteram del IV secolo a.C.? Ovviamente no, era un insegnante di filosofia molto benestante – il suo allievo più illustre è stato Alessandro il Grande – che possedeva proprietà e schiavi. Il pensiero di una redistribuzione della ricchezza non lo ha mai sfiorato. Ma per lui la ricchezza è solo “l’insieme degli strumenti che hanno a disposizione la famiglia e la città” e per ciò stesso essa deve avere un limite.

Non sono cose da banchieri centrali, queste, specialmente di una Banca centrale come la BCE che nel suo statuto non solo non ha l’obiettivo della “vita” buona” di Aristotele, ma non ha neanche la piena occupazione che si trova nello statuto della Federal Reserve americana. Per la BCE quello che conta è solo la stabilità dei prezzi, in base a quanto stabilito dal trattato di Maastricht, che ha dato vita a più di un rovesciamento. L’Euro è la prima moneta della storia senza Stato, l’amministrazione della moneta è affidata a una banca centrale, la BCE, che è sottratta alla responsabilità della politica: i compiti che Aristotele assegnava alla Politica sono stati cancellati dal dogma liberista dell’indipendenza della banca centrale. Nell’Europa che abbiamo costruito l’economia si sottrare al controllo della politica, la lotta all’inflazione viene prima della disoccupazione, l’accumulazione di ricchezza fine a se stessa distrugge la possibilità di “vita buona”. Lo sanno bene quei 608 mila giovani sotto i 25 anni che in Italia che sono disoccupati e in cerca di lavoro e i quasi 900 mila disoccupati che nel 2012 hanno presentato domanda di disoccupazione.

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