Donne a Paestum archeologia del futuro


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La bussola femminista nei marasmi della crisi. Un incontro nazionale per leggere il presente e orientare la trasformazione. Il femminismo radicale si incontra a Paestum per rilanciare la sfida delle origini.

Le battute sulle streghe che ritornano si sprecheranno, e già volano, autoironicamente, sui siti del movimento. Eppure non è stata la nostalgia del passato, ma al contrario la scommessa sul futuro, a motivare la scelta di Paestum, già sede di uno storico raduno femminista del 1976, per l’incontro nazionale del femminismo radicale convocato per sabato e domenica prossimi. La tuffatrice, citazione femminilizzata del celebre reperto magnogreco conservato a Paestum, si slancia, dice il logo dell’incontro, nel XXI secolo.

Com’è andata lo racconta Lea Melandri in un’intervista sul sito che ha preparato l’iniziativa. L’idea di un incontro nazionale del femminismo radicale maturava da tempo, in controcanto alla piega paritaria, rivendicativa e moraleggiante che il discorso sulle donne (e talvolta delle donne) non smette di prendere sulla scena politica e mediatica mainstream, e si era meglio profilata dopo un seminario sul rapporto fra lavoro e cura di svariati mesi fa a Milano. Ma sono state le giovani dell’associazione Artemide di Paestum a suggerire il ritorno nella loro città, perché del raduno “storico” del ’76 avevano sentito parlare le loro madri, e volevano riattraversare in qualche modo il mito dell’origine. Alla faccia dei rottamatori che imperversano ovunque di questi tempi.
Si va a Paestum dunque a discutere di rappresentazione lavoro e sessualità, trentasei anni fa a incontrarsi, in piena esplosione del movimento, erano un migliaio e stavolta, in piena implosione della politica e dell’economia, le prenotazioni ne promettono altrettante. Tutto è cambiato da allora, il patriarcato allora trionfante oggi morente, la democrazia allora carica di promesse oggi assoggettata al mercato, l’idea di futuro allora trascinante oggi ammaccata dalla crisi, la condizione femminile stessa allora ai margini oggi al centro della sfera pubblica e del mercato del lavoro, e soprattutto la soggettività femminile, allora in piena maturazione oggi ricca di sedimentazione.
Ma proprio per questo il ritorno all’origine, alla radicalità dell’origine, ha il senso, contemporaneamente, di una verifica e di una scommessa. Come scrive la lettera di convocazione dell’incontro – titolo Primum vivere anche nella crisi, firme rappresentative di tutto il femminismo radicale – «tante cose sono cambiate ma le istanze radicali del femminismo sono vive e vegete. E sono da rimettere in gioco oggi», per guardare alla crisi della politica, dell’economia, della democrazia con «un orientamento sensato».
Il richiamo alla radicalità dell’origine –Radicalità si intitola non per caso l’ultimo numero di Via Dogana, la rivista dellaLibreria delle donne di Milano, largamente dedicato a Paestum – per interpretare il presente, rilanciare «la rivoluzione necessaria» e «la sfida femminista nel cuore della politica» è visibilmente tutt’altra cosa dal rivendicare l’inclusione paritaria, «50 e 50», delle donne nel quadro politico e sociale dato. All’inclusione femminile nella sfera pubblica e nel mercato del lavoro Paestum guarda, piuttosto, come a un dato di fatto, tanto dispiegato quanto ambivalente. Non si tratta più di confrontarsi con l’esclusione femminile, ma con una inclusione che si presenta in parte come conquista delle donne, in parte come «risorsa salvifica» di un sistema in crisi. E che produce per un verso protagonismo femminile e desiderio di contare, per l’altro verso nuove forme di assoggettamento e di omologazione.
Si tratta dunque in primo luogo di interrogare la «voglia di esserci» delle donne per piegarla verso la politica della differenza e sottrarla alla neutralizzazione paritaria: non tanto dividendosi ideologicamente sul desiderio di potere, quanto attivando il racconto dell’esperienza di che cosa succede quando una donna si confronta con le regole del potere e della decisione, quali sono i conflitti, i risultati e le perdite che ne derivano, quali sono le misure di giudizio adeguate a questa condizione. In secondo luogo, nel campo del lavoro, bisogna decodificare opportunità e trappole della “femminilizzazione” oggi richiesta e promossa dal mercato e dai media: qui l’elaborazione femminista sul rapporto fra lavoro e cura, produzione e riproduzione diventa il cuneo per rimettere la vita e l’interdipendenza al centro del discorso sulla crisi economica e di civiltà in cui viviamo. In terzo luogo, nel campo della politica, occorre uscire dalle secche della crisi della rappresentanza, per riportarla al nodo più profondo delle forme di autorappresentazione soggettiva che, come la storia del femminismo insegna, sono «la condizione minima per la pratica della libertà»: qui il cuneo è quello delle pratiche del partire da sé e della relazione, che non da oggi hanno ridisegnato il profilo di ciò che va sotto il nome di “soggetto politico”.
Infine, ma primo per importanza, si tratta di aggiornare la sfida femminista delle origini sulla politicità del corpo e della sessualità, in un’epoca in cui «si esibisce lo scambio sesso/denaro/carriera/potere occultando il nesso sessualità/politica; si esalta il sesso mentre muore il desiderio; si idolatra il corpo ma lo si sottrae alle persone consegnandolo nelle mani degli specialisti e del business; si erotizza tutto, dal lavoro ai consumi, ma si cancella la necessità e il piacere dei corpi in relazione”. Il tutto mentre «le relazioni fra donne e uomini sono cambiate, ma non abbastanza», e nella sordità della scena pubblica, dove «questo cambiamento non appare perché il rapporto uomo-donna non viene assunto come questione politica di primo piano». Ne sappiamo qualcosa dagli ultimi anni dell’era berlusconiana, e dalla scia tutt’altro che dissolta nel “decoro” montiano che ci hanno lasciato.

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