Inchiesta: perché il Paese non cresce 2 / Senza investire in ricerca si resta nani


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Senza investire in ricerca si resta naniNon c’è serie storica che non mostri quanto l’Italia sia rimasta indietro, in fatto di crescita, negli ultimi dieci anni, anche rispetto agli altri paesi sviluppati dell’area euro. Ci sono buone ragioni per spiegarlo. Essendo un paese essenzialmente manifatturiero e abituato alle svalutazioni competitive, l’ingresso nella moneta unica ha traumatizzato temporaneamente i nostri esportatori.

Proprio quando molti di essi stavano adeguandosi alla nuova realtà competitiva, innalzando il valore intrinseco dei prodotti, investendo in tecnologia e ricerca, costruendo presenze stabili all’estero, come dimostrano i dati di commercio estero a partire dal 2005, è arrivata la crisi mondiale che ha messo in seria difficoltà queste iniziative. Tuttavia il divario rimane grande, ad esempio rispetto alla Germania, sia se si osserva la capacità di crescita prima della crisi, sia e soprattutto se si considera la capacità di reazione nella fase di risalita. Le cause sono sicuramente molteplici, ma vorrei concentrare l’attenzione in particolare su una di esse: la struttura dimensionale del nostro sistema produttivo.

 

In Italia nell’industria in senso stretto più dei tre quarti degli addetti sono occupati in imprese con meno di 250 dipendenti. Una situazione simile si ha negli “Altri servizi”, in larga parte finanziari, ma se si passa al settore del commercio, dei trasporti e degli alberghi il limite dei tre quarti lo si raggiunge intorno ai 50 dipendenti e nelle costruzioni si scende sotto i 20. Sono, anche questi, macrosettori portanti di un’economia avanzata e in particolare della nostra: in essi il sottodimensionamento delle imprese provoca gravi inefficienze, ad esempio nella logistica, o mortifica la capacità di attrazione nel settore alberghiero.

Per rimanere al solo settore manifatturiero, in base ai dati Istat (2008) passando dalla classe dimensionale 20-49 addetti a quella 50-249 si osserva un guadagno di produttività, in termini di valore aggiunto per addetto, del 30 per cento. È allora evidente che una differente distribuzione dimensionale delle imprese è di per sé sufficiente, a parità di condizioni, a determinare un divario di produttività del sistema. Purtroppo la distribuzione dimensionale delle imprese manifatturiere italiane è molto più sfavorevole se paragonata a quella francese o a quella tedesca. In Italia abbiamo un’impresa manifatturiera con più di 250 addetti ogni 337 imprese al di sotto dei 20; in Francia il rapporto è di una ogni 119; in Germania una ogni 39.

La dimensione d’impresa è positivamente correlata, oltre che alla produttività, alla percentuale di fatturato esportato, come appare dalla tabella. Molti studi econometrici registrano la connessione positiva tra produttività e capacità esportativa: è ovvio che chi è più efficiente esporta più facilmente, ma molte evidenze sembrano suggerire che è vero anche l’inverso, ossia che il fatto di esportare aiuta a diventare più efficienti. Comunque le due cose vanno insieme e si rafforzano vicendevolmente. Così come è correlata alla dimensione la capacità d’investire in ricerca e sviluppo, sempre più decisiva per la conquista di nuovi mercati. Ebbene, nel 2008 le imprese italiane hanno effettuato investimenti in R&S per 9.453 milioni, pari al 50,9% della spessa totale del paese e pari allo 0,6% del Pil. Nello stesso anno le imprese tedesche hanno investito in R&S 45.822 milioni, pari al 69,8% della spesa nazionale e all’1,84% del Pil; quelle francesi hanno investito 24.837 milioni, pari al 63,0% della spesa nazionale in R&S e all’1,27% del Pil.

In conclusione, la ricerca italiana è quantitativamente limitata, ma è anche sostenuta in misura maggiore da fondi pubblici, quindi presumibilmente meno vicina a prodotti vendibili che non quella effettuata dalle imprese.
Ma perché la distribuzione dimensionale delle nostre imprese si addensa verso il basso, rispetto a quella di paesi così vicini e simili a noi? Una risposta tradizionale è che essa ben si accompagna alla specializzazione del paese. Nel 2009 le esportazioni italiane hanno rappresentato il 3,5% delle esportazioni mondiali, ma in alcuni settori, nei quali siamo specializzati, abbiamo ottenuto quote molto più alte: quasi il 29% nei materiali da costruzione in terracotta, il 17% nelle pietre da costruzione tagliate, il 15,5% nei prodotti da forno e farinacei, il 14% nei prodotti in pelle e cuoio, il 13% nei contenitori in metallo, l’11% nelle calzature, nonché quote intorno al 10% in prodotti quali tubi e cavi in acciaio, mobili, bevande. Si osserva che in quasi tutti questi settori le economie di scala possibili sono limitate e che quindi, per un paese con queste specializzazioni, è naturale e appropriata una distribuzione dimensionale compressa verso il basso.

Osservo in primo luogo che l’assunto non è del tutto vero. In diversi dei settori elencati esistono imprese di grandissime dimensioni, da Ikea a Nestlé, da Coca Cola a Ferrero e Barilla. In secondo luogo, credo che la relazione logica vada rovesciata: non è che le imprese italiane sono piccole perché il paese è specializzato in certe industrie, è, al contrario, che quella specializzazione è il prodotto di una distribuzione dimensionale che ci tiene ai margini dei settori industriali a forti economie di scala. Tra i quali, tuttavia, si annoverano tutti i settori a forte crescita, quelli che ogni anno assorbono una quota crescente del potere d’acquisto dei consumatori mondiali: quelli basati sulle nuove tecnologie, quelli che spingono l’espansione di paesi come Corea del Sud, Taiwan, Singapore e così via. Ma non va dimenticato che anche i maggiori tra i paesi in rapida crescita, Cina, India e Brasile, sono largamente presenti nei settori a forti economie di scala, anche con crescenti contenuti tecnologici. Finché non saremo in grado di modificare la nostra specializzazione, non potremo che crescere di meno degli altri. Ma per farlo dovremo superare l’anomalia nella distribuzione dimensionale delle imprese.

Non credo che gli imprenditori e i manager italiani non sappiano gestire imprese grandi, né che la struttura proprietaria ereditata dal passato costituisca un ostacolo insormontabile verso la costruzione di campioni di livello mondiale. Non lo credo perché vi sono imprese e gruppi italiani che sanno gestire quelle espansioni e quelle dimensioni crescendo sui mercati internazionali.

La grande scommessa deve essere quella di aprire analoghe possibilità di crescita dimensionale anche dentro i nostri confini, costruendo posti di lavoro che riescano a coniugare salari e condizioni di lavoro di tipo europeo ed elevata produttività. La formula possibile è quella tedesca: intensità tecnologica, capitale umano di qualità, scrematura delle funzioni da non delocalizzare, massimizzazione delle economie esterne (la rete dei fornitori, tradizionale punto di forza della nostra industria), intenso sfruttamento degli impianti. Se sapremo imboccare questa strada, e l’affiancheremo con i necessari appoggi, per esempio in campo infrastrutturale, potremo tornare a crescere come Paese ai ritmi che alcune nostre imprese stanno conseguendo nei mercati internazionali.

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