Cosa non sappiamo sul nucleare


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di Giorgia Fletcher 

Che cosa non sappiamo, sul disastro nucleare di Fukushima Daiichi? La settimana scorsa rappresentanti della Tokyo Electric Power Company (Tepco), l’azienda proprietaria della centrale atomica danneggiata dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo scorso, ha ammesso che il reattore numero 1 è in stato di meltdown: cioè parte delle barre di combustibile si sono fuse e sono cadute sul fondo della cella di contenimento del reattore (aprendo buchi da cui sta uscendo l’acqua usata per cercare di raffreddare il reattore). Di probabile meltdown si era già parlato: ora anche Tepco riconosce. Ma è solo l’ultima di una serie di ammissioni tardive.
Il disastro di Fukushima, tra le altre cose, ha messo in luce il problema della segretezza su ciò che riguarda l’industria nucleare e la sua sicurezza – e non certo solo in Giappone, perché la predilezione per il silenzio caratterizza l’industria nucleare un po’ ovunque. Ma restiamo ora al Giappone, paese che negli anni ’70 ha pianificato di fare del nucleare l’elemento chiave della sua politica energetica, tanto che all’11 marzo scorso aveva ben 54 reattori atomici attivi in 18 impianti. E in linea con questa scelta finora ha sistematicamente messo da parte ogni possibile dubbio sulla sicurezza di quei reattori atomici nel paese a più alto rischio sismico al mondo: le voci critiche sono rimaste finora minoranza inascoltata.
Ora riemergono vecchie denunce ignorate, vecchie bugie (la stessa Tepco era stata in passato costretta ad ammettere di aver nascosto o addirittura falsificato informazioni sulla sicurezza dei suoi impianti). Prendiamo il caso della centrale di Hamaoka, inaugurata nel 1976 presso la città di Omaezaki, quasi 200 chilometri a sud di Tokyo. La scorsa settimana il primo ministro Naoto Kan ha ordinato all’azienda proprietaria, Chubu Electric Power Company, di fermare i due reattori attivi a Hamaoka per rivedere le misure di difesa in caso di terremoti e tsunami. Meglio tardi che mai? Già una decina d’anni fa un gruppo di cittadini abitanti della zona aveva presentato una causa legale, chiedendo di fermare la centrale di Hamaoka che definivano la più pericolosa del paese (ne riferiva il New York Times giorni fa in un documentato articolo). A sostegno della propria causa avevano portato la ricerca di un illustre sismologo, Katsuhiko Ishibashi, ora professore emerito all’Università di Kobe, che mostrava come l’impianto fosse proprio su una zona sismica attiva dove si incontrano due placche tettoniche: quella ricerca risaliva al 1976, quando la centrale è entrata in funzione, ma era stata ignorata. In seguito la valutazione del sismologo è stata confermata, e l’anno scorso gli esperti del governo hanno addirittura stimato al 90% la probabilità di un terremoto di magnitudo 8.0 in quella zona nei prossimi 30 anni.
A sostegno della querela c’erano studi e previsioni dettagliate: con un terremoto di quelle dimensioni la centrale non avrebbe retto l’impatto, il sistema elettrico sarebbe collassato e così anche i generatori di riserva, ciò avrebbe messo fuori uso il sistema di raffreddamento provocando fino alla fusione del nocciolo del reattore, mandando grandi dosi di radiazioni in aria e nel mare e costringendo decine di migliaia di abitanti della zona circostante a fuggire. Erano previsioni davvero accurate, e si sono avverate quasi alla lettera: a Fukushima Daiichi, con il terremoto dell’11 marzo. E’ questo che fa impressione. In tribunale né la ricerca del sismologo né altri studi hanno avuto grande ascolto: nel 2007 gli abitanti di Omaezaki hanno perso la loro causa e il gestore della centrale di Hamaoka ha evitato una enorme spesa per adeguare le misure antisismiche. Certo, se non avesse trionfato la «cultura della collusione con l’industria nucleare» e fossero stati adeguati gli standard di sicurezza, dicono querelanti, il disastro di Fukushima si sarebbe evitato. Ma forse il terremoto avrà scosso anche quella «cultura della collusione».

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