I gangster ragazzini del Sudamerica nelle strade di Genova e Milano


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Nella città ligure Sampierdarena è diventata San Pedro de Arena, in quella lombarda Rozzano si è trasformato in Rozzangeles. E le “pandillas”, le bande dei giovani latino-americani, controllano il territorio e lo tengono in scacco con rapine, aggressioni, a volte omicidi. Ecco storia, ragioni e protagonisti di un fenomeno in crescita

GENOVA – San Pedro de Areña è nel Ponente di Genova, Rozzangeles sotto la Tangenziale Ovest di Milano. Le chiamano ormai così, indigeni e migranti. Alla sudamericana. Sampierdarena ormai è una sfilata di bodeguitas con i prodotti alimentari appesi, il pan duce in vetrina arriva dall’Ecuador. Rozzano lungo le sue strade anonime affianca locali notturni latini, i “Mangos” (ora sono club, ora grill, ora pub). Sono le nuove terre delle gang latine approdate in Europa e insediate nel Nord Italia. Sono nuovi quartieri spuri per bande che sembrano poter fare a meno degli italiani.

Compresa tra la Lanterna e l’aeroporto Cristoforo Colombo, Sampierdarena è una storica énclave strappata all’assedio del dominante tifo genoano grazie alla sua storia diversa. Qui nacque l’Uc Sampdoria, nel 1946, fondendo la Sampierdarenese e l’Andrea Doria, società dell’Ottocento. Quando un gruppo di tatuati Latin Kings – hanno le magliette della banda, sono tozzi e abbondanti – passa sotto un foulard sbiadito di bandierine blucerchiate issate fra i palazzi dell’isola pedonale di via Carlo Rolando, si comprende in un clic il cambiamento di un quartiere speciale della città. In dodici anni ecco San Pedro de Areña.

Il ragazzo in bicicletta arriva da Quito, capitale dell’Ecuador. Il suo amico in piedi davanti al portone è originario di Medellin, Colombia. Il gruppo caciarante sotto il ponte del Campasso è peruviano. Hanno portato le loro abitudini nella città riservata e iniziato a cambiare i nomi dei quartieri. Poi sono arrivati gli scontri alla sudamericana: mazze da baseball, coltelli, forchette arrotate. A seguire gli omicidi, tre in sei anni. L’ultima rissa tra Latin e Diamantes sull’autobus numero uno in movimento ha sfondato un bus e terrorizzato i passeggeri. Bastoni tra le mani dei sudamericani sopra il mezzo, spranghe per chi stava sotto.

Perché Genova, la città che non figlia più, ha conosciuto in anteprima il fenomeno delle pandillas, le bande latine? In questa città i sudamericani migranti hanno fondato alla fine dei Novanta, prima nel centro storico poi spostandosi per contagio verso Ponente, le gang-nazione ispirate alle città di provenienza: a Quito, a Medellin, a Puerto Rico e ancor più a Chicago, approdo delle bande negli anni Quaranta. Si autodefiniscono gang-nazione perché il cordone ombelicale – il paese di provenienza – è presente in ogni azione e nei riti. “Siamo un gruppo di persone, una raza, con un solo governo”.

Il governo delle bande, appunto. Grazie a una migrazione biblica iniziata nel 1999 con il crollo dell’Ecuador dollarizzato (il 27 per cento delle persone lasciò il paese), a Genova si è sistemata la comunità ecuadoriana più grande d’Italia: ventimila persone. E’ di gran lunga il ceppo straniero più importante della città, da solo vale il tre per cento. La metà abbondante degli studenti forestieri, oggi, viene dall’Ecuador, e per loro Genova non ha molto da offrire. “Ho solo amici sudamericani ed è meglio così, non devo imparare una nuova lingua”, ti dicono gli adolescenti: “Appena salgo sul bus i vecchi cercano con la mano il loro portafogli, per proteggerlo”.

Gli ecuadoriani di primo sbarco sono tutti sotto i quarant’anni e con low cost successivi hanno fatto arrivare le mogli, i figli, i cugini, i nipoti. Hanno trovato tutti lavoro in una città in crisi strutturale e dentro una crisi mondiale. A Sampierdarena e al Campasso, alla Certosa, a Rivarolo, oltre la ferrovia alla Fiumara si stanno comprando il loro “due camere e salotto”. Lo raccontano all’immobiliare Casa latina, dove le impiegate sono sudamericane.

“Vendiamo otto appartamenti al mese, quando un’agenzia con una clientela italiana ne vende solo due”. in questa semiperiferia post-industriale 75 metri quadrati costano 180 mila euro. Gli ecuadoriani, comunità in salute, insieme al pan duce hanno importato Latin King e Vatos Locos, Manhattan e Los Diamantes. Sono bande violente formate a Quito e a Guayaquil, città, tra l’altro, con un’ampia comunità genovese. Lo sono diventate anche a Genova. Le pandillas da esportazione hanno affinato gli interessi, i territori da controllare e tutti i fine settimana fanno registrare scontri nell’ampia area dell’angiporto, alla discoteca Estrella di San Benigno, in piazza Montano.

Quanti sono, come si muovono gli aderenti genovesi alle pandillas? Nel maggio del 2006 un’operazione del commissariato di Prè diventata tesi di studio giudiziario certificò in città 435 affiliati e diciassette bande. E’ l’ultimo dato conosciuto. Cinque anni fa in giro per le strade di Genova c’erano quattromila ragazzi sudamericani, uno su nove stava in una gang e le cose – dicono gli esperti – non sono cambiate. Furono quattordici gli arrestati allora, perlopiù adolescenti. Tra loro, i capi ventenni dei Latin e dei Netas (significa “La nuova vita”, ma anche “Lotta e resistenza”). La polizia contò trentotto episodi criminali, sequestrò mazze ferrate, una pistola. L’operazione Pandillas aveva seguito l’operazione Colors, ed entrambe per i loro aspetti folk e tribali, i riti di iniziazione, gli stupri delle donne costrette ad aderire, erano planate sui notiziari della Cnn. Quindi nelle case di Quito, Medellin, Chicago. Il messaggio era arrivato: i ragazzi migranti continuavano a dettare legge lontano, ricevevano le strategie dai “capi supremi” e le imponevano sul nuovo territorio. Di più, iniziavano ad affiliare disadattati italiani.

Dopo la Cnn arrivarono i dibattiti in Consiglio comunale, gli interventi della Prefettura e dell’Università di Genova, quindi le iniziative del centro sociale Zapata e dei ricercatori marxisti. Una coltellata in via di Sampierdarena, in una notte di festa allo Zapata, diede la morte a Stefano Perez Soto, 17 anni. Dicembre 2009, era il terzo omicidio nella storia genovese delle pandillas. Seguiva il ragazzo colombiano ucciso alla discoteca Victor Latino (in centro, nel 2003) e l’operaio dominicano all’Estrella (al porto, nel 2008). Il colpo al cuore di Perez Soto spezzò la tela dell’integrazione, protocolli faticosamente stilati e firmati furono stracciati. Le gang tornarono a picchiarsi in strada. Con nuovi protagonisti come i Diamantes, cresciuti a Cornigliano sulle ceneri dei Rebeldes, a sfidare gli eterni Latin Kings.

Con quella morte il fenomeno delle baby gang sudamericane a Genova si è parcellizzato senza spegnersi, frantumandosi in cento ritorsioni. Basta avvistare un “diamante” fuori territorio. Un graffito cancellato o un ipod rubato. Nelle ultime due stagioni, poi, si sono intensificati i gesti brutali compiuti per meritare di essere accolti in banda: ecuadoriani hanno pestato a sangue due clochard rumeni nei giardinetti della Stazione Brignole e il barista intervenuto per difenderlo. Nelle carte sequestrate dalla polizia si sono ritrovati i rituali machisti di ingresso delle donne nelle gang: devono andare a letto con il capo. Molte cose latine sono finite su You Tube, scaricate dagli stessi protagonisti, e spesso quelle immagini hanno aiutato le indagini di polizia. Il pm Patrizia Petruzziello, già accusa per i fatti del G8, definisce le bande che ha affrontato in alcuni processi “istituzioni clandestine dove si gestisce una giustizia interna con atteggiamenti fortemente omertosi”. Global gang, ma anche mafie latine.

23 novembre 2011

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