Un nuovo Iran per un nuovo Medio Oriente


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di Pejman Abdolmohammadi e Karim Mezran
La primavera araba finora non ha investito Teheran direttamente, ma le sta dando un nuovo ruolo strategico nella regione. Il riavvicinamento con l’Egitto. L’Occidente dovrebbe appoggiare Ahmadinejad più che Khamenei.

Limes 1/2011 “Il grande tsunami”
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(Carta di Laura Canali tratta da Limes 1/11 “Il grande tsunami” – clicca sulla carta per ingrandirla)

La crisi politica nordafricana e mediorientale degli ultimi mesi ha distolto l’attenzione internazionale dall’Iran, inducendo gli analisti a concentrarsi soprattutto su quanto accade nei paesi arabi della regione. Sebbene l’Iran non sia coinvolto direttamente nei cambiamenti e nei tumulti, sta acquisendo rapidamente un nuovo ruolo strategico all’interno dello scacchiere mediorientale. Sono almeno due i fronti sui quali la Repubblica islamica punta a rafforzare la propria presenza sul piano geopolitico: il Golfo persico e il levante mediorientale.

Per quanto riguarda il primo, avendo l’onda d’urto delle rivolte nordafricane raggiunto anche Stati arabi quali il Bahrain, il Kuwait e l’Arabia Saudita, si è creata l’occasione storica per l’Iran di esercitare la propria influenza tra i dissidenti sciiti di questi paesi, aumentandone così l’instabilità politica. L’avversità tra Teheran e i paesi arabi del Golfo ha infatti origini storiche: da un lato, è sempre presente l’antagonismo identitario tra arabi e persiani; dall’altro, resta forte la rivalità tra sunniti e sciiti, i primi al potere in tutte le monarchie arabe del Golfo persico, i secondi al potere nella repubblica islamica dell’Iran.

Nelle ultime settimane le relazioni diplomatiche tra l’Iran e questi Stati si sono incrinate. Le autorità governative di Arabia Saudita, Kuwait e Qatar hanno criticato con toni piuttosto accesi, accusandola di ingerenza negli affari interni di un altro Stato, il regime di Teheran. Questo aveva manifestato il proprio sostegno nei confronti degli sciiti insorti contro la monarchia del Bahrein.


Anche l’Iran nelle ultime settimane ha usato toni abbastanza duri nei confronti dei paesi arabi del Golfo, in particolar modo l’Arabia Saudita, criticandone l’intervento militare sul territorio del Bahrein contro l’opposizione locale. Pertanto il clima politico nell’area diventa sempre più teso.


Su entrambi i versanti assistiamo a manifestazioni di ostilità reciproche: uno degli sermoni del venerdì a Teheran è stato l’occasione per udire slogan contro le dinastie monarchiche in Bahrein e Arabia Saudita, mentre manifestanti radunatisi davanti all’ambasciata del Regno a Teheran hanno lanciato invettive contro il governo di Manama e quello di Riyad. Parimenti Kuwait e Bahrein hanno minacciato l’Iran di congelare i rapporti diplomatici, espellendo alcuni funzionari del suo corpo diplomatico dai loro paesi.


Per quanto invece concerne il levante mediorientale, la caduta di Mubarak ha aperto all’Iran una nuova possibilità per ritrovare uno spazio da protagonista. Per Teheran infatti è l’occasione, dopo oltre trent’anni di assenza di rapporti diplomatici, di stringere una nuova alleanza strategica con il Cairo. Le relazioni tra i due paesi si sono incrinate a partire dalla rivoluzione islamica del 1979 in Iran, quando l’allora presidente egiziano Anwar Sadat concesse l’asilo politico allo Shah di Persia Mohammad Reza Pahlavi. L’avvicinamento dell’Egitto di Hosni Mubarak allo Stato d’Israele ha ulteriormente allontanato i due paesi mediorientali. Con un’operazione altamente simbolica l’Iran, con il consenso del leader della Rivoluzione, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, dedicò negli anni Ottanta una delle strade principali della capitale a ‘Khaled Eslamboli’, l’organizzatore dell’attentato terroristico nel quale fu ucciso il presidente Sadat, suscitando la contrarietà delle autorità egiziane.


La politica estera iraniana sembra quindi avviarsi verso una svolta epocale. Infatti, a partire dalla rivolta egiziana dello scorso 25 gennaio e dalla caduta di Mubarak, le autorità iraniane hanno manifestato interesse per una ripresa di dialogo con il Cairo. Nelle ultime settimane, sia il ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, sia il suo omologo egiziano, Nabil al-Arabi, hanno ufficialmente espresso la volontà dei due governi di riprendere i rapporti diplomatici. La stessa commissione parlamentare iraniana per gli Affari esteri ha speso parole favorevoli in tal senso. Lo scorso 11 aprile, infine, il governo di Teheran ha inviato il proprio rappresentante presso le Nazioni Unite in missione al Cairo.

Il nuovo ruolo dell’Iran nel Medio Oriente e la sua linea politica estera sono direttamente collegati alla sempre più evidente spaccatura interna al vertice della repubblica islamica. Ormai da più di otto mesi è diventato sempre più evidente come lo scenario politico iraniano sia diviso internamente in due fronti tra loro antagonisti: quello religioso ultraconservatore, vicino alla Guida Suprema l’ayatollah Ali Khamenei, e quello nazional-popolare, vicino al presidente Mahmoud Ahmadinejad. Si tratta di uno scontro interno sempre più forte che influenza anche in modo indiretto la politica estera. Entrambi i contendenti hanno interesse a rendere l’Iran uno dei soggetti protagonisti sul piano strategico del nuovo Medio Oriente.


Tuttavia gli scopi delle due fazioni sul piano della politica estera sembrano nettamente divergenti. I khameneisti, composti prevalentemente dal clero ultraconservatore e dai vertici dei pasdaran e dei basij, vogliono intensificare il proprio sostegno agli oppositori interni delle monarchie arabe, al fine di accrescere la tensione interna in quei paesi allo scopo di rendere più forte e stabile un fronte politico-ideologico di matrice sciita nella regione. Questo fronte infatti vorrebbe da un lato rafforzare il cosiddetto triangolo sciita composto da Iran, Iraq e Libano (Hezbollah), e dall’altro creare nuove aree di potere sciita di supporto al triangolo stesso. Aree che potrebbero essere potenzialmente presenti nei paesi arabi del Golfo e nello Yemen.

Invece, sul fronte del Golfo persico, la fazione di Ahmadinejad – sostenuta da una emergente classe dirigente laico-nazionalista guidata dal braccio destro del presidente, Esfandiar Rahim-Mashai e da un’alleanza strategica tra i cosiddetti ‘general-managers’ (gli ex generali entrati nel business e nella vita economica del paese) – ha mantenuto una posizione moderata, cercando di evitare ogni scontro con gli Stati vicini. L’interesse di questo fronte non è quello di strumentalizzare il conflitto tra sciiti e sunniti e alimentare tensioni politiche nella regione ma quello di rendere sempre più forte il nazionalismo persiano in chiave anti-araba, mantenendo però la stabilità nell’area.

Sul fronte egiziano i khameneisti sono propensi a riprendere i rapporti diplomatici, puntando però soprattutto a un’alleanza con i Fratelli musulmani e con tutta quella fazione ideologico-islamica che potrebbe avere un ruolo dirigenziale nell’Egitto post-Mubarak; gli ahmadinejadiani invece, pur intendendo coltivare alleanze con il Cairo, vedrebbero come interlocutore ideale non tanto le componenti islamiste quanto la nuova classe dirigente militare, portatrice di una visione più laica e nazionalista, in sintonia con quella dei ‘general-managers’.


Questa linea politica è duramente contrastata dal fronte khameneista. Lo scontro interno negli ultimi mesi tra la Guida Suprema e il presidente ne costituisce una piena testimonianza. L’esito di tale scontro sarà di considerevole importanza non solo per il futuro dell’Iran, ma, come si è cercato di evidenziare, anche per il destino di tutta la regione. Se dovesse prevalere il fronte khameneista la politica estera iraniana sarebbe tesa al rafforzamento del ‘triangolo sciita’, promuovendo soprattutto l’emergere di nuove realtà sciite nei paesi arabi del Golfo persico. Qualora invece dovesse vincere l’ala Ahmadinejad-Mashai si affermerebbe una politica propensa a promuovere alleanze con le forze laico-nazionaliste di paesi quali l’Egitto, la Giordania e il Libano.

In quest’ultimo caso, un’inedita alleanza tra Iran ed Egitto – entrambi con un’impronta più laica e nazionalista – con il concorso della Giordania e di un Libano lontano da Hezbollah e pro-Hariri, potrebbe dare vita ad un nuovo blocco mediorientale, in grado di traghettare l’intera regione verso un mutamento epocale all’insegna di una linea più laica e riformista.


Se questa chiave di lettura è come crediamo quella più corretta, le implicazioni per la politica estera dei paesi occidentali sarebbero importantissime. In apparenza, fino ad oggi, l’opinione pubblica dei paesi democratici ha percepito il fronte khameinista come quello più moderato e tendente alla ricerca di un rapporto meno bellicoso con l’Occidente, valutando invece le idiosincrasie di Ahmadinejad e i suoi atteggiamenti estremisti e anti-semiti come più pericolosi e potenzialmente distruttivi.


La realtà sembra essere completamente diversa. Infatti, osservando le dinamiche interne all’Iran, appare subito evidente che l’ala facente capo al presidente è quella che l’Occidente dovrebbe, nei limiti del possibile, favorire e con la quale dovrebbe cercare un dialogo. Quella fazione, nell’ambito degli scontri interni per il potere, ha interesse a stabilire una serie di relazioni positive con i paesi arabi per aumentare il consenso interno e mostrare finalmente il nuovo status di potenza regionale raggiunto dall’Iran.

(26/05/2011)

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