Gli islamisti sconfitti al voto ma perché tanto stupore?


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I libici hanno sorpreso il mondo per la seconda volta. L’interpretazione dello scontro laici-religiosi è fuorviante, ma il dato saliente è che gli elettori non hanno dato ascolto alle visioni ideologiche dell’Islam politico.

I libici hanno sorpreso il mondo per la seconda volta. Dopo la rivolta popolare contro la dittatura e la brutale uccisione di Gheddafi padre, nel segreto delle urne gli elettori hanno dato oltre il 50% dei voti alla coalizione progressista, quella guidata dall’ex premier durante i duri mesi della rivolta, Mahmoud Jibril, che ha ottenuto 39 seggi della quota proporzionale, relegando i partiti dell’Islàm politico in minoranza con 17 seggi per il partito della Fratellanza Musulmana e nessun seggio per quello della Nazione, degli ex jihadisti pentiti, sospettato di essere sostenuto e finanziato dall’Emiro del Qatar. I restanti 24 seggi sono andati a una miriade di piccoli partiti e coalizioni. Le deputate elette sono 33, quasi tutte nelle liste di partito.
La geografia del futuro Congresso Nazionale (la Costituente) è molto più complessa. In queste prime elezioni libere dopo 42 anni di dittatura, soltanto 80 seggi su 200 sono destinati alla quota proporzionale; gli altri 120 sono eletti con il sistema maggioritario uninominale, i cosiddetti «indipendenti» che rappresentano le realtà locali.
Non è detto che la vittoria della coalizione progressista si traduca automaticamente in una maggioranza nel Congresso e di conseguenza in un governo. Per questo era scattata la proposta di un governo di unità nazionale, la «Grande Coalizione» come lo definisce la stampa libica: le sfide di questa fase costituente sono un peso enorme che nessuna parte politica sarà capace di affrontare da sola con successo. Ma i Fratelli Musulmani di Mohamed Sawwan hanno respinto l’idea di un governo non guidato da loro. «Se non avremo la cabina di comando, è meglio lasciare la patata bollente a loro», ha detto a caldo un loro esponente. In un’intervista al quotidiano saudita di Londra, Al-Sharq Al-Awsat, lo stesso Sawwan ha ammesso che il suo partito sta contattando diversi indipendenti per convincerli a passare alla Fratellanza o almeno a far parte di una maggioranza estemporanea, costruita post-voto. Gli avversari li accusano di condurre quest’opera di «convincimento» con la compravendita di deputati, offrendo somme di denaro o cariche e posti di rilievo.
Anche il fronte progressista – spesso definita liberale, sulla stampa occidentale – non sta con le mani in mano. Conta su molti eletti indipendenti vicini alla visione della Coalizione delle Forze Nazionali: attenzione alle condizioni sociali, il lavoro, la ricostruzione, la riconciliazione nazionale con la creazione di un esercito e polizia nazionali e l’affermazione dello stato di diritto.
La Commissione indipendente ha annunciato i risultati definitivi alla presenza del premier El-Kib, del presidente del Cnt Jalil e del corpo diplomatico accreditato a Tripoli. Ma ci vorranno altri 15 giorni per i ricorsi e il pronunciamento dei tre gradi di giudizio previsti per consolidare definitivamente questi risultati. Soltanto allora si insedierà il nuovo Congresso Nazionale e si concluderà l’esperienza del Cnt, il Consiglio che ha guidato la rivolta libica con successo. Soltanto verso la seconda metà di agosto (alla fine del mese del digiuno islamico, il Ramadan) si potrà parlare del nuovo governo e chi sarà a guidarlo: Jibril o Sawwan.
Queste elezioni libiche hanno suscitato sorpresa perché per la prima volta in elezioni arabe del post Primavere, i partiti dell’Islàm politico hanno subito una sonora sconfitta dalle urne e sono arrivati come secondo partito, con un enorme distacco. L’interpretazione dello scontro laici-religiosi è fuorviante, ma il dato saliente è proprio questa sconfitta che è stata il frutto della scelta, da parte degli elettori, di non dare ascolto alle visioni ideologiche delle formazioni dell’Islàm politico, senza negare l’appartenenza e l’attaccamento della popolazione libica alla sua fede religiosa. L’oscurantismo promesso ha fatto paura alle donne libiche e al cittadino medio, fiero della propria identità nazionale, che non vorrebbe vedere la Libia fagocitata nel mare della Fratellanza Musulmana, tra le due nazioni sorelle Egitto e Tunisia. I Fratelli Musulmani libici hanno subìto l’impazienza della cosiddetta internazionale della Fratellanza, che teorizzava per la Libia il ruolo di «nazione cassaforte». Nel voto libico ha vinto il buonsenso e il pragmatismo dell’elettore che ha scelto di votare per i programmi più vicini alle sue esigenze e aspirazioni.
La sconfitta dell’Islàm politico è legata anche alle scelte fatte nell’ultima fase del regime dittatoriale. La collaborazione al progetto di Seif Islam, «Libia al Ghad» (Libia del Futuro) è stata pagata cara. Gli esponenti islamisti hanno acclamato allora le false riforme del Gheddafi jr e sono entrati nel Consiglio d’amministrazione della sua Fondazione, e così gestito investimenti pubblici per milioni di dollari, sporcandosi le mani con la corruzione. Gira ancora in Youtube un video dello sceicco Ali al-Sallabi, islamista vicino ai Fratelli Musulmani in Libia, che elogia il defunto dittatore chiamandolo «il fratello grande condottiero».
Nelle analisi che ho letto sulle elezioni in Libia mi ha deluso il tentativo di trattare questo voto come un fatto di seconda importanza. Contro il riconoscimento unanime degli osservatori internazionali di una partecipazione reale massiccia (il 63% degli iscritti nelle liste elettorali), la trasparenza, la mancanza di forti contestazioni sulle operazioni di voto, ecc…, qui noto invece l’eccessiva sottolineatura dell’importanza di quella che chiamo la Lega Cirenaica, una minoranza chiassosa che nelle urne non ha avuto risonanza, perché di fronte alla chiamata alla diserzione dei seggi, i libici di tutto il territorio nazionale hanno partecipato con entusiasmo. Nessun analista italiano ha visto la particolare affluenza al voto di Bengasi che ha rasentato l’ 80% degli iscritti (molto più alto della media nazionale, sintomo di sconfitta dei federalisti cirenaici, nostalgici della monarchia).
Un altro aspetto enfatizzato da certi studiosi di questioni arabe, soprattutto di provenienza universitaria, è quello del carattere tribale della società libica. Ma è un’enorme fandonia. Le tribù esistono, ma non sono un fattore politico. Qualcuno si è arrampicato sugli specchi per spiegare la vittoria di Jibril sostenendo che è membro della tribù dei Werfella. Ma non spiegano così il consenso quasi unanime che ha ottenuto la Coalizione da lui guidata su tutto il territorio nazionale. Salvo a Misurata, la Cfn è stata il primo partito in tutte le città libiche.
I risultati delle elezioni libiche andrebbero letto togliendosi gli occhiali della centralità occidentale e cercando di capire le sfide che la società civile libica ha di fronte, compresa la presenza delle armi nelle mani di milizie non sottoposte al controllo dello Stato che sta nascendo dalle ceneri della quarantennale dittatura. La Libia ha le classi dirigenti capaci di far fronte alle sfide. In Italia, i sindacati, le organizzazioni della società civile ed i partiti della sinistra dovrebbero prestare maggiore attenzione alla nuova realtà che sta nascendo in questo paese, primo partner economico arabo dell’Italia e dirimpettaio dall’altra parte del Mediterraneo. La conoscenza diretta e non libresca è la premessa di nuove relazioni fondate sulla parità e cooperazione e non soltanto sugli affaristi «mordi e fuggi». Il primato della politica sull’economia dovrebbe nascere anche dal basso e non soltanto dalla diplomazia ufficiale.
autore di La Rivoluzione Libica, Il Saggiatore, 2012

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