Il ritorno delle nazioni


l’avrà scritto un britannico ma come dargli torto.

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L’austerity imposta ai paesi in crisi con il debito equivale a un’istigazione alla rivolta. Il default della Grecia sarà solo l’inizio di una svolta epocale.

Forse mi sbagliavo. Pensavo che i governi europei avrebbero speso qualunque cifra e imposto qualunque misura di austerity per salvare qualsiasi banca dalla sua sconsideratezza e follia. Tutte le banche erano “troppo grandi per poter fallire”. Nessuno debito era troppo grande da non poter essere garantito. L’Europa era nella morsa delle banche.

Invece adesso l’impossibile sembra diventato inevitabile. Improvvisamente i sapientoni della zona euro si riferiscono al default della Grecia parlando di  “quando” e non più di “se”.  I greci stessi paiono considerare la svalutazione come una sorte meno dolorosa rispetto all’austerity, e probabilmente hanno ragione. La loro uscita dall’euro rappresenterà un grande sconvolgimento, che imporrà la ristrutturazione dei debiti e forse delle valute in tutta la periferia della zona euro e interesserà anche Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. Sarà un evento drastico, ma dato che era stato previsto sin dai tempi di Maastricht nel 1992, difficilmente potrebbe essere considerato irrealizzabile.

A questo punto gli europeisti devono smettere di dire stupidaggini. Alarico non è alle porte di Roma. Napoleone non è tornato dall’Elba. Tutto ciò che può accadere è che le democrazie europee, trascurate, bistrattate e corrotte per un quarto di secolo dagli oligarchi di Bruxelles, escano strisciando dall’ombra dell’Acropoli, loro luogo d’origine. Per tutti gli scettici delle grandi federazioni, delle nobili e ricche associazioni e delle mafie d’alto bordo che hanno finora complottato nei centri benessere, questo potrebbe essere un momento davvero esilarante.

Non c’è nulla di sbagliato in un’area valutaria di entità politiche compatibili. Un’unione però deve riflettere una realtà economica di fondo, deve avere istituzioni politiche che possano mettere in rapporto tra loro legislazione,  tasse,  spese e prestiti da ripagare. L’economista premio Nobel Paul Krugman ha illustrato l’aperto contrasto tra l’area statunitense del dollaro – con il suo governo federale, un’unica lingua e una stessa cultura politica – e la zona euro, che non ha nessuna di queste cose. Secondo Krugman “questo, sin dall’inizio, ha reso discutibili le prospettive della valuta unica europea”. Peggio ancora, tutto ciò si è gonfiato e ingigantito fino a “catturare l’immaginazione delle élite europee”. La valuta unica è diventata il passaporto per un’utopia burocratica, un mezzo per un’unione ancora più gloriosa.

Mi considero un “buon” europeo, ma questo idealismo è andato erodendosi poco alla volta, a ogni ulteriore assunzione da parte di Bruxelles di libertà sottratte ai contribuenti e ai legislatori europei. Da un recente rapporto è risultato che l’Ue ha accidentalmente pagato ai coltivatori greci un miliardo di euro più del dovuto. L’Ue continua a ributtare in acqua più pesci morti di quanti ne tiri su. Si sta ancora costruendo una sede sfarzosa a Bruxelles del costo di 400 milioni di euro. É indecente.

Dato che l’europeismo è una religione più che una politica, i suoi adepti non osano neppure lanciare uno squittio di protesta per queste vergogne. Non è la prima volta nella storia europea che un superstato centralizzato bracca furtivamente il continente con un corteo di acquiescenti acritici, capaci soltanto di perdersi nei dettagli degli stipendi esenti da imposte.

Paradosso tedesco

È doppiamente paradossale che la Germania sia l’unico paese in grado di predisporre assennatamente un bailout. La sua Costituzione fu stilata dagli alleati dopo la guerra per rendere pressoché impossibile che in futuro assumesse la leadership d’Europa. Il governo federale tedesco avrebbe dovuto essere debole, alla mercé degli stati e dell’elettorato. Se, come sembra probabile, gli elettori di Angela Merkel si stuferanno di salvare la Grecia o le banche, questa sarà la sua fine.

La lobby dell’euro sta ora supplicando la Germania di mostrare i muscoli. Fa appello ai tedeschi perché dicano ai greci di tagliare la spesa, licenziare gli operai e privare i politici dei loro privilegi.

Il dopoguerra avrebbe dovuto affrancare i paesi più piccoli d’Europa da simili soprusi, emancipare le loro storie dissimili, le loro culture e le loro identità da secoli di abusi da parte delle grandi potenze. Il simbolo di questa indipendenza è il diritto di decidere ciascuno il proprio regime fiscale, il proprio stato sociale, il valore della propria valuta. Non c’era bisogno dell’euro. Anche negli anni del boom, secondo le stime più ottimistiche l’euro può aver incrementato i commerci del 10-15 per cento, ma adesso il suo salvataggio costerà molto di più.

I pacchetti di austerity imposti oggi ricordano in modo lugubre i risarcimenti imposti alla Germania alla fine della Prima guerra mondiale. Potrebbero anche essere tutti “giusti”, ma l’impoverimento forzoso di greci, portoghesi e italiani per onorare il valore cartaceo dei debiti tedeschi e francesi equivale a un’istigazione alla rivolta. Possibile che a Bruxelles nessuno conosca la storia? È un momento di profonda e autentica svolta per la storia europea quello in cui un Sacro romano impero centralizzato e autoritario, ingrassatosi grazie alle decime dei suoi sudditi, oltrepassa i propri poteri e si trova di fronte a una crisi di legittimità.

L’Europa è palesemente a una svolta. Sta per rivoltarsi contro lo statalismo esclusivo del movimento europeista, con la sua valuta in camicia di forza, i suoi flussi di migranti economici e i suoi controflussi di sussidi, le sue crisi perenni e l’umiliazione dei governi democratici. Stiamo per assistere al ritorno dell’identità nazionale, e non c’è nulla che l’Ue possa fare per fermarla. (traduzione di Anna Bissanti)

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