Banchieri in tribunale


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Come il Kazakistan. Così Moody’s, l’agenzia di valutazione dei rischi finanziari, considera oggi i titoli di stato italiani: «Baa2». La repubblica ex-sovietica ha petrolio quanto basta per garantire un debito pubblico pari ad appena il 10% del Pil, mentre l’Italia viaggia intorno al 123%. Per la finanza non conta più nulla lo sviluppo di un paese, solo la possibilità d’insolvenza. Ma davvero scambiereste un Bot con un titolo del governo di Astana? Con i criteri di Moody’s, il petrolio di Trinidad e Tobago, Russia e Messico, e l’austerità selvaggia della Lituania garantirebbero i creditori meglio di Roma. Se cadessimo ancora di un gradino, ci troveremmo in compagnia di Spagna, Azerbaigian, Namibia, Lettonia e Cipro, il prossimo paese ad essere investito dall’euro-crisi. Più che la classifica del rischio, questa è la lista delle opportunità di speculazione. E qui Moody’s arriva tardi: l’agenzia di rating cinese Dagong aveva già tolto la «A» all’Italia nel gennaio 2011, retrocedendola da «A meno» a «Bbb». 
Lo schema è sperimentato. Si declassano le vittime designate, gli investitori internazionali vendono titoli, i rendimenti si alzano fino a un livello – ieri il 6% sui titoli italiani a dieci anni – tale da far saltare i conti pubblici (quest’anno pagheremo forse 95 miliardi di euro di interessi sul debito), le aspettative si auto-realizzano, insieme ai guadagni speculativi. La politica asseconda la finanza con «fondi salva-stati» e «scudi anti-spread» che premiano gli speculatori e puniscono le vittime. Il conto lo paga l’economia reale: siamo al 25% di produzione industriale in meno rispetto al 2008, ed è sbottato perfino il capo degli industriali Giorgio Squinzi. Un sassolino in quest’ingranaggio è venuto ieri dalla procura di Trani. I vertici di Moody’s sono stati messi sotto inchiesta per aver manipolato il mercato con un rapporto sui rischi bancari del maggio 2010 che portò a un crollo di Borsa delle banche italiane.
Per la finanza l’estate è da sempre la stagione più avventurosa. Servirebbe una politica capace di fermare gli avventurieri, ma partiti e governi – in Italia e in Europa – sono disposti a sacrificare le persone sull’altare del rating.
In questo enorme vuoto politico, che parta qualche inchiesta giudiziaria è un piccolo segnale. Ma quello che servirebbe è convocare un Tribunale internazionale contro i banchieri. Come quello sui crimini della guerra in Vietnam.

apparso su il manifesto del 14 luglio 2012

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