E se domani l’Italia fosse stanca di te…


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di EUGENIO SCALFARIPER LA seconda volta in quindici giorni queste mie riflessioni sulla situazione politica arrivano ai lettori ad urne aperte per le elezioni amministrative nelle Province e nei Comuni in ballottaggio. 

Si vota oggi e si voterà ancora domani, lunedì. Avremo i risultati domani pomeriggio.

Molti osservatori hanno definito assai negativamente la campagna elettorale.
Hanno usato aggettivi di sconsolato pessimismo: drammatica, aggressiva, confusa, disperante, calcando la mano sul crescente distacco tra la gente e la politica, sull’indifferenza dei giovani, sulle astensioni che aumentano. La sentenza definitiva è stata quella di mettere sullo stesso piano la destra e la sinistra; eguali i difetti, eguale l’impotenza, eguali le responsabilità.

Questo quadro a me sembra completamente sbagliato, costruito su una narrazione di comodo. Gli aggettivi pessimistici si attagliano bene alla coalizione guidata da Berlusconi e da Bossi, ma non ai candidati che la fronteggiano e alle forze politiche che li sostengono. Qui non c’è indifferenza ma passione, non ci sono astensioni di massa ma partecipazione, non vi sono lotte intestine ma compattezza e obiettivi condivisi, non c’è confusione ma lucida diagnosi dei vuoti da colmare e dei vizi da estirpare.
Questo modo di descrivere la situazione non deriva da opinioni soggettive ma poggia su dati di fatto e sarà probabilmente confermato dai risultati dei ballottaggi.

Di Silvio Berlusconi, protagonista per sua scelta della campagna elettorale, si può dire solo questo: nell’ultimo mese ha cercato, ma invano, di identificarsi con il Caimano; negli ultimi giorni ha dato di sé un’immagine patetica: ministeri da spostare a Milano, taglio di tasse, sanatorie di abusivismi edilizi, messa in atto immediata d’un colossale programma di infrastrutture, miracolosi interventi sui “rifiuti” napoletani. Promesse lanciate al vento elettorale già nel 1994, rinnovate nel 2001, ancora nel 2005 e 2006, mai realizzate e neppure avviate.
È regolarmente avvenuto l’esatto contrario: la pressione fiscale è bloccata da dieci anni al 43 per cento e tende ad aumentare, il debito pubblico cresce, le infrastrutture continuano ad essere una presenza fantasmatica, la Confindustria ha certificato nell’assemblea di giovedì scorso che gli investimenti in opere pubbliche sono scesi dai 38 miliardi del 2009 ai 32 del 2010 e ai 27 del 2011; il rapporto investimenti-Pil era del 2,5 per cento tre anni fa ed è oggi dell’1,6 malgrado che nel frattempo anche il Pil si trovi in pessime condizioni.
La riforma fiscale si farà nel 2014 e nessuno sa ancora se alleggerirà tasse e contributi o ne aggraverà il peso. Di certo c’è soltanto che nel frattempo sarà necessaria una manovra che il Tesoro stima di 40 miliardi, la Corte dei Conti 46, l’opposizione 60. I contribuenti sono avvertiti.
Quanto al Sud dire che la finanza dei Comuni e delle Regioni si trovi in pessime acque è una forma morbida per descrivere la realtà. L’evasione merita un discorso a parte: ogni anno gli sforzi meritori della Guardia di Finanza scoprono una ventina di miliardi ma contemporaneamente lo stock complessivo dei tributi e dei contributi evasi non solo non diminuisce ma aumenta: si chiude un buco e se ne apre immediatamente uno nuovo ancora più grande.

Promesse patetiche dunque, alle quali gli elettori non credono più anche perché alle cifre fornite dall’Istat, dalle agenzie di rating, dalla Banca d’Italia e dallo stesso Tesoro, si affiancano le esperienze personali degli italiani; la crisi morde sempre di più, i giovani disoccupati e inoccupati sono ormai una marea, i consumi scendono, gli investimenti sono vicini allo zero, la nostra competitività è agli ultimi posti della graduatoria internazionale.
Il tocco finale l’abbiamo visto nel G8 di venerdì, quando il nostro Caimano azzoppato ha pietito l’attenzione di Obama e la sua solidarietà personale per il fatto d’esser vittima dei giudici di sinistra. Il tutto pochi minuti dopo il discorso del presidente americano che aveva inneggiato ai valori dell’Occidente e alla democrazia fondata sulla divisione dei poteri e l’indipendenza della magistratura.
Obama ha finto di non aver udito, la Merkel e Sarkozy si sono guardati stupefatti e ironici verso una pulcinellata di proporzioni mai viste prima sulla bocca di un capo di governo con il cerone e il parrucchino.
Ezio Mauro ha scritto venerdì che l’ex Caimano deve solo scomparire. Il voto di oggi e di domani può dare un contributo decisivo a questa che ormai non è più soltanto una priorità ma una necessità di decenza nazionale.

* * *

Il Pdl sta attraversando una fase di implosione sempre più evidente e avanzata, ma la Lega non è da meno. Anche lì i colonnelli disputano tra loro sempre più scopertamente; quanto a Bossi, sembra anche lui alquanto confuso. Sul trasferimento dei ministeri da Roma a Milano si è impuntato e non si capisce perché, quale vantaggio rappresenti per la capitale lombarda ospitare due centri del governo nazionale la cui produttività dislocata lontano dalla struttura governativa sarebbe molto più bassa e enormemente più costosa.
L’alternativa indicata dai leghisti è lo sciopero fiscale padano: o arrivano i ministeri o non pagheremo le tasse. Non si tratta d’un cittadino qualunque a dire enormità di questo genere ma del ministro della Repubblica Calderoli. Dovrebbe dimettersi un minuto dopo aver pronunciato quelle parole, e infatti è questo che chiede l’opposizione; ma dovrebbe essere il capo del governo a imporlo. Il quale però dice a sua volta tali altre enormità da aver perso titolo a pretendere alcunché di sensato.
Lo spettacolo è miserevole ed è tipico della fine d’un regno, ma può durare a lungo e sarebbe – questa sì – una tragedia per il Paese. Qualcuno pensa che una crisi di governo indebolirebbe la tenuta dell’economia? E pensa che il protrarsi di questo impudico galleggiamento senza più timoniere né timone sia meglio? Che sia meglio galleggiare sulla “nave dei folli” o sulla “zattera di Medusa” mentre le acque sono sempre più torbide e agitate?
Quali che siano i risultati dei ballottaggi a Milano, a Napoli e in tanti altri centri importanti, una cosa però a me sembra certa: Berlusconi non se ne andrà. Se si dimette sa bene di aver chiuso con la politica e con il potere, perciò resterà tra Chigi e Grazioli aggrappato a quelle poltrone e a quei tendaggi come le dive del cinema muto a Sunset Boulevard.
La maggioranza di Scilipoti lo tiene in vita sotto ricatto. La Lega potrebbe staccargli la spina, ma Bossi non se la sente. Dovrebbe navigare in mare aperto e non ne ha nessuna voglia. È invecchiato anche lui, preferisce restare in darsena. A meno che il popolo leghista non mandi segnali forti e anche dentro la Lega si manifesti un’implosione della quale si avvertono già alcuni segnali. Il voto di Milano ci aiuterà a capire anche questo.
E l’opposizione? Che cosa farà l’opposizione in caso di vittoria dei candidati da lei appoggiati?

* * *

Non credo che l’opposizione reclamerà le dimissioni del governo. Sarebbe comunque una richiesta respinta dai passeggeri della zattera galleggiante.
L’opposizione immagino che chiederà al governo di governare. Non a parole ma con fatti, disegni di legge, proposte concrete sui grandi temi del Paese, economici ma non soltanto.
Questa richiesta tuttavia resterebbe anch’essa generica se l’opposizione non prendesse l’iniziativa d’esser lei a formulare leggi e concrete proposte su quei temi. Possibilmente pochi, ma decisivi: il fisco, i giovani, l’energia, le infrastrutture, l’immigrazione, la legge elettorale. Scopra le sue carte il Partito democratico, verifichi se su questi temi c’è accordo con le altre formazioni riformiste (Vendola, Di Pietro, ecologisti, socialisti, radicali) e con il Terzo Polo. E sfidi la maggioranza.
Probabilmente su questo terreno e su questa sfida la maggioranza si sfalderà. Penso a persone come Pisanu che sono da tempo sulla soglia dell’addio al Pdl; ma anche a molti giovani parlamentari di quel partito per i quali cresce il disagio e la voglia di imboccare un processo politico diverso e più consono alla serietà dei tempi che stiamo vivendo.
Se la maggioranza imploderà, se ne potrà formare un’altra che su quei temi impegni gli ultimi due anni di legislatura, oppure – se questa fosse la scelta delle Camere e del Capo dello Stato – si arriverà alle elezioni anticipate dalle quali la nuova maggioranza può emergere confortata dal voto.
Il referendum del 12 e 13 giugno, specie se la Cassazione manterrà i quesiti riguardanti l’energia nucleare, potrebbe essere un altro segnale che confermi la svolta dei ballottaggi amministrativi.
L’attualità ci propone anche un altro tema di grande rilievo: la crisi dei debiti sovrani, l’euro, la successione a Draghi nella Banca d’Italia. Ne parleremo subito dopo la relazione che il governatore leggerà all’assemblea dell’Istituto la mattina del prossimo 31 maggio.

(29 maggio 2011)

 

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