Capi del Pd, una foto e a casa


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di Adriano Sofri

«Cari D’Alema, Veltroni, Bindi: è giunto il momento in cui posiate per un’immagine d’addio, come fanno i ragazzi l’ultimo giorno di scuola. Avete tanti altri modi magnanimi per contribuire al Paese…»

(06 settembre 2012)

Sentite, amici e compagni dirigenti del Pd, mi piacerebbe dirvi che sono entusiasta della vostra opera, ma non me la sento. Sono più incline a pensare al Partito democratico come si pensa alla democrazia, che è il peggiore dei regimi ad eccezione di tutti gli altri. Spero che ci siano delle elezioni, che si svolgano magari con regole di decenza, e che il Pd e i suoi alleati leali le vincano. Sarà un risultato così così, ma gli altri sarebbero peggiori. Però voi potete fare qualcosa di più per rendere il risultato più probabile, e meno così e così.

Ho letto con piacere sull'”Unità” l’affettuosa recensione di D’Alema al nuovo romanzo di Veltroni, tanto più che sono amico di ambedue. Ho visto anche che molti se ne sono irritati o spazientiti, e che altri vi hanno visto una manovra per diventare l’uno commissario europeo, l’altro presidente della Camera, o che so io. Invece potrebbe essere segno d’altro.

Per esempio, D’Alema e Veltroni e Bindi e i tanti altri fra voi più vecchi del mestiere, potreste riunirvi come per fare una foto di gruppo alla fine della scuola, e accompagnarla sorridendo – è bello, l’ultimo giorno di scuola – con la dichiarazione che la corsa per la prima fila, e anche per la seconda, non vi riguarda più, e che avrete moltissimi altri modi magnanimi di contribuire alle cose in cui credete e al vostro stesso amor proprio.

Io detestai la voga di quel termine, rottamazione, già quando liquidò l’idea della riparazione e della manutenzione, e spingeva a comprare nuovi rasoi a ogni barba fatta e nuove auto a ogni cambio di stagione (e si è visto com’è andata a finire), tanto più quando Matteo Renzi l’ha girata agli umani. Però c’è una maniera ragionevole e gentile di rispondere al desiderio di cambiamento che prende così largamente la strada del rancore e della rabbia, come nel proverbio indiano reso ormai famoso dal cardinal Martini sui quattro stadi della vita: nel primo s’impara, nel secondo s’insegna quello che si è imparato, nel terzo si va nel bosco a ripensarci su, nel quarto si impara a mendicare.
Ecco, il cielo rimandi per voi il tempo in cui la vita si mendica, ma sarebbe bello ora un vostro gesto di schietta propaganda collettiva che annunci che andate nel bosco. Il bosco è pieno di bacche prelibate e incontri inattesi e fatiche feconde, benché più in ombra. Questo gesto varrebbe in generale – sentite infatti il brontolìo che precede il terremoto, e da vicino – e specialmente per quelli fra voi che, per un senso di responsabilità e non per ragioni di cordata, intendono sostenere la candidatura di Pier Luigi Bersani che sta al confine fra la radura e il bosco.

La seconda cosa che mi aspetterei da voi, e questa in primo luogo da Bersani, è di porre con chiarezza la questione della concorrenza di Renzi. Parliamo, si capisce, delle primarie di coalizione per il governo. Gli sfoghi sono frustranti: Renzi non è né un nuovo Berlusconi, né un corpo estraneo al Pd (caso mai il Pd è un corpo largamente estraneo a se stesso, e dovrebbe lavorare pazientemente e risolutamente per tornare in sé).

Voi, dirigenti provati del Pd, dovreste dire fin d’ora che cosa succederebbe del Pd se vincesse Renzi; e anche se perdesse. A Firenze intanto è come se la scissione non proclamata si fosse consumata per intero, e ci sono due Pd, quello di Renzi, e l’altro (“quello vero”, direbbero i suoi fedeli, ma non è così semplice). Oltretutto, se si facesse un censimento si scoprirebbe che non sono pochi i quadri o gli amministratori di vario ordine che stanno di qua o di là per ragioni di “posizionamento”, come si dice ora: per aver fiutato il vento, diciamo, o essersi trovata chiusa la strada. La terza cosa riguarda i cosiddetti programmi. Sarebbe buona norma misurarsi coi programmi di tutti, anche dei più infrequentabili avversari. Oltretutto, aiuta a farsi un’idea migliore dei programmi propri.

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