L’indignazione del top manager


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«Oggi è il mio ultimo giorno di lavoro alla Goldman Sachs». Comincia così la lettera aperta di Greg Smith, dirigente della banca d’affari per il settore derivati di Europa, Medio oriente e Africa, sul New York Times. Segue un j’accuse alla banca, devastante perché dall’interno, un posto che Smith definisce «tossico». Lo stesso aggettivo con cui abbiamo chiamato gli strumenti finanziari che hanno fatto saltare il mondo. Il j’accuse: non c’è più etica, non si pensa più ai clienti, solo
a fare soldi Quasi una sorta di Occupy Goldman Sachs di uno dei suoi top manager per un giorno, ovviamente l’ultimo ancora in libro paga.
Nemmeno il più feroce critico di questo sistema bancario ha mai scritto nulla di così efficace. Smith è credibile, anche se le sue parole – che stanno facendo il giro del mondo grazie a un’incredula Rete – fanno venire in mente piuttosto Schopenahuer: siamo destinati all’infelicità, perché desideriamo ciò che non si può avere.

Dopo 12 anni di lavoro alla banca, di cui dieci passati a reclutare candidati in giro per il pianeta nelle migliori università, Smith lascia, pure lui indignato: «Onestamente, posso dire che il posto ora è tossico e distruttivo come mai si era visto». Sia chiaro, Smith lascia non perché sia passato al nemico, ma perché «gli interessi del cliente continuano a essere messi da parte da un’azienda che pensa soltanto a fare soldi». Smith rivendica il suo lavoro e l’onore della storia della banca, lunga 143 anni, durante i quali (a suo avviso) la missione è stata sempre un’altra, aiutare i clienti a fare soldi. Difficile crederlo, ma l’atto d’accusa è appassionato: «Può suonare sorprendente per un publico scettico, ma la cultura è stata sempre la parte vitale del successo della Goldman Sachs. La cultura era la salsa segreta che ha fatto grande questo posto e lo ha spinto a guadagnare clienti. Non solo per fare soldi: così, un’azienda non andrebbe avanti a lungo. Mi rattrista dire che oggi mi guardo intorno e virtualmente non trovo traccia di questa cultura». Smith addirittura si vergogna, al punto di scrivere che non potrebbe più «guardare negli occhi gli studenti e dire loro quanto era grande questo posto».
Il manager entra poi nel merito della missione della Goldman Sachs, nel settore di cui è stato dirigente, il più tossico della «tossica» banca. L’accusa si fa ancora più pesante: «Partecipo a riunioni sulla vendita di derivati dove non un singolo minuto viene speso per domandarsi come si possono aiutare i clienti. Ma solo su come possiamo fare più soldi possibili. Se un alieno proveniente da Marte si presentasse in una di queste riunioni, potrebbe pensare che il successo per un cliente non fa più parte del nostro lavoro».
Messaggio chiaro, forse utile per la campagna elettorale dell’amministrazine Obama e per il suo braccio di ferro sulla riforma delle regole della finanza, quasi certamente inutile per un cambio di stagione. Perché le banche continueranno a fare soldi con i derivati, fino alla prossima bolla. Certo, un danno immediato d’immagine c’è – se pure le banche d’affari hanno ancora un’immagine di fronte alla gente normale.
Smith stila il suo atto d’accusa contro l’attuale amministratore delegato, Lloyd Blankfein, e il presidente, Gary Cohn, «rei» di gestire la banca non più come nel passato glorioso evocato dal manager in uscita. «Spero – scrive sempre nella lettera pubblicata sul New York Times, nella sezione calda degli Ed-Ops – che questo possa dare una sveglia al consiglio di amministrazione. Affinché il cliente torni al centro del business». Infine, auspica che la banca si liberi «di persone in bancarotta morale, indipendentemente da quanti soldi fanno guadagnare ».
Goldman Sachs, sulla carta colpita e affondata visto che il colpo è stato sparato da una corazzata mondiale dei media, ha replicato tramite portavoce: «Non siamo d’accordo con il punto di vista espresso, che non rispecchia il modo in cui conduciamo le nostre attività. Secondo noi, possiamo avere successo solo se i nostri clienti hanno successo e questa verità fondamentale è il cuore di come ci comportiamo». Una replica triste.

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