Scalfari, innamorato dell’amore


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L’eros. Il desiderio. Gli istinti. La ragione. E’ il nuovo libro del fondatore di ‘Repubblica’. Che in questa intervista parla della sua vita. Senza censure

(06 maggio 2011)

Eugenio ScalfariEugenio ScalfariL’eros come pulsione di vita e l’amore come forza primaria che spinge gli umani ad agire sono al centro del nuovo libro “Scuote l’anima mia Eros” (una citazione della poetessa Saffo) che Eugenio Scalfari ha scritto, e che Einaudi manda in libreria.

E in questa intervista l’intellettuale, il pensatore, il fondatore di giornali, oltre a riflettere sull’intreccio tra questi e i temi generali: il Bene e il Male, la psiche e la mente, l’istinto e il raziocinio, regala un pezzo finora non esposto al pubblico della propria biografia. Racconta della sua infanzia e dei suoi complicati amori da adulto. Ma vuole partire, Scalfari, da un altro testo: «Sto seguendo in questi giorni la discussione sul libro del sociologo Franco Cassano “L’umiltà del male”(Laterza), di cui il direttore del “Foglio”si è in qualche modo impadronito. Cassano riflette sul Bene e sul Male citando tre esempi. Il primo è il “Grande inquisitore” di Dostoevskij (le masse non sono all’altezza di capire gli esempi di virtù). Il secondo, “I sommersi e i salvati”di Primo Levi (il Male pervade il Bene). Il terzo è il dibattito, sempre sullo stesso tema, tra Theodor Adorno e Arnold Gehlen. La tesi di Gehlen è: lasciamo perdere le lezioni morali, perché una società possa vivere e funzionare occorrono invece istituzioni in grado di controllare gli istinti trasgressivi».

La forza degli istinti e il potere della trasgressione è uno dei temi del suo libro. «Parto da Freud, ma ne rovescio la logica. Per Freud è il super-io l’istituzione che controlla gli istinti e rende così possibile la vita sociale. E’ il super-io che tiene a freno la nostra propensione naturale a trasgredire. Io invece sostengo che la socievolezza è essa stessa un istinto; noi umani non siamo una specie di solitari, siamo una specie socievole. E il super-io non è altro che l’istinto di sopravvivenza della specie: ossia l’amore per gli altri».

Se è l’amore a guidarci, vuol dire che la vita è governata da Eros?
«Esatto. L’essere è colorato da Eros. L’eros sono amori: amore di sé e amore degli altri».

E il sentimento?
«Il sentimento è la forma che assumono gli istinti quando si presentano alla mente, al raziocinio. Il sentimento rende intellegibile il desiderio».

Nella sua vita quanto ha contato il desiderio, l’eros?
«Un bel po’. L’ho raccontato, in un modo non personale nel mio precedente, “Per l’alto mare aperto”. Chiedo a Diderot quale è il suo rapporto con l’amore. Lui cerca di evadere. Dice che l’amore è quando ci innamoriamo di una cosa, e allora lui di amori ne ha avuti tanti: il progetto dell’enciclopedia, Jacques il fatalista. Insisto e gli chiedo se si è innamorato delle donne. Di molte donne, risponde, perché, la ripetitività non va d’accordo con l’amore. Alla fine dice: mi sono innamorato dell’amore. Ecco, anch’io sono innamorato dell’amore».

Tradotto. Lei si è innamorato della vita e della sorpresa che c’è nella vita. Eppure in questo libro si misura con la morte.
«Noi sbagliamo a raccontare le nostre vite a partire dalla nascita. Invece il vero modo di narrare una vita è partire dalla morte e concludere con la nascita. Perché la vita non è altro che una serie di esorcismi per ingannare la morte. Il fatto che alcuni di noi scrivano dei libri o conquistino le Gallie è un modo per dire alla morte: non mi avrai, perché rimane la memoria».

Lei quindi ha scritto questo libro per cristallizzare un momento, perché noi, i suoi lettori ci ricordassimo di lei tra dieci o vent’anni?
«Sì. Ricorda il mio romanzo “La ruga sulla fronte”? Lo volevo titolare “Vero è ben, Pindemonte!”: una citazione dei “Sepolcri” di Foscolo. Lui sapeva che la memoria sono le opere di ciascuno di noi».

Nel suo libro parla molto di Italo Calvino.
«E’ un’amicizia primaria. Eravamo compagni di banco al liceo di Sanremo. Giocavamo insieme a biliardo. Corteggiavamo insieme le ragazze. Una volta, credo fosse l’unica, andammo insieme al bordello (io avevo 17 anni). Per un periodo abbiamo condiviso tutto. Anche le guerre contro le altre bande, in particolare contro quella dei ragazzi dell’Istituto tecnico. Erano battaglie svolte nel mare. Corpi contro corpi. Italo spesso ci guardava seduto sulla boa. Loro erano più forti».

Erano più muscolosi, avevano successo con le ragazze a differenza di voi, liceali?
«Alle ragazze piacciono anche uomini intelligenti. A proposito, insieme con Italo abbiamo scoperto Atena: la mente. Nel settembre ’43 ci separammo: lui andò in montagna, diventò comunista. Io mi nascosi in Vaticano. Tornammo dalla guerra uomini differenti. Ma ci accomunava, fino alla fine, l’idea della vita come una specie di viaggio».

Un viaggio iniziatico, come il suo libro. In cui parla del suo rapporto con il cardinal Martini. Un’ipotesi: lei e Martini condividete l’idea, comune agli atei e a monoteisti veri, della solitudine dell’uomo davanti all’Assoluto.
«No. Io sono un relativista».

Però, quando parla di Chopin e della musica descrive l’assoluto.
«Forse perché la musica è un linguaggio universale, non mediato dalle parole. Parlo di Chopin per parlare della malinconia. Che si esprime attraverso i semitoni: momenti musicali di esitazione».

Nel suo libro distingue tra malinconia e nostalgia. Dice che la malinconia è il rimpianto per qualcosa che non c’è stato. C’è qualcosa a cui ha rinunciato e che rimpiange?
«No. La mia vita si conclude, e io posso dire che ho impiegato tutte le valenze, tutti i talenti che ho avuto. Ho cominciato a fare il professionista in un giornale che ho fondato con Arrigo Benedetti, “L’Espresso”. Ho fondato un altro giornale, “la Repubblica”. Ho realizzato quello che volevo. Il direttore del giornale si occupa di tutto: filosofia, letteratura, la fontanella del quartiere, guerra. E in più per anni sono stato il comproprietario dei giornali che dirigevo».

Eppure dice che il potere è triste.
«Perché è solitario. Pensi ad Andreotti».

E allora perché lei non soffre di solitudine?
«Ne è sicuro? E allora le racconto la storia. Sono figlio unico. E ho conosciuto la tristezza del figlio unico. Di solito il figlio unico vive in una tenda di cui è insieme ai genitori il solo abitante. Per me era diverso. Avevo paura che mio padre se ne andasse: era un libertino e un giocatore, un “marito visitante” per citare Levi Strauss. Da quando avevo cinque anni percepivo, inconsciamente, la minaccia dell’abbandono. E siccome non avevo fratelli né sorelle, capivo che a tenere unita la famiglia ero io. Il triangolo della famiglia era questo: i due genitori in cima, alla base il figlio. Però era un triangolo imperfetto, perché nulla vietava che uno dei due se ne andasse. E allora, inconsapevolmente, l’ ho capovolto: sono diventato il padre dei miei genitori. Ho agito per fare in modo che i miei comportamenti fossero tali che ognuno di loro se ne riconoscesse. Questo ha instillato in me quel sentimento che è stato poi il mio modo di amare le persone: il sentimento di paternità. Ecco l’assoluto, di cui lei parlava. Il potere del padre»

Secondo Lacan è il padre che dà il nome.
«Ho sempre avuto due amori paralleli. Uno per mia moglie, l’altro per quella che per 43 anni è stata la mia compagna e che ho poi sposato. L’amore per mia moglie non ha subito la minima alterazione da questo rapporto. Erano due parallele. Nessuna delle due era subordinata all’altra. Sapevano l’una dell’altra. Nei primi anni, tentarono ambedue di abolire uno degli angoli di questo triangolo. E ci provai anch’io. Provavo a stare con una sola delle mie due donne. Ma era come se tentassi di tagliarmi una gamba, un braccio e metà del cervello. Il sentimento prevalente era il rimpianto per quella con cui non stavo. Ho provato più volte a risolvere questa contraddizione. Alla fine capii e dissi a me e a loro: è normale che il figlio abbandoni il padre, ma il padre non può abbandonare i figli. Ancora una volta un triangolo in cui io mi assumevo il ruolo che spetta al padre. E così in piena coscienza ho vissuto la fatica della bigamia. Sapendo la fatica, ben maggiore, che si sono assunte le mie compagne».

In conclusione. In tutto quello che lei dice e scrive emerge la consapevolezza di quanto la modernità ci abbia portato alla catastrofe: l’autonomia dell’io. Ma lei, pur essendone cosciente, ne trae il lato buono, di leggerezza e dell’ottimismo

«Io penso che non esista il bene e il male. Esiste la vita di una specie che si svolge nel quadro di un universo abitato da miliardi di altre specie, organiche e non organiche. Ma la nostra specie, pensante e desiderante, ha tanti attributi. Questi attributi da cosa derivano? Da miliardi di cellule e dall’infinità di liquidi e di vuoto (gli atomi sono divisi dal vuoto). E non c’è principio né fine. Io non progetto il futuro che consola. Io concepisco il futuro nei limiti di ciò che la mente mi consente. Oltre quei limiti non c’è nulla».

Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere?
«Sta citando Wittgenstein. E’ uno degli esempi di quanto la modernità sia contraddittoria: qualche volta sono d’accordo pure con me stesso. Il presente transita con la velocità della luce, io so che c’è il futuro, lo progetto per quanto riguarda la ragion pratica. Il sentimento invece è solo un segmento. E se mi chiede qual è il senso ultimo della vita, rispondo che il senso ultimo non c’è».

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