La diga che lascia l’Africa al buio


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LUCA MANES
2011.11.19
Se ne parla da anni, ma negli ultimi giorni è stato compiuto un passo di un certo rilievo per la realizzazione di quello che, una volta completato, sarà il più grande impianto idroelettrico del pianeta. I governi di Sudafrica e Repubblica Democratica del Congo, infatti, hanno appena siglato un’intesa per la costruzione della diga di Grand Inga. Un’opera mastodontica, ideata per imbrigliare gli abbondanti e impetuosi flussi delle cascate di Inga, a 225 chilometri da Kinshasa, lì dove l’immenso fiume Congo compie un salto di quasi un centinaio di metri. A pieno regime Grand Inga sarà in grado di produrre 40mila megawatt, il doppio della capacità delle diga delle Tre Gole in Cina, al momento la più grande centrale idroelettrica del Pianeta e responsabile dello sfollamento di oltre un milione e mezzo di persone. Basti pensare che al momento l’intera produzione energetica del continente africano ammonta a 120mila megawatt per farsi un’ulteriore idea della portata del progetto.
Va da sé che i costi per un’infrastruttura di questo tipo siano altissimi, esorbitanti. Servono 80 miliardi di dollari solo per erigere l’impianto e almeno altri 10 per la linea di trasmissione. Cifre che gli esecutivi guidati da Joseph Kabila e Jacob Zuma non si possono permettere di tirar fuori di tasca propria. Non a caso i “soliti noti”, ovvero la Banca mondiale, la Banca africana per lo sviluppo e la Banca europea per gli investimenti, a cui si va ad aggiungere un nutrito gruppo di istituti di credito privati, hanno già manifestato più di un interesse a prendere parte alla partita. In cambio gli investitori del Nord del mondo chiedono “solo” una bella fetta di energia elettrica a basso costo. A conferma del fatto che un progetto in teoria etichettato e sbandierato come di sviluppo andrà a beneficiare soprattutto le imprese, c’è il non trascurabile dettaglio che la rete di trasmissione è previsto che debba raggiungere distretti industriali in Sudafrica, Egitto e forse addirittura Europa, ma non le popolazioni locali. Insomma, nonostante un’opera mastodontica come Grand Inga, 500 milioni di africani continueranno a restare al buio.
La regione attraversata dal fiume Congo ha già subito degli impatti ambientali di vasta portata a causa della costruzione di altri impianti, Inga 1 e Inga 2, durante i lunghi anni della sanguinosa dittatura di Joseph Mobutu. Due mega-dighe, rimodernate grazie ai fondi elargiti dalla Banca mondiale, che hanno sempre funzionato a scartamento ridotto ma “in compenso” hanno contribuito a generare buona parte del debito contratto da Kinshasa negli anni Settanta e Ottanta.
A differenza dei suoi due predecessori, Gran Inga avrà delle conseguenze dirette di portata inferiore, soprattutto perché la zona interessata è scarsamente popolata, ma può scatenare un inquietante “effetto domino” con importanti implicazioni anche a livello globale. Ad essere minacciata questa volta è la foresta tropicale del Congo, la seconda al mondo per estensione e biodiversità, e uno dei più grandi serbatoi di contenimento delle emissioni globali di Co2.
Problemi all’apparenza di secondo piano, per il grande business internazionale. Mentre Congo e Sudafrica ora pensano a un trattato per stabilire con precisione tutti i dettagli e le tempistiche dell’operazione, la Banca africana per lo sviluppo riferisce che un consorzio franco-canadese sta conducendo uno studio per valutare le modalità di realizzazione della diga. Chissà se questo corposo documento, la cui finalizzazione costerà ben 15 milioni di dollari, da qualche parte ricorderà che per i poveri dell’Africa Grand Inga sarà del tutto inutile.

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