L’assemblea di Firenze Introduzione ai lavori


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Siamo al nostro primo appuntamento. In molti non ci conosciamo neppure tra di noi. Non siamo certo “i soliti noti”, venuti a recitare il “solito copione”. Se siamo qui, in questo sabato di ponte, è perché avvertiamo che non cè più tempo: che i pilastri fondamentali che la Costituzione aveva posto alla base della nostra democrazia – intendo i partiti politici – stanno sgretolandosi. Rapidamente. E rischiano di trascinare nel loro crollo le stesse istituzioni repubblicane.
Parafrasando il Presidente del Consiglio potremmo dire che “se siamo qui, è perché gli altri hanno fallito”: e cioè i politici di professione, i partiti (a cominciare dai più grandi), la “politica” come la conosciamo dai giornali e dalla televisione. Non ci fa piacere, ma è così. C’è la concreta, concretissima possibilità che si arrivi al più importante appuntamento elettorale della storia Repubblicana – a questa sorta di “ultima spiaggia” che saranno le elezioni politiche prossime – con un sistema politico liquefatto. Per metà abbandonato dagli elettori, per l’altra metà frantumato in mille schegge impazzite.
Convocati dall’urgenza, ci tocca l’obbligo di dire, fin da subito, “chi siamo”. E insieme, naturalmente, “cosa non siamo” e non vogliamo essere. Non siamo materia digossip per i media. L’abbiamo percepito, con una certa sorpresa, non lo nego, dal silenzio mediatico sul nostro esordio: non uno dei grandi quotidiani nazionali ci ha degnato di uno sguardo. E forse è un bene. Intanto perché godiamo del grande privilegio di poter scegliere in autonomia il nostro nome, invece di vedercelo imposto dagli altri. E di poter costruire con i nostri tempi la nostra identità, invece di vedercela appiccicata dall’esterno da altri. Crediamo più nel fare che nell’apparire; nel lavoro paziente di elaborazione e di organizzazione più che nel fuoco d’artificio.
Non siamo nemmeno lurlo roco del populismoa buon mercato. La voce sguaiata del rancore e della rabbia impotente. Non cerchiamo “serbatoi dell’ira” da poter sfruttare per un effimero consenso elettorale. Non useremo mai il linguaggio come una clava, l’invettiva come forma del discorso. Crediamo nella parola come mezzo di comunicazione e di argomentazione: perintendersi e magari distinguersi, non per separarsi in amici e nemici. E all’argomentazione ci affideremo sempre per affermare le nostre ragioni.
Non siamo, infine, una nuova, piccolaformazione politica. Un ennesimo partitino: uno tra gli altri, uno contro gli altri. La gravità della crisi in atto – il suo intreccio di crisi politica e di crisi economica, entrambi potenzialmente terminali – non lascia spazio né tempo alle vocazioni minoritarie. Allo spirito di setta. Richiede la messa in movimento di un fronte molto ampio. Soprattutto richiede una svolta radicale matendenzialmente maggioritaria. Un “cambio di paradigma” nel modo di pensare le cose e di fare la politica. Nei programmi, certo, ma anche negli stili di comportamento e di organizzazione. Nel metodo, che qui diventa contenuto. Nel rapporto inevitabilmente nuovo, tra governanti e governati, che rovesci l’attuale deriva che va, ferocemente, dall’alto verso (e contro) il basso. Nellinguaggio, che sappia parlare non ai già convinti, ai “nostri” come si dice, ma alla platea ampia, larghissima, delle vittime dell’attuale modello economico e sociale – fallito e fallimentare, ma totalitario -: a quel 99% a cui si rivolge il movimento di OccupyWall Street, tanto per intenderci, e che non si riconosce nella lingua morta delle diverse tradizioni politiche…
E un “salto di paradigma” – diciamocelo pure – anche negli strumenti organizzativi, che non possono essere quelli tradizionali – centralistici, verticali e gerarchici – delle burocrazie dominanti, ma che sappiano praticare, all’opposto, l’orizzontalità della rete, la comunicazione decentrata, l’eguaglianza nella parola e nell’ascolto “tra diversi”. Tutto questo vuol dire – come ci è stato contestato – rimuovere il “conflitto sociale”? Cancellare le “forme di organizzazione” – i “corpi intermedi” costituiti dai partiti politici -, in nome di uno spontaneismo un po’anarchico? O non significa, piuttosto, ripensare il conflitto – e insieme l’organizzazione – nelle forme e nei modi in cui ce lo ripropone quello che Luciano Gallino ha definito il finanz-capitalismo (che non cancella certo le classi sociali e il loro antagonismo, ma che le ridisegna in forma del tutto inedita)? E d’altra parte, che ne pensereste se qualcuno, dopo il 1848, avesse continuato a proporre i vecchi club del 1789, come strumenti della lotta politica (i Cordiglieri, i Montagnardi, i Foglianti, i Girondini…), e la jacquerie contadina come via all’emancipazione?
Insomma, per dirla in positivo: “cosa vogliamo”?
Vogliamo essere gli abitanti di un nuovo spazio pubblico liberato dalle presenze ingombranti dei vecchi monopolisti della decisione. L’embrione di una nuova cittadinanza, che ha mostrato il proprio profilo esattamente un anno fa, con la vittoria referendaria e con i risultati “eretici” delle amministrative in molti comuni. Abbiamo scritto a chiare lettere che “intendiamo darvita a uno strumento costituzionale dipartecipazione della cittadinanza alla vitademocratica del paese. Una forma organizzata che raccolga la testarda domanda di partecipazione di quella parte di cittadini che (oggi in Francia, domani in Italia) non vogliono rassegnarsi al cappio delfiscal compact e alla dogmatica feroce di Berlino e di Bruxelles, alla riduzione dei diritti sociali in costi da tagliare e sacrificare sull’altare dei mercati, allo smantellamento del modello sociale europeo e alla mercificazione sistematica della vita individuale e collettiva…
Abbiamo aggiunto che parlare di “beni comuni” al plurale significa, in primo luogo, riappropriazione dello spazio pubblico e indisponibilità alla delega per le decisioni impegnative per tutti. L’abbiamo detto, e da oggi dobbiamo incominciare a praticarlo. Non come punto, lontano, di un programma futuribile, ma qui ed ora. Come esperienza in atto. In cima alla nostra “agenda” sta la questione della democrazia. Della malattia grave – per certi versi “terminale” – che l’affligge; e dei possibili antidoti, da mettere in campo urgentemente. Ebbene, questo è il luogo e il tempo per sperimentarli. Per questo seguiremo, fin da oggi, nella gestione di questa giornata, alcune semplici, ma impegnative,
REGOLE:
Intanto per quanto riguarda il programma, a cui è dedicata la seconda parte di questa plenaria: verrà elaborato dal basso, con la più ampia partecipazione, senza pregiudiziali iniziali, né punti già scritti, con due sole eccezioni. 1) la pregiudiziale antiliberista – la constatazione del fallimento totale del dogma che ci ha portato alla catastrofe attuale e la necessità di contrapporgli un organico modello alternativo; 2) la centralità della questione del lavoro, a cominciare dalla difesa intransigente dello Statuto dei lavoratori nella sua integralità. Tutto il resto sarà oggetto di un percorso che incomincia oggi, si articolerà nei territori, e sarà alimentato da contributi, schede, materiali di informazione per favorire la più ampia “partecipazione informata”.
E poi:
Prima regolagli interventi dureranno tutti, senza eccezioni, 7 minuti. E saremo feroci nel far rispettare a tutti questi tempi, in modo da favorire la massima partecipazione alla discussione. Poi, dal prossimo incontro, ci organizzeremo anche per TAVOLI, come si dice nel Manifesto.
Seconda regolail nome. E’ il prodotto anch’esso di un’ampia consultazione, di un primo pronunciamento in rete, e oggi ne completeremo il percorso con una votazione in aula preceduta da brevi interventi esplicativi.
Terza regolale strutture, il coordinamento. Gli organi di coordinamento sono tutti a termine – a breve termine -: il gruppo promotore si presenterà dimissionario. L’articolazione territoriale è l’asse portante del “soggetto nuovo”: il coordinamento dovrà rispondere a questo principio.
Quarta regolala trasparenza. Tutti i passaggi della nostra elaborazione e della nostra vita collettiva dovranno essere visibili, accessibili, conoscibili tra tutti. Il dibattito, le scelte, e anche le (scarse) finanze. Nessuna carica o ruolo sarà retribuita.
Quinta regolalappartenenza. Non vogliamo l’esclusiva dell’appartenenza. Non diremo mai: “o con noi o fuori (o contro) di noi”. Siamo per l’appartenenza plurima. Per l’apertura a tutti coloro che condividono questo stile “altro”, anche se militano, contemporaneamente, in un’altra organizzazione.

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