Ecco chi sono i Renzi boys


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di Roberto Di Caro

Giovani delusi dalla politica, da Vendola o dal Pdl. Che scelgono Matteo perché li fa sentire protagonisti: «È l’ultimo atto di fiducia che faccio, se fallisce anche lui, scheda bianca forever»

(18 ottobre 2012)

Renzi boys. And girls, intanto. Perché alle kermesse del sindaco di Firenze, in giro per l’Italia a tappe forzate sul suo camper “Adesso!” fra cinema, alberghi e case del popolo, partecipano un sacco di ragazze e giovani donne. Per linguaggio, aspettative, atteggiamento e modo di vestire sono lontane anni luce dai volti femminili dell’establishment Pd.

Persino più dei coetanei maschi, rispetto a Bindi e Finocchiaro non sono un’altra generazione ma proprio un’altra era, forse un altro partito: «Ds e Margherita hanno fatto una fusione fredda perché venivano da storie diverse, ma io in politica sono nata nel Pd, e rispetto a loro vengo da un mondo diverso, dove si ragiona con altri criteri e ci si aggrega attraverso i social network», taglia netto Caterina Marini, 29 anni e una bimba di sei mesi, ingegnere ambientale, una dei due renziani su 15 in segreteria in quella roccaforte di D’Alema e Franceschini che è Prato: dove però alla storica Casa del popolo erano in mille, nel tardo pomeriggio, a spellarsi le mani a una delle battute clou di Matteo Renzi, quella per cui «se vinciamo noi non finisce il centrosinistra come dice D’Alema, ma solo il suo seggio sicuro in Parlamento».

Non s’attorcigliano nel politichese, queste ragazze, perché non è la loro lingua, neanche più la capiscono, «è solo uno schema chiuso, da iniziati, che s’impara per fare l’assessore, gira su se stesso e non dice niente della realtà di tutti i giorni. Renzi parla invece il linguaggio comune, il nostro», per Federica Falciani, 21 anni, anche lei di Prato, che lo incrocia talvolta allo stadio Franchi giacché lei scrive di calcio sul Web. Non inciampano infine nei tatticismi, le Renzi girls, perché i vecchi meccanismi di cooptazione non funzionano più, meno che mai per le donne, e nessuno le ha ancora azzoppate con un posticino di potere e il baluginare di una futura prebenda in consiglio regionale: «Qui a Taranto», siamo alle 9.30 di mattina in un albergo sul mare alla prima tappa della giornata pugliese di Renzi che finirà a Bari a mezzanotte, «ho fatto campagna per una lista civica di sinistra rimasta fuori dalla giunta di centrosinistra, e non mi sono mai iscritta a un partito. A Renzi chiedo molto, ma si presenta come rottamatore, dunque vada avanti senza pietà», incita Anita Lurago, 22 anni, studentessa in giurisprudenza, padre medico con Emergency, fratello più piccolo in partenza per l’Accademia militare di Modena. «E’ l’ultimo atto di fiducia che faccio, se fallisce anche lui, scheda bianca forever», chiosa accanto a lei l’amica Nazarena Presta, 26 anni, prossima a una laurea in legge.

Questa storia dell’ultima chance la ritrovi spesso e in varie salse, tra i fan del ragazzaccio della sinistra che piace anche a destra. Ci sono i delusi del Pd, che credevano fosse un partito invece era un cavallo, per giunta zoppo. Gli orfani di Nichi, esausti di quelle “narrazioni” vendoliane che all’inizio li avevano entusiasmati. E quanti per disperazione se la sono data a gambe da un Pdl in disfacimento appena hanno capito in quale buco nero erano finiti, magari dopo un’onorata militanza da giovani di destra. Matteo Ala studia scienze politiche a Firenze, ha 22 anni, a 15 stava in Azione Giovani di An, a 17 era presidente provinciale dei giovani del Pdl; Clara Donati, la sua fidanzata, di anni ne ha 19, è all’ultimo anno di scuola per dirigenti di comunità, in Azione Giovani era rappresentante regionale degli studenti, punto di riferimento quella Giorgia Meloni che «sarebbe diventata ciò che Renzi è oggi a sinistra, se il partito non le avesse tarpato le ali». Entrambi se ne sono andati dal Pdl un anno e mezzo fa. Non hanno mai votato a sinistra. Finora. Perché, spiegano, «il personaggio Renzi ci intriga. Si fa gioco di tutte le vecchie facce responsabili dell’attuale disastro economico e culturale. Non cavalca l’onda dell’antipolitica, prova invece a restituire alla politica la dignità che ha perduto. E’ un liberale di centrodestra, insiste sul merito, fa campagna all’americana. E poi è un passionale, un sentimentale. Sì, se non mettono regole per discriminare chi stava dalla parte avversa, noi lo andiamo a votare. Alle primarie del centrosinistra, certo: senza i voti che può prendere dal centrodestra non ce la farebbe a vincere la sfida interna e giocarsi poi la partita per il governo».

Non sono gli unici, tutt’altro. Chi ha costituito, a fine settembre nel salentino del Primitivo, il comitato pro-Renzi “Manduria adesso”? Dieci delusi del centrodestra, coordinatore Piergiorgio Erario, 25 anni, già candidato Pdl e fino al marzo scorso persino nello staff del sindaco: «Ora siamo in trenta, ci battiamo per lui perché è uno che decide, pensa come noi giovani, nell’amministrazione punta sulle tecnologie. Con lui al comando, potremmo persino accettare un’eventuale alleanza con Vendola. Se però lui perde, noi ci defiliamo». Visto lo stato comatoso del centrodestra non sono poi così strane simili sopravvenute simpatie per il sindaco decisionista di Firenze. Meno scontata, a sinistra, una crescente disaffezione verso Vendola, proprio nella Puglia dove centinaia di microimprese giovanili e start-up sono nate grazie ai suoi programmi regionali dai fantasiosi nomi Principi attivi e Bollenti spiriti. E, più ancora, sorprende che tale malumore spinga vari suoi entusiasti di ieri nelle braccia di un Renzi che di Nichi è proprio l’altra faccia della luna, oltre che il principale competitor per spartirsi alle primarie le spoglie di quanto l’apparato di partito non riesce più a controllare.

«Le mie certezze su Vendola cominciarono a scricchiolare due anni fa, quando concluse l’accordo con don Verzé per finanziare la costruzione a Taranto del San Raffaele del Mediterraneo, progetto saltato solo con lo scoppio dello scandalo milanese», racconta Luca Bosco, 32 anni, avvocato lavorista, riferimento dei renziani in città insieme alla sorella Francesca, disoccupata in Storia dell’Arte, e alla moglie Alessandra Spinelli, assistente sociale coi minori stranieri. Storia tutta rossa, quella di Luca e Francesca, infanzia in sezione col papà segretario Cgil, fondatori di Sinistra giovanile nel ’96 a San Giorgio, poi di Rifondazione e di Sel, quando «lui, Vendola, era la nostra garanzia, contro le burocrazie dei partiti. Ma ha finito per precipitare anche lui in quei meccanismi che doveva liquidare, s’è costruito il suo sistema di potere autoreferenziale, Sel è diventato un calderone di vecchi politici che ci si accasano con i loro pacchetti di voti. E sull’Ilva ha detto molto ma non ha preso un solo provvedimento». Renzi allora. Perché, dice Alessandra che di tessere non ne ha mai prese, «è pragmatico, decide, crede nel merito. Con quello che ha fatto a 36 anni fa sentire noi trentenni persone in grado di vivere la nostra età per ciò che è e non, a fasi alterne, degli ottantenni palla al piede delle famiglie o dei quindicenni ritardati che un giorno forse chissà cresceranno e combineranno qualcosa nella vita».
Ecco, archiviare tutte le ciance sulla retorica del giovanilismo: hanno messo in conto, e lo dicono, che anche Renzi potrebbe prima o poi deluderli. Ma intanto lui questi trentenni li fa sentire quello che dovrebbero essere, gli dà l’idea che possono di nuovo sincronizzare l’orologio personale, biologico, con quello collettivo, della precaria società che gli sta intorno e che non li riconosce per quel che valgono o potrebbero valere. E’ qualcosa che tocca corde profonde, non un banale tic generazionale. E fa presa su una fascia socioculturale che, a differenza delle provenienze politiche assai sparpagliate, è invece piuttosto ben definita: la generazione Erasmus, quelli che magari campano ancora con due soldi o con i risparmi di papà ma hanno una laurea o puntano a prenderla, poi si vedrà. Non vedi folle di giovani proletari e sottoproletari, ad ascoltare Matteo Renzi.
Con una posta del genere, se l’avventura del sindaco guascone e un po’ sbruffone comporta il rischio di spaccare il Pd, si capirà bene che la cosa non turba più di tanto il sonno di questi trentenni. «E’ come tirare ai birilli, magari viene giù tutto, ma se stai fermo hai già perso, restano solo Grillo e l’antipolitica», per Fernanda Faini, 33 anni, giurista, di Prato, niente tessera Pd ma nell’associazione Officine Democratiche che sostiene Renzi. «Che il Pd si spacchi se Matteo vince? Probabile. Ma se così fosse, significherebbe che non ci sono le fondamenta perché resti unito», dice Eugenio Bigagli, 29 anni, servizio civile dopo scienze politiche. Lo spiritaccio dei toscani? Macché. E’ lo stesso a Lecce in mezzo alla folla che aspetta il camper in faccia al Cinema Massimo, tra pezzi di storia del partito, vendoliani venuti a sbirciare il nemico, padri e madri che portano i figli quattordicenni ad annusare la passione politica.

Dunque mezzo partito se ne va, se vince Renzi? Lo chiediamo a Lorenzo Siciliano, 19 anni, Pd a Nardò, giacca e cravatta, a vederlo te lo immagini il prototipo dei (tanti) giovani che entrano nel Pd e tempo tre mesi parlano e mediano come D’Alema in sedicesimo, modello piccoli apparatnik crescono. Abbozzerà, pensi. Invece: «Il segretario regionale pugliese Sergio Blasi ha già dichiarato che se passa Renzi lui lascia il partito. Beh, sa che le dico? Se ne vada, lui e tutti quelli che vorranno lasciare!».

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