Terroristi come noi


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I membri della cellula: Beate Zschäpe, Uwe Böhnhardt e Uwe MundloJana Hensel – La scoperta di una cellula neonazista originaria della Germania orientale ha scosso l’opinione pubblica tedesca. Ma invece di ricorrere ai soliti cliché bisognerebbe riflettere sulle radici del disagio giovanile nell’ex Repubblica democratica.

Ancora non sappiamo molto su Beate Z., Uwe M. e Uwe B., tre estremisti di destra originari della Turingia. Eppure io me li immagino così: vengo dalla campagna e non dalla città. Mio padre e mia madre sono stati schiacciati dalla riunificazione del 1990. I ragazzi più duri della mia scuola avevano gli anfibi con i lacci bianchi invece che rossi, i loro fratelli maggiori, invece di partecipare alle manifestazioni di Lipsia e aprire gallerie, hanno picchiato stranieri alla fermata dell’autobus. Forse anch’io avrei preso una strada simile, che la maggior parte delle volte è inoffensiva all’inizio e tuttavia può finire in catastrofe. Ebbene, dieci persone sono state uccise.

Quindi, ho l’impressione che un confine sottile separi il corso della mia vita da quello dei tre neonazisti responsabili delle violenze. Abbiamo pressappoco la stessa età. E la vita a metà degli anni novanta nella Germania dell’est era così. Per certi versi amara e senza appigli. Come se la letargia, l’insensatezza e l’ipocrisia degli anni ottanta nella Germania dell’est, insieme al senso di frustrazione seguito alla riunificazione, avessero trovato in noi adolescenti un’espressione.

Già da studenti, dopo la caduta del muro, bisognava decidere se essere di sinistra o di destra. Non c’erano altre opzioni. Ci si vestiva secondo la propria appartenenza politica, si frequentavano birrerie e locali, si partecipava alle manifestazioni. Non pochi conoscenti avevano già rubato una macchina o appiccato un incendio in una casa disabitata, spacciavano o nascondevano un’arma sotto il letto. Clemens Meyer, scrittore di Lipsia, ha raccontato con precisione questo periodo nel suo romanzo Als wir träumten (“Quando sognavamo”). Il libro è stato esaltato per come ha rappresentato il cosiddetto underground. La verità è che molti di noi erano così. Aveva poco a che fare con l’underground, piuttosto con il disorientamento, un sentimento che accomunava tanti.

Quelli più tranquilli andavano in centro a rubare vestiti o biciclette. Naturalmente erano bravate da adolescenti. Ma è facile perdere il senso della misura: nel settembre del 1997 i tre, che all’epoca vivevano a Jena, hanno piazzato il loro primo ordigno. Un tubo bomba con dieci grammi di tritolo all’interno, che la polizia ha scoperto di fronte al teatro cittadino.

È strano che questa storia di smarrimento non venga ancora raccontata. Che non ci si chieda in quali circostanze questi giovani abbiano potuto assumere posizioni estreme, tanto da adattarsi all'”underground”. Queste domande segnerebbero il fulcro di un dibattito sulla Germania dell’est del quale nel corso degli anni ci siamo sempre più stancati. Così, spesso la discussione non è riuscita: invece di un’apertura e un’autocritica in entrambe le parti del paese, si sono fatte recriminazioni reciproche, l’est si è scontrato con l’ovest e viceversa, il problema è stato affrontato prima con le ideologie invece che pensando alle vite delle persone, c’è sempre stata una sorta di matrice razzista.

Etichette colorate

Adesso parlare della “cellula di Zwickau” è tabù: non ci si chiede più perché nove delle dieci vittime sono state uccise nel territorio della vecchia Repubblica federale tedesca. Invece si analizza il fallimento degli organi di sicurezza. È un problema da risolvere, su questo non si discute. Ma gli insegnanti, i genitori, gli amici, la politica, le istituzioni, non hanno fallito anche loro? Non ci si può domandare quando questi giovani si sono andati perduti? Ragazzini che senza dubbio abbiamo supposto appartenessero alla generazione emersa dalla riunificazione come vincente.

Ma con la denominazione “Frazione armata marrone” si è già trovato un nome, un’etichetta che termina la discussione prima ancora che questa possa cominciare. I neonazisti della Germania dell’est sembrano figli di un movimento della Germania dell’ovest, con il quale non hanno nulla a che fare. L’espressione “Frazione armata marrone” non è casuale, anzi, svela per l’ennesima volta una prospettiva sempre uguale. Anche in questo caso è la storia della vecchia Repubblica federale, che preme al centro della riflessione.

La storia della Raf (Rote-Armee-Fraktion, Frazione armata rossa), ora presente in una sorta di nuova escalation, può ripetersi in una variante nera della Germania dell’Est. Ma alla base delle azioni violente del gruppo c’è davvero un conflitto generazionale? Questo non separa più i genitori vissuti nella Germania dell’ovest del dopoguerra da quelli che abitano nell’ex Ddr dopo la riunificazione, da quando è avvenuta?

Ma a tali domande non avremo alcuna risposta, se non cominciamo subito a credere che la Germania dell’Est ha una sua storia, che è iniziata prima del 1989 e che non riguarda solo la riunificazione, a raccontare anche questa storia e fondare nuove realtà sociali e politiche. Sarebbe l’opposto di “underground”. (traduzione di Anna Franchin)

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