Un fantasma si aggira per l’Europa


fonte: ricevuto via email, non ho il link dell’articolo

Ritorna Karl Marx (il filosofo)

Illustr. Doriano SolinasIllustr. Doriano Solinas

L’interesse per il pensiero di Marx cresce continuamente. Vengono riproposte sue opere, che da gran tempo non erano più disponibili sul mercato librario (l’anno scorso è uscita, per i tipi di Bompiani, una bella edizione della Ideologia tedesca, con un acuto saggio introduttivo di Diego Fusaro; su questa edizione si è svolto di recente alla Luiss di Roma un convegno). Escono in gran copia saggi e articoli sull’autore del Capitale. Molto di questo revival è dovuto alla grave crisi economica che si è abbattuta sull’America e sull’Europa. La convinzione marxiana che il capitalismo sia un sistema intimamente irrazionale, minato da contraddizioni insanabili, sicché esso soffre periodicamente di crisi altamente distruttive, appare a parecchi pienamente confermata. Ma, più in generale, c’è un rinnovato interesse per la visione che Marx ebbe dell’uomo e della storia. Su l’Unità del 22 luglio, una intera pagina, con un articolo di Luca Baccelli («Studiare Marx economista, non dimenticare il filosofo»), richiama la complessità e l’attualità della concezione marxiana del lavoro, contro le deformazioni che ne avrebbero fatto Hannah Arendt e Juergen Habermas. In effetti, proprio nella Ideologia tedesca c’è, a proposito del lavoro, una riflessione del più alto interesse.

Per intenderla, bisogna rifarsi alla critica che l’Autore rivolse al filosofo Ludwig Feuerbach. Il quale era per Marx un gigante del pensiero (nei giovanili Manoscritti economico-filosofici del 1844 egli affermò che le opere di Feuerbach erano le sole «dopo laFenomenologia e la Logica di Hegel, nelle quali è contenuta un’effettiva rivoluzione teoretica»). Il grande merito di Feuerbach era per Marx quello di aver visto — contro Hegel, per il quale l’uomo era un puro ente spirituale, pura «autocoscienza» — che l’uomo è essenzialmente un ente naturale, prodotto dalla natura e iscritto in essa, e quindi condizionato da bisogni che deve soddisfare ogni giorno. Senonché, detto ciò, Feuerbach era rimasto avviluppato in un grosso limite che non era riuscito a superare. Infatti, secondo Marx, egli non aveva visto che il rapporto uomo-natura, quale si realizza nell’industria, è al tempo stesso un rapporto dell’uomo con gli altri uomini nella produzione reale della vita, un rapporto materiale-sociale, che modifica profondamente, riplasma e dunque «produce» la natura. Feuerbach non aveva visto che il mondo sensibile che lo circonda è «non una cosa data immediatamente dall’eternità, sempre uguale a se stessa, bensì il prodotto dell’industria e delle condizioni sociali».

Feuerbach aveva insistito sì sulla scienza della natura, ma non aveva visto che anche la scienza della natura è strettamente condizionata dall’industria e dal commercio, dall’attività pratica degli uomini, la quale fornisce alla scienza sia gli scopi che i materiali. «È tanto vero che questa attività, questo continuo lavorare e produrre sensibile, questa produzione, è la base dell’intero mondo sensibile, quale ora esiste, che se fosse interrotta anche solo per un anno Feuerbach non solo troverebbe un enorme cambiamento nel mondo naturale, ma gli verrebbe ben presto a mancare l’intero mondo umano, la sua stessa facoltà intuitiva, e anzi la sua stessa esistenza». Quello che mancava a Feuerbach, insomma, come ai filosofi idealisti, era, secondo Marx, il concetto di produzione, nel suo doppio e simultaneo rapporto uomo-natura e uomo-uomo. Mentre gli idealisti non vedevano che il rapporto uomo-uomo è anche un rapporto uomo-natura nella produzione materiale della vita, e quindi riducevano la storia a divenire puramente coscienziale o ideale; Feuerbach, a sua volta, non vedeva che il rapporto uomo-natura è anche un rapporto uomo-uomo nella produzione materiale della vita. Perciò egli restava fermo all’astrazione «uomo» come «oggetto sensibile», invece di concepirlo come attività che si esplica nel lavoro, e quindi come il complesso dei rapporti sociali. In questo modo egli non si apriva nemmeno alla storia, e di conseguenza non riusciva a comprendere in modo adeguato le ideologie (filosofia, politica, diritto ecc.) che sorgono storicamente, e che hanno la loro origine nella produzione materiale della vita. La concezione che Marx ha delle ideologie è certo assai importante: è una concezione che fa epoca nel pensiero occidentale. Oggi, anche chi non è marxista non si sognerebbe mai di studiare la cultura di un periodo storico, senza studiare le condizioni materiali e sociali della vita di quel periodo, lo sviluppo della produzione e del commercio, della scienza e della tecnologia. Il che significa che, dopo Marx, non si può ragionare come si faceva prima di Marx. Ma c’è un altro aspetto di grande rilevanza nella critica marxiana a Feuerbach. Per Marx la natura è, nel mondo moderno, un prodotto del lavoro umano, dell’industria umana. Dunque, quando gli uomini, in una società unificata, prenderanno completamente sotto il loro controllo le condizioni del loro lavoro, essi saranno i signori della natura. Si tratta, con ogni evidenza, di una concezione antropocentrica, che vede nella storia un infinito, ininterrotto progresso. C’è però, in questa concezione (come osservò Freud) una sottovalutazione degli istinti, delle pulsioni distruttive sempre presenti nell’animo umano, che rendono il nostro futuro incerto e precario.

E dopo le tragedie del Novecento (due guerre mondiali, totalitarismi crudeli e disumani, stragi e genocidi inauditi) chi potrà abbracciare un incondizionato ottimismo storico?

Giuseppe Bedeschi1 agosto 2012

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