L’impunità di una finanza irriformabile


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La crisi non ha colpevoli e la finanza non si fa processare. Scoppiano scandali a ripetizione, ma nulla limita il suo potere. La via d’uscita? Meno finanza, più regole, controllo dei governi. E magari un Tribunale internazionale

L’unica buona notizia è che alcune banche europee si avviano a chiudere i fondi specializzati che avevano messo in piedi per investire nel settore delle derrate alimentari, scommettendo sui prezzi internazionali di grano, soia, caffé, cacao etc. Da anni organizzazioni non governative denunciano la natura speculativa di tali fondi e gli effetti negativi che hanno avuto sui problemi di alimentazione nel mondo, aumentando l’incertezza per i produttori e i costi per chi deve importare cibo nel Sud del mondo. La speculazione continua invece immutata sulle materie prime, il petrolio, i metalli e le altre commodities; nulla cambia per i fondi delle stesse banche che scommettono sui prezzi di questi beni.

Si tratta di un raro successo dell’opinione pubblica mondiale nei confronti di un sistema bancario che – a cinque anni dallo scoppio della crisi finanziaria – è rimasto incredibilmente impermeabile alle critiche, ai tentativi di riforma, alle richieste di limitare comportamenti speculativi e super-stipendi. L’arroganza della finanza è cresciuta in parallelo alla frequenza degli scandali che negli ultimi mesi hanno investito ogni settimana banche europee e americane. Ci sono tre tipi di episodi “spiacevoli”: quelli relativi all’innovazione finanziaria, le operazioni speculative sbagliate, gli imbrogli verso i clienti, le autorità di controllo, gli stessi azionisti.

Knight Capital, una società finanziaria statunitense, ha messo a punto un nuovo software per iltrading automatico sui titoli; il malfunzionamento del sistema appena installato ha portato a 440 milioni di dollari di perdite in una sola ora di funzionamento. Qui, per fortuna, non ci sono state “vittime” al di fuori dell’azienda, ma l’importanza dei sistemi automatizzati di acquisto e vendita sui mercati finanziari – progettati per speculare su margini minimi, ridurre al massimo i tempi, moltiplicare i volumi – sta rendendo l’intero sistema sempre più volatile e vulnerabile. È il risultato dell’ossessione verso l’innovazione finanziaria che ha segnato questi decenni, non solo in termini di nuovi processi – come i programmi di trading automatizzati – ma anche nei nuovi prodotti finanziari che sono stati “inventati”: cartolarizzazioni, derivati, cdo sintetici e al cubo, e così via. Tutte innovazioni che hanno arricchito ogni volta non l’economia, ma i banchieri, e che hanno reso le attività finanziarie sempre più estese, instabili, rischiose. E’ stato l’ex capo della Federal Reserve Paul Volcker a sostenere qualche tempo fa che l’unica innovazione finanziaria utile creata in questo dopoguerra è stata quella del bancomat.

La seconda questione è l’impunità di cui gode la finanza. Nessun banchiere ha dovuto rispondere a un tribunale dei soldi che hanno fatto perdere alle proprie banche e ai clienti, nessuno ha dovuto rispondere di banche e aziende portate alla rovina, della crisi che si è estesa a tutta l’economia, dell’ostinazione con cui hanno ferocemente avversato – sui media, nei palazzi del potere, con la distribuzione dei finanziamenti alle voci “amiche” – i pur timidi tentativi dei governi e dei politici di porre un limite alle loro avventure.

L’ultimo caso riguarda la Goldman Sachs; negli Stati uniti la banca ha pagato una penalità di 550 milioni di dollari per compensare i suoi presunti misfatti – un’inezia rispetto ai profitti che essa è in grado di produrre in un anno – e i suoi dirigenti sono stati liberati da ogni possibile indagine penale. Non ancora sicuri dell’impunità sono invece i vertici della Barclays e di dodici altre banche internazionali implicate nello scandalo sulla manipolazione dei dati utilizati per definire il Libor, il tasso interbancario stabilito a Londra da cui dipendono i tassi che i clienti pagano alle banche in molti paesi. Sono in corso inchieste in Gran Bretagna e Stati Uniti e il presidente della Barclays ha dovuto dimettersi.

Gli unici banchieri finora condannati dai tribunali sono stati pesci piccoli, imbroglioni occasionali, come il newyorkese H. Madoff, che raggirava grandi clienti fuori dai circuiti ufficiali, e il francese J. Krievel, un piccolo funzionario della Société Générale troppo disinvolto con i soldi della banca. Gli ex-grandi banchieri sono tutti al sicuro, con pensioni e liquidazioni astronomiche, ricche consulenze e regolari apparizioni nelle interviste di stampa e tv.

Ma le banche, i loro dirigenti, i loro azionisti godono di un altro e ancora più importante sistema di immunità, molto più dannoso per l’economia e la società. I manuali di finanza insegnano che maggiore è il rischio, maggiore deve essere la quantità di risorse proprie che devono essere poste a copertura dell’attività di un’impresa; in questi anni molte banche hanno portato avanti una gestione delle operazioni la più rischiosa possibile operando con pochissimi mezzi propri. Sapevano che, se le cose fossero andate bene, gli utili sarebbero arrivati in casa e che, in caso contrario, a pagare sarebbero stati i poteri pubblici. Così, tra il 2008 e oggi, tra i 15.000 e i 20.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al Pil di un anno degli Stati Uniti, è stata mobilitata dai due lati dell’Atlantico per coprire con moneta contante – emissione di liquidità da parte della banca centrale, finanziamenti diretti – e con garanzie pubbliche – nazionalizzazioni, salvataggi – i disastri combinati dalle banche, mentre i soldi venivano negati a tutti gli altri. È difficile trovare nella storia un precedente così clamoroso di appropriazione privata di ricchezza pubblica, di gestione dissennata e di totale impunità. Oggi il sistema bancario punta ad afferrare in fretta il bottino senza alcun riguardo verso i propri clienti, gli organismi di controllo o la propria reputazione, e a sostenerlo è J. Plender sul Financial Times (StanChart is a remainder of banking insatiable greedwww.ft.com, 9 agosto 2012). Per assicurare l’impunità e bloccare ogni tentativo di riforma del sistema, la finanza si affida agli stretti legami che ha con i politici e i regolatori. Anzi, a ben vedere, una parte significativa di questi ultimi viene direttamente da posizioni di responsabilità nelle grandi banche d’affari, come ci ricordano i casi del presidente della Bce Mario Draghi e di numerosi leader e ministri dei governi europei e di oltre Atlantico.

Si può uscire da questo disastro? Occorre innanzi tutto demolire il mito, di matrice anglosassone, della finanza come forza positiva, che porta al benessere dell’economia, quando ha operato come un’istituzione corrotta che danneggia l’economia reale. La strada non può che essere quella di un profondo intervento pubblico nei confronti del sistema bancario e finanziario, che miri a ridurre in maniera sostanziale le sue dimensioni, il suo potere, le direzioni del suo sviluppo. Eppure la politica, negli Usa e in Europa, resta immobile, se non peggio: Wall street resta uno dei maggiori finanziatori della campagna elettorale sia di Barack Obama che dei repubblicani; il loro candidato alla Casa Bianca, Mitt Romney, ha costruito il suo successo proprio con spericolate operazioni finanziarie e avrebbe un patrimonio in gran parte collocato in paradisi fiscali, sottratto così, attraverso operazioni di elusione, al pagamento di gran parte delle imposte negli Stati Uniti.

Per denunciare l’impunità della finanza è stata lanciata di recente l’idea di istituire un Tribunale internazionale contro i banchieri, sul modello dei tribunali d’opinione realizzati negli ultimi anni su crimini di guerra e ingiustizie economiche; si tratta di un’iniziativa che potrebbe finalmente dare uno scossone a una finanza irriformabile.

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