Non ha alternative


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di Fabiano Schivardi

Mercato automobilistico instabile, integrazione tra Fiat e Chrysler, rinnovi contrattuali, mantenimento degli impianti in Italia. Scende la domanda, Marchionne rallenta l’intoduzione di nuovi modelli e fissa la soglia di sicurezza di produzione dei veicoli a sei milioni. Fabiano Schivardi docente di economia politica all’Università di Cagliari ritiene che non ci siano alternative alla politica industriale prevista dall’ad di Fiat.

Secondo Marchionne nel settore auto sono destinati a sopravvivere pochi grandi produttori: lui stesso ha fissato la soglia di sicurezza a 6 milioni di veicoli. Seguendo questa logica, Fiat ha deciso di giocare la partita del predatore e l’attenzione dell’amministratore delegato è stata assorbita dall’acquisizione di Chrysler, primo passo verso l’obiettivo. Tutto il resto è passato in secondo piano. La situazione attuale di Fiat riflette questo sbilanciamento. Il peggioramento del quadro congiunturale e la tempesta che ha investito l’Italia ha complicato una situazione già non facile.

Cominciando dai successi, l’integrazione fra Fiat e Chrysler è proceduta a una velocità sorprendente. Passi importanti, quali il raggiungimento degli obiettivi industriali fissati dal governo americano per salire nell’azionariato Chrysler e la restituzione dei prestiti pubblici si sono succeduti a ritmo incalzante. Fiat detiene oggi la maggioranza assoluta di Chrysler. Anche a livello industriale il rilancio dell’azienda Usa procede come da tabella di marcia. Qualche problema sta sorgendo dai rinnovi contrattuali. Ma i problemi più seri sono da questa parte dell’Atlantico.

Il progetto Fabbrica Italia, annunciato nell’aprile dell’anno scorso, condizionava l’investimento di 20 miliardi di euro al raggiungimento di accordi sindacali che garantissero la governabilità degli impianti. Marchionne ha ottenuto quanto chiedeva sul piano contrattuale, ma al costo di accrescere la conflittualità con i lavoratori. Da uno schema che doveva coinvolgere tutti gli stabilimenti, si è passati a un approccio caso per caso che ha accresciuto l’incertezza sul futuro dei siti produttivi italiani. Al di là del caso Fiat, l’azione di Marchionne ha messo a nudo l’inadeguatezza del sistema di relazioni industriali Italiano. Sotto questa spinta, dopo anni di veti incrociati le parti sociali hanno raggiunto un accordo unitario che affronta molte delle questioni poste dalla trattativa Fiat.

Anche il rifiuto dello scambio fra incentivi alla rottamazione e il mantenimento dell’impianto di Termini Imerese ha rappresentato una rottura della logica – ormai insostenibile – di scelte antieconomiche in cambio di aiuti pubblici. Il messaggio è chiaro: la produzione rimane in Italia se gli impianti raggiungono un livello di produttività tali da renderli competitivi con quelli localizzati in altri paesi. E’ una sfida che investe tutto il sistema produttivo italiano.

L’aspetto più problematico è quello commerciale. In attesa di una ripresa della domanda, si è rallentata l’introduzione di nuovi modelli. Le quote di mercato di Fiat si sono erose. Nel frattempo, lo scenario ciclico è peggiorato rispetto a quello utilizzato per formulare i piani di sviluppo. Inoltre, nonostante gli sforzi per scrollarsi di dosso l’immagine di impresa “nazionale”, le sorti di Fiat sono ancora legate a doppio filo a quelle dell’Italia. Fiat sconta la perdita di competitività del Paese, come più volte denunciato da Marchionne stesso. In termini di domanda, il mercato Italiano rappresenta quasi un terzo delle vendite totali.

Il “rischio paese” si ripercuote quindi immediatamente sul Lingotto. Il titolo Fiat dall’inizio di luglio ha perso quasi la metà del suo valore, passando da circa 7,7 euro ai 4 attuali, in perfetta sincronia con l’aumento dello spread sui titoli di Stato. In un’intervista di qualche anno fa, Marchionne dichiarò che operazioni come il salvataggio Fiat richiedono un’energia intellettuale che difficilmente una persona riesce a esprimere più di una volta nel corso della vita. Ciò nonostante, ha deciso di raccogliere una nuova sfida ancor più impegnativa della precedente. Dopo i successi iniziali, il percorso è in salita e Marchionne dà segni di affanno. Auguriamoci che riesca a guidare Fiat al traguardo. Non ci sono alternative a questo progetto che rappresenta una cartina di tornasole della capacità del Paese di reagire alla crisi.

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