La storia del comunismo? Non è un peccato originale


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di Giuliano Garavini

La storia del comunismo? Non è un peccato originalePer chi cerca rassicurazioni, con la lotta di classe ridotta a quella dei ricchi contro i poveri, il libro di Silvio Pons, La rivoluzione globale, costituisce certo una conferma: la più importante sfida al capitalismo del ‘900 sarebbe nata male, cresciuta peggio, sostanzialmente fallita in meno di 50 anni. Agli inquieti che continuano a interrogarsi sulle diseguaglianze nella globalizzazione, Pons invece non spiega come il comunismo internazionale sia riuscito ad attirare milioni di militanti di ogni razza e colore.

“Stato e Rivoluzione”, binomio inscindibile racchiuderebbe senso e parabola del comunismo internazionale. La prima gamba a muovere il passo sarebbe stata quella dello Stato comunista. Si costituisce in Russia durante la violenta guerra civile che vede i bolscevichi guidati da Lenin contro gli eserciti bianchi e i corpi di spedizione stranieri determinati a stroncare sul nascere la rivoluzione. Lo Stato comunista risulterebbe marchiato a fuoco dal peccato originale del suo parto travagliato in una nazione piegata dalla ferocia della prima guerra mondiale. Questo vizio d’origine avrebbe determinato i caratteri settari e paranoici, il culto della violenza, l’ossessione per il nemico interno ed esterno, insomma: «L’autentica base neoautoritaria, plebea e anticontadina della statualità sovietica».

La seconda gamba sarebbe il Movimento comunista nato nel 1919 con l’intento di esportare nel mondo la rivoluzione d’Ottobre. Il Movimento comunista descritto da Pons è guidato da gruppi dirigenti volenterosi, seppur minoritari all’interno del movimento operaio, intrisi di cultura politica “messianica” e dottrinaria, talvolta inconsapevoli dello scopo ultimo del loro affannarsi: servire gli interessi dell’Unione sovietica. Il comunismo internazionale avrebbe raccolto consenso di massa in Europa solo partecipando all’innaturale coalizione antifascista durante la seconda guerra mondiale.

Chruscëv è sembrato poter catalizzare l’attenzione dei paesi usciti dal colonialismo e consentire al comunismo internazionale di proporsi come credibile modello globale. Ma l’opzione si sarebbe rivelata fallimentare già all’inizio degli anni ’60. La Cina metteva in discussione il predominio di Mosca. Nel 1968, l’invasione di Praga segnava definitivamente il limite della capacità egemonica del modello sovietico. Le poche pagine del libro dedicate al ventennio prima della caduta del muro di Berlino descrivono un crescendo rossiniano di errori e cul de sac di una dirigenza sovietica impreparata a contrastare l’egemonia politica e militare americana e il sistema economico multilaterale e interdipendente costruito attorno questa egemonia.

Eric Hobsbawm aveva considerato la storia del comunismo centrale per spiegare le conquiste novecentesche. François Furet, pur liquidandola come illusione utopica, aveva descritto il fascino della rivoluzione russa erede dell’idea di progresso incarnata dalla rivoluzione francese. Pons presenta un’ideologia comunista mai adeguata alla sua epoca, strumento di uno Stato non altro che involuzione arcaica e militarizzata del modello europeo. Nonostante una narrazione senza sbavature, le 400 pagine del libro di Einaudi non bastano a rappresentare il comunismo come storia di un fallimento totale. Per vari ordini di motivi: il primo riguarda la negazione di qualsiasi spinta progressista al comunismo internazionale nel secondo dopoguerra: «Le forze socialdemocratiche, liberali, cattoliche protagoniste della riforma del capitalismo dopo la guerra furono più danneggiate che favorite dall ’esistenza del comunismo come modello e come movimento».

Oggi, in assenza della sfida rappresentata allora dal modello comunista, il piano Beveridge del 1942, il sistema di tutela dei cittadini «dalla culla alla tomba», appare un reperto archeologico assediato dai mercati finanziari. Nell ’interpretazione del ruolo del comunismo internazionale al di fuori del contesto europeo Pons si allinea agli storici anglosassoni che vedono nello scontro fra Superpotenze la principale fonte di instabilità nel Terzo Mondo. Ma la violenza dello Stato coloniale – accettata anche dalle socialdemocrazie –aveva più legami con la pervasività della mentalità razzista e la necessità di controllare preziose materie prime che con il pericolo rosso. Se ci riferiamo poi alle élite emerse nei paesi del Terzo Mondo, da Ho Chi Minh a Nehru a Che Guevara, certo per nessuno di questi il comunismo fu influenza intellettuale esclusiva, ma la critica dell’imperialismo di Lenin e la lotta al capitalismo monopolistico fu al centro della cultura politica loro e della gran parte dei dirigenti nei paesi di nuova indipendenza. Niall Ferguson rimpiange la stabilità garantita dalla supremazia bianca nell’età degli imperi.

Agli altri gioverebbe comprendere l’impatto dell’ideologia e degli Stati comunisti nel favorire il processo di decolonizzazione. La storia del comunismo internazionale non è più, da tempo, mitizzata. La stessa cultura di sinistra ha contribuito a mettere in luce come il socialismo sovietico abbia costruito un sistema di sicurezza sociale basato sulla compressione della libertà, la repressione del dissenso, il culto della forza: una modernità viziata che ha contribuito ad affossare l’aspirazione ideale a superare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il rapporto del movimento comunista con l’Urss è stato analizzato da Pons ai migliori livelli della letteratura internazionale e costituirà punto di riferimento per gli anni a venire. Altri due aspetti sono sottaciuti: quello ideologico, nelle varie correnti marxiste in cui si è sviluppato e quello economico e sociale. Ma questi restano fondamentali per capire da un lato la debolezza del liberalismo politico ed economico, dall’altro i limiti di uno statalismo autarchico e dirigista. Una Fondazione intitolata a Gramsci comunista è certo il luogo più adatto per continuare ad interrogarsi evitando di rievocare acriticamente i successi delle democrazie liberali e l’ineffabile capacità di autoriforma del capitalismo.

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