Zemania. Una vita all’attacco chi tifa lui non perde mai


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Di Giuseppe Brindisi

Zemania. Una vita all’attacco chi tifa lui non perde maiChi tifa Zeman non perde mai. Ricordo di aver sentito per la prima volta sussurrare queste parole a Foggia da un ragazzino coi pantaloni corti sulla caviglia e una canotta bianca, un classico zompafossi di quelle parti, con pochi anni sulle spalle magre e un futuro più incerto della sua barba incolta. Era un pomeriggio di settembre nella città dauna, lì dove il sole se vuole riesce a bruciare la pelle e la terra anche fuori stagione. E la terra era quella del campetto dell’oratorio di San Ciro, la chiesa vicina allo stadio Pino Zaccheria.

Chi tifa Zeman non perde mai. Quella frase secca come uno sparo rimbalzava senza apparente logica nella mia testa, tanto da obbligarmi a fermarla subito con un veloce scarabocchio sul taccuino perché non fuggisse via. Perché non c’era apparentemente nulla di logico nel vedere una squadra di serie A allenarsi su di un terreno brullo e sconnesso come un sentiero di guerra, invece che su di un prato di erba pettinata. Perché sembrava impossibile immaginare che quel plotone di ragazzi sconosciuti grondanti sudore, fatica e belle speranze, potesse incrociare la domenica sguardi e scarpini con i campioni affermati di quello che allora chiamavano il campionato più bello del mondo. Cercavo di individuare l’artefice di quello che le pagine dei giornali sportivi già raccontavano come miracolo.

Ed eccolo lì, il Boemo. Se ne stava un po’ in disparte, defilato rispetto alla sua truppa, lo sguardo basso perso a fissare l’infinito sotto i suoi piedi: un campo di calcio, tutto il suo mondo. Il ciuffo biondo che il vento si divertiva a scompigliare ricadeva sul volto affilato e severo. Cercai di focalizzare la mia attenzione sui suoi movimenti, sui suoi gesti, tendendo l’orecchio ad afferrare le sue parole. Poi l’occhio si spostò quasi senza volerlo sui suoi ragazzi. Li seguii mentre ripetevano una dieci forse cento volte, movimenti sempre uguali e allo stesso tempo diversi.

Parevano disegnati con un compasso, meglio con una enorme squadra da geometra. Mi colpì la facilità della corsa, guidata dalla consapevolezza del sapere in ogni momento quando e dove andare. Tornai in redazione, entrai in sala di montaggio e preparai il mio primo servizio sul Boemo. Lo guardai e lo riguardai prima e dopo la messa in onda, ma c’era qualcosa nel pezzo che non tornava, qualcosa che mancava. Ripresi in mano il mio taccuino e capii subito il perché: chi tifa Zeman non perde mai.

Le parole del zompafossi foggiano rimanevano lì, appese nel vuoto di una pagina bianca del mio taccuino, senza una spiegazione, senza un senso. Perché il Foggia di Zeman poteva sicuramente giocare (quasi) sempre un Gioco magnifico, ma perdeva. Eccome se perdeva. Aveva perso anche in serie B, e a volte in modo clamoroso. C’era dunque qualcosa che non capivo in quella frase, ma dentro di me covava la promessa di una risposta che, mi ripetevo, sarebbe presto arrivata. Bastò aspettare la domenica successiva e sedersi in tribuna stampa allo stadio San Nicola di Bari, dove scese la Juventus di Trapattoni. E di Roberto Baggio, di Casiraghi, di Schillaci.

Fu proprio uno degli ultimi guizzi del Totò delle notti magiche di un Mondiale italiano già sbiadito nei ricordi a punire all’inizio del secondo tempo i ragazzi di Zeman. Ma ai tifosi rossoneri che continuavano a cantare in tribuna, la sconfitta che si stava materializzando sembrava davvero non preoccupare. Continuavano ad entusiasmarsi per i “tagli” di Codispoti e le sovrapposizioni di Petrescu, per i lanci di Barone e gli inserimenti di Shalimov. E davvero importava persino poco che il tridente formato da Rambaudi, Baiano e Signori fosse quel pomeriggio chiaramente spuntato. Che meraviglia! Tutti si muovevano con la precisione di un orologio impazzito che rubava il tempo e i tempi a tutti. Che meraviglia!!! Nonostante la sconfitta i tifosi del Foggia avevano gli occhi lucidi ed ebbri di chi aveva visto giocare semplicemente al Calcio. Il Calcio leggero e spensierato dei bambini, che nei campetti sterrati di ogni periferia del mondo non cercano mai di subire un gol in meno, ma pensano sempre a farne uno in più. D’un tratto, in quella domenica di settembre, tutto mi fu più chiaro.

Ripensai all’oratorio di San Ciro a Foggia, ai ragazzi del Boemo che sbuffavano su quel campo di patate, e soprattutto al zompafossi con i pantaloni corti sulla caviglia e la canotta bianca. Ancora adesso, dopo più di vent’anni, mi chiedo a volte cosa sia stato di lui e della sua esistenza. Se abbia giocato sempre all’attacco o se la vita l’abbia costretto ad arroccarsi in difesa, ad accontentarsi magari solo di un onorevole pareggio. Ma ancora adesso, soprattutto adesso, poiché il destino sa essere molto meno cinico e baro di quanto si pensi, mi ritrovo a sperare che finalmente quella promessa di invincibilità possa davvero avverarsi.

Perché Zeman è a Roma, è tornato alla Roma! E basta aguzzare la vista nella curva sud dell’Olimpico ogni domenica per scoprire uno striscione che da sempre accompagna le partite della “Magica”, le certezze dei suoi tifosi: chi tifa Roma non perde mai.

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