Se il Cardinal Ravasi mi twitta Bataille


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L’altro giorno sono rimasta stupefatta nel vedere che dall’account twitter diGianfranco Ravasi,

Se il Cardinal Ravasi mi twitta Bataille

«Sacerdote e Cardinale, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura», è partita una citazione di Georges Bataille, questa: «Se voglio che la mia vita abbia un senso per me, bisogna che abbia un senso per gli altri». 107 retweet, molte risposte, tra cui

quella di Red Ronnie, che chiosa coerentemente: «siamo ciò che diamo e non quello che abbiamo».

 

Per chi non lo sapesse, Bataille è il fondatore, tra i surrealisti, del pensiero del Male. Fu lui a teorizzare la positività del Negativo, intesa come forza, come tensione che si libera dalla realtà e dai nostri rapporti con essa, e la carica di Sovranità contenuta nell’Eccesso. Fu lui a concludere la meravigliosa parabola della Storia dell’occhio con l’estirpazione dell’occhio di un prete dalla sua orbita e dalla immissione dello stesso, attraverso una manovra di «eccessiva dolcezza», nell’ano del prete suddetto.

Ora: se cercate quella citazione di Bataille per capirne il contesto, Google vi restituirà una pagina di risultati che danno interpretazioni religiose della frase. Al Cardinal Ravasi deve essere davvero piaciuta molto, se la usa anche nel suo libro Le parole del mattino. 366 riflessioni per un anno (mi piacque per un momento pensare che si riferisse sottilmente a q

uel 366esimo giorno dell’anno bisesto, e invece no: è usata per un normalissimo 24 febbraio). Quello che mi ha lasciato stupefatta non è che Ravasi, che ogni domenica sull’inserto del Sole dà prova della sua estesissima cultura, abbia letto L’esperienza interiore da cui viene la citazione, o foss’anche l’opera omnia di Bataille. Piuttosto, a colpirmi è la disinvoltura con cui quella frase –che, lo anticipo, vuole dire esattamente il contrario di quello che sembra a prima vista –viene usata, e interpretata, come invito alla generosità cristiana e all’amore per il prossimo.

Lo scandalo da me provato, ovviamente, non è una reazione moralistica alla facilità con cui in rete le poetiche e le filologie impazziscono come la maionese, ci mancherebbe. Se volete vedere il quadro di Tiziano che ritrae Arianna addormentata mentre un bambino le fa la pipì addosso vi consiglio di fare attenzione a quello che digitate nel campo di ricerca. Bene che vada – parlo per esperienza – vi escono Tiziano e Arianna da Latina in vacanza a Ibiza, ritratti in un autoscatto con dietro il tramonto.

Il passo da cui è tratta la citazione si conclude con la frase: «Neppure per un attimo posso smettere di prov

ocare me stesso all’estremo e non posso fare differenza tra me e quegli altri con cui desidero comunicare». Perché esista un estremo, occorre che ci sia un limite, e perché il limite possa essere raggiunto e oltrepassato, occorre che la società lo riconosca come tale. La legge, come la morale, ha senso solo perché può essere infranta. L’esperienza interiore, dice Bataille, è «il racconto di una disperazione», «quello che abitualmente viene detto esperienza mistica», e precisa: «ma penso meno all’esperienza confessionale, cui ci si è dovuti finora attenere, che a un’esperienza nuda, libera da legami, anche di origine, con qualsiasi confessione».

Bataille non era un laico, benché ateo. Dopo la morte di Dio, gridata al mondo dall’uomo folle di Nietzsche, Bataille – contro l’utile economico della modernità – reintroduce il concetto di sacro, quale campo stabilito dalla possibilit

à di violare un limite, un tabù. Il sacro è caduta, ebbrezza, angoscia. «Il mondo è dato all’uomo come un enigma da risolvere», ma questa risoluzione non è affidata né alla scienza né alla religione, ma a una «congiura sacra» contro la schiavitù di interpretare un mondo già dato, come dispendio erotico, privato, interiore appunto.

L’uomo vaga nel buio del labirinto come l’occhio del prete nel suo stesso intestino. È questo, l’esperienza interiore: un viaggio «in un tunnel con rivestimenti fosforescenti». Al suo culmine non c’è la penitenza, le lacrime, la colpa, ma il contrario e il vertice di tutto questo, e cioè il riso.

Al metabolismo basso della mistica ascetica, Bataille sostituisce lo spreco, il dispendio calorico (dépense). Ne L’ano solare, elogio della sovranità indifferente, Bataille si identifica col vulcano (il Vesuvio diventa Jesuve), e in una nota di diario del 1940 scrive: «Sono stanco di scrivere ai sordi. Voglio rinchiudermi nella mia camera calda dove la mia vita non conosce c

 

he l’ebollizione: la mia libertà quasi folle e i miei scarti. La mia indifferenza è il mio Impero». Il senso della propria vita, allora, sarà lo stesso per gli altri non per una questione di interdipendenza ma, al contrario, per una di indifferenza, di indistizione tra sè e gli altri.

Il movente primo di questa indipendenza è l’empietà, intesa come odio verso Dio, non perché Dio sia il male («non è il male non essendo il bene») ma a causa dell’eterno processo di illusione- delusione dell’utopia rivoluzionaria che traduce l’eritis sicut dii (sarete come dei) della Genesi .

Il concetto luminoso e oscuro di eterologia coniato dalla contro-etica batailliana si iscrive proprio nella curva di que

sto desiderio disgre-creatore, che dovrà aggredire da ultimo l’ente creato a immagine e somiglianza di Dio, e volgersi contro i legami e le gerarchie che esistono in interiore homine. Da qui l’allegoria dell’Acéphale , l’uomo decapitato, figura-cardine del surrealismo e nome della sua rivista-manifesto.

 

La ragione, come dice Aristotele e come ci insegna Ravasi in Breve storia dell’anima(Mondadori), domina in noi “con potere politico e regale”, al vertice di una piramide gerarchica cui sono sottomessi sentimenti e passioni. Decapitato il Re, assassinato lo Zar, ucciso Dio, per Bataille rimane da compiere l’omicidio rituale di questo “re che è in noi”, segno interiore –o impronta ustoria – della gerarchia divina, che deve essere minata da anti-gerarchie sovversive. L’ipertrofia della Ragio
Bataille oppone a questa utilità sanguinaria il concetto di apatia, equidistante anche rispetto all’etica cristiana. La glorificazione del lavoro come etica del capitalismo di cui parla Weber, in base alla quale l’accumulazione non prevede vuoti, scarti, inattività (non assimilabile col tempo libero così contraddetto, oggi, dal perenne lifestream via Twitter), relega la pratica eterologa e feconda dell’apatia nel girone dei vizi, esattamente come fa il cattolicesimo chiamandola accidia. Ma ecco a un passo la res extensa impazzita dei corpi impegnati nelle orge, nel sacrificio e nell’estasi.ne, divenuta raison astratta, nega e schiaccia le altre potenze umane, e all’ideale del giusto uso della ragione sostituisce il mito terroristico, ghigliottinesco, dialettico del razionalismo.

Ne riparleremo quando @CardRavasi, o magari @Pontifex, citeranno Sade.

 

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