Tatanka scatenato


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Esce domani il film sul pugile di Marcianise Clemente Russo, ispirato a una serie di articoli dello scrittore di ‘Gomorra’. Il primo dei quali apparve sul nostro settimanale nell’agosto del 2008. Lo ripubblichiamo integralmente(05 maggio 2011) Non c’è impresa migliore che quella realizzata con le proprie mani. E i pugili concordano con questa frase di Omero. La boxe è rabbia disciplinata, forza strutturata, sudore organizzato, sfida di testa e muscoli. Sul ring o fai di tutto per restare in piedi oppure dai fondo alle tue energie e metti in conto di andare giù. In ogni caso combatti, uno contro uno. Non ci sono altre possibilità e nessun’altra mediazione.

Ci saranno due campioni nella nazionale azzurra alle prossime Olimpiadi: Clemente Russo, 91 kg, peso massimo, e Domenico Valentino, 60 kg, peso leggero. Ventisei e ventiquattro anni. Campione del mondo il primo, vicecampione il secondo. Tutti e due poliziotti. Pugili che gli avversari cinesi studiano da anni in previsione degli incontri di Pechino. Russo e Valentino sono entrambi di Marcianise, la tana dove si allevano i cuccioli della boxe. Quando crescono, vanno nella Polizia o nell’Esercito e infine dritto alle Olimpiadi.

Marcianise, paesone di quarantamila abitanti, è una delle capitali mondiali del pugilato, senza dubbio la capitale italiana. Ci sono tre palestre gratuite dove i ragazzi di tutto il Casertano vanno a tirare al sacco. Esiste una ragione perché Marcianise sia il vivaio storico dei pugili in Italia. Proprio qui gli americani stanziati in Campania chiamavano come sparring partner i carpentieri e bufalari della zona che si misuravano con i marines per un paio di dollari. E dopo esser riusciti a batterne parecchi, continuarono a combattere e misero su palestre e cominciarono a insegnare ai ragazzi del posto.

Uno dei coach che ha reso gloriosa la palestra Excelsior di Marcianise è Mimmo Brillantino. Una sorta di sacrestano del pugilato, allenatore di campioni europei, olimpici, mondiali. Li individua da bambini, li annusa, li segue, li guarda nell’anima. E poi li cresce, metà domatore di tigri metà fratello maggiore. Ogni mattina, Mimmo Brillantino si presentava all’alba sotto casa di Clemente Russo per svegliarlo. Ore 6.00: corsa. Fino alle 8.30, quando cominciava la scuola. Finita quella, andava a prenderlo: pranzo, compiti e poi di nuovo allenamento. Col sole in maniche corte, sotto la pioggia col cappuccio. Ci si allena sempre, con costanza.

Poco prima della partenza per le Olimpiadi, incontro Clemente Russo e Domenico Valentino nel centro polisportivo della Polizia di Stato dove si allenano tutti i poliziotti impegnati in ogni disciplina. Dal grande judoca Pino Maddaloni alla campionessa di scherma Valentina Vezzali, sono tutti nelle Fiamme Oro. Clemente Russo qui lo chiamano Tatanka, parola con cui i Lakhota Sioux indicano il bisonte maschio. Il nome glielo mise uno dei suoi maestri dopo aver visto ‘Balla coi lupi’. Cercando di comunicare con il suo nuovo amico Uccello Scalciante, il tenente John Dunbar si mette carponi, due dita sulla testa per rappresentare le corna di un bisonte. Il capo tribù capisce e dice ‘tatanka’, Dunbar annuisce e ripete.

Clemente Russo si è guadagnato quel sopranome perché sul ring a volte si dimentica di essere un pugile. Abbassa la testa, naso all’altezza del petto, occhi tirati su, fronte bassa e giù a picchiare. Bisogna urlarglielo dall’angolo che è uno sportivo, non un picchiatore. Ma come dice Giulio Coletta dello staff azzurro: “Se combatti così e non butti giù subito il tuo avversario, quello ti frega, perché tu perdi tutte le tue energie e poi non hai più fiato per difenderti né concentrazione. E poi crolli. Come un bisonte dopo aver caricato”.

Tatanka ha un tatuaggio sul costato. Un bisonte americano in corsa, ma che sulle zampe anteriori calza i guantoni. Clemente mi racconta che entrò in palestra “perché ero chiatto! E non ne potevo più di stare sempre fuori dai bar”. Oggi il maggior pregio di Clemente Russo è la visione d’insieme. Sembra avere in testa dal primo all’ultimo minuto cosa deve fare. E poi è potente, ma non lo considera la sua qualità migliore: “La forza è l’ultima cosa. La prima è la mente. E’ centrale, Robbè”. I veri pugili non nascono come attaccabrighe, anzi spesso si va in palestra per sviluppare aggressività e solo poi per dominarla. “Prima cosa: non bisogna prenderle. Poi la seconda è darle”. Su questo Clemente e Domenico si esprimono in coro.

La palestra che li ha sfornati, la Excelsior, ha festeggiato vent’anni di attività, di cui dieci in cima alla classifica riservata alle società pugilistiche. Ma a differenza di quanto accade per altri sport, gli allenatori che li seguono con una passione da missionari guadagnano quattro soldi, giusto il necessario per sopravvivere. Eppure passano le giornate in palestra a costruire pugili. A conteggiare le flessioni, a insegnargli a bucare il sacco, a saltare la corda, a correre, a resistere. “E a essere uomini” aggiunge Claudio De Camillis, poliziotto, arbitro internazionale e capo del settore Fiamme Oro, che li ha visti tutti.

“Ci chiamano da Marcianise, ce li segnalano quando sono pischelli. Arriva la telefonata di Brillantino o del coach Angelo Musone, o Clemente de Cesare, Salvatore Bizzarro, e Raffaele Munno, i ‘templari’ della boxe. Noi li prendiamo perché loro ci segnalano anche la testa di questi ragazzi, la provenienza, la serietà”. La Polizia li arruola e ci crede. Senza le Fiamme Oro non esisterebbe il pugilato dilettantistico. Quindi non esisterebbe più la boxe in Italia.

Ormai gli sponsor non ci investono più e l’unica possibilità sarebbe andare in Germania, paese che attira le scuole più temute della boxe contemporanea, i pugili dell’est. Russi, ucraini, kazaki, uzbeki, bielorussi. I nuovi combattenti affamati. I gladiatori che hanno rilanciato l’attenzione mondiale verso il pugilato e rendono oggi la Germania la terra promessa della boxe. A Marcianise anche molti italiani sono diventati campioni, altri sono rimasti bravi atleti e nulla più. Però tutti si sono tenuti lontani dalla camorra. A volte i ragazzi imparentati a una famiglia andavano ad allenarsi la mattina e quelli della famiglia rivale ci andavano nel pomeriggio, ma la boxe li trascinava comunque via da certe logiche.

Le regole del pugilato sono incompatibili con quelle dei clan. Uno contro uno, faccia a faccia. La fatica dell’allenamento, il rispetto della sconfitta. La lenta costruzione della vittoria. Come ricorda Clemente Russo: “E’ una vita di sacrifici, sono vent’anni che non ho la forza di fare tardi la sera. E non mi ricordo un momento in cui potevo permettermi di cazzeggiare tra i bar, come si fa dalle nostre parti”. La camorra non gestisce il pugilato per una semplice ragione, e Clemente Russo la conosce bene: “Non girano più tanti soldi. Con il primo titolo europeo juniores che ho vinto mi sono comprato un motorino.”.

E’ solo in Germania e in Spagna che la mafia russa continuamente si infiltra per cercare di entrare nel business. Ma a quelli che comandano a Marcianise, i Belforte e i Piccolo, i soldi e i modi per procurarseli non mancano. I primi sono persino riusciti a far venire le telecamere della ‘Vita in diretta’ per riprendere il matrimonio di Franco Froncillo, fratello dell’emergente boss Michele Froncillo. Volevano che quelle nozze con tanto di elicottero che faceva scendere una pioggia di petali sugli sposi e sugli altri invitati non fossero immortalate dalle solite riprese a pagamento, ma dalla Rai. Di modo che non solo i parenti ma le casalinghe di tutt’Italia potessero ammirare e invidiare la sposa.

I Mazzacane e i Quaqquaroni – come vengono chiamate le famiglie rivali – sono due clan capaci di egemonizzare un vasto territorio disseminato di piccole e medie aziende. Un territorio che ospita il più grande centro commerciale d’Italia e il più grande cinema multisala – primati strani per una regione piena di disoccupazione e segnata dall’emigrazione. Significa che ci sono molti subappalti da vincere, molti parcheggi da gestire, molte polizie private da imporre. E soprattutto molto racket.

Nel marzo 2008 il comune di Marcianise è stato sciolto per infiltrazione camorristica. E nel 1998 Marcianise era stata la prima città italiana dalla fine della Seconda guerra mondiale a vedersi imporre il coprifuoco dal prefetto. Negli anni ’90 si contava un morto al giorno. Quando iniziarono a massacrarsi i Mazzacane e i Quaqquaroni, gli allenatori di boxe furono fondamentali per salvare il territorio. Seguendo nient’altro che l’imperativo del pugilato, “tutti in palestra senza distinzione di colore, testa, gusto”: perché “dentro si è tutti rossi, come il sangue”, come dicono nelle palestre dalle mie parti.

Mimmo Brillantino e gli altri coach andavano a prendersi i ragazzini nei bar, nelle piazze, fuori da scuola. E così li strappavano al deserto in cui i clan riescono a reclutare i giovani di generazione in generazione per metterli sulle loro scacchiere. La boxe rompeva questo meccanismo e lo faceva in modo definitivo. Il ring è più efficace, in questo, di una laurea. Perché quando hai combattuto col sudore della tua fronte e con le tue mani, arruolarsi diviene una sconfitta.

A Chicago, nel 2007, Tatanka ha dimostrato cosa significa venire da una palestra di Marcianise. Si è messo il suo caschetto azzurro e ha battuto il tedesco Povernov, col quale aveva perso nel 2005 ai Mondiali in Cina. Ha schivato i pugni del montenegrino Gajovic, che pur esperto di Europei, Mondiali e Olimpiadi e pur avendo eliminato molti sfidanti promettenti non riusciva a inquadrare Clemente che gli sfuggiva. Poi ha sconfitto il cinese Yushan, ambiziosissimo. Fino al capolavoro conclusivo contro il possente mancino Chakheiv che per tre riprese ha condotto in apparenza il gioco, aiutato dai giudici che ignoravano i colpi di Russo. La tattica aveva consentito a Chakheiv di scattare al suono dell’ultima tornata con un 6-3 che sembrava metterlo al sicuro. L’angolo di Clemente era demoralizzato, cercava di non farglielo capire, ma ormai si preparava alla sconfitta. Però Tatanka ci ha creduto sino alla fine. “Nun c’la fa cchiù, ha finito la miscela. Lo batto, lo batto”. In due minuti inizia la rimonta. Un gancio, un jab, schiva un sinistro e va dritto allo zigomo del russo. Mette assieme quattro punti senza incassare neanche un colpo. Chakheiv s’è preso una grandinata di cazzotti. Non riesce nemmeno più a ricordarsi dov’è. L’incontro si conclude sul 7-6 e Clemente ne esce campione del mondo.

L’altro talento mondiale marcianisano è Domenico Valentino. Tutti lo chiamano Mirko. E’ il nome che la madre aveva scelto, solo che per rispetto verso il suocero gli ha poi messo il nome del nonno. Ma dopo aver pagato il debito all’anagrafe, l’ha subito chiamato Mirko. Il miglior peso leggero che abbia mai visto. Veloce, tecnico, non dà tregua all’avversario. La sua strategia ce la spiega lui: “Tocca e fuggi, tocca e fuggi”. “Facevo il parrucchiere per donne” racconta, “poi ho iniziato ad allenarmi. A Marcianise è normale e così mi sono accorto che dentro di me c’era un pugile”. Sembra incredibile che uno dei pugili più forti al mondo abbia fatto il parrucchiere, pare quasi il riscatto d’immagine di un’intera categoria.

Mirko da coiffeur è divenuto il più temuto peso leggero europeo. Quando è all’angolo parla spagnolo. “Metto la esse alla fine di tutte le parole, così mi sento un po’ Mario Kindelan”. Kindelan, peso leggero cubano e mito di Mirko, è stato due volte medaglia d’oro alle Olimpiadi e tre volte campione mondiale. Quando vinceva, sussurrava ai suoi sfidanti al tappeto “non sono miei questi pugni, sono i pugni della rivoluzione”.

Domenico Valentino si guarda allo specchio per studiarsi i movimenti, velocissimi, i piedi che roteano assieme al destro. Lo specchio è fondamentale nella boxe. Salti la corda davanti allo specchio, lanci i pugni, metti a punto la guardia. Ti guardi così tanto che riesci a vederti come un altro. Il corpo che incontri riflesso non è più il tuo. Ma un corpo e basta: da modellare, da costruire. Da rendere insensibile al dolore e forte alla reazione.

Il pugilato rimane uno sport epico perché si fonda su regole della carne che pongono l’uomo di fronte alle sue possibilità. Anche l’ultimo della terra con le sue mani, la sua rabbia, la sua velocità può dimostrare il proprio valore. Il combattimento diviene un confronto con questioni ultime che la vita contemporanea ha reso quasi impossibile. Sul ring comprendi chi sei e quanto vali.

Quando combatti non conta il diritto, non conta la morale, non conta nulla se non il tuo perimetro di carne, le tue mani, i tuoi occhi. La velocità nel colpire e schivare, la capacità di sopravvivere o soccombere, di vincere o fuggire. Non puoi mentire, nel contatto fisico. Non puoi chiedere aiuto. Se lo fai, accetti la sconfitta.

Ma non è l’esito di un incontro a stabilire chi veramente è più forte. Più che la vittoria, più che i risultati degli incontri, conta la pratica dell’esperienza di dolore, conta l’assenza di senso che occorre sostenere per potervi salire e starci. Per stare dentro la vita. Agonismo e agonia. Claudio De Camillis prende Mirko per un braccio e dice: “Guarda qua, Robbè, questo non è manco 60 kg. Se lo vedi per strada, dici: questo lo schiaccio. E invece è un carro armato”.

Domenico Valentino al mondiale di Chicago ha battuto l’armeno Javakhyan, vice campione europeo, in velocità. Gli ballava davanti e appena quello tentava di colpirlo, lo riempiva di pugni. Poi ha vinto contro Kim Song Guk, nordcoreano, un pugile allenato ai colpi veloci, ma che non riusciva a beccare lui. In finale con l’inglese Frankie Gavin, Valentino si è presentato con la mano destra infortunata: il suo punto debole, le mani piccole e fragili. Un vantaggio che Gavin ha sfruttato alla perfezione. Peccato. “Io non lavo mai niente fino a quando vinco. Mutande, calzettoni, pantaloncini. Poi se perdo butto via tutto. E quando vinco non mi puoi stare vicino, tanto puzzo di sudore”.

Anche stavolta ha le mani ferite. Gli chiedo: “Non le avevi coperte bene con le bende?”. “No” mi risponde, “questa è un’altra cosa.”. E gira la testa. Sotto la nuca appare un nome tatuato: Rosanna, la fidanzata. Dopo un po’ ammette: “Ho litigato con lei e siccome sono nervoso ho distrutto un motorino a pugni. Ma se vinco alle Olimpiadi, me la sposo”. Domenico Valentino ha un fortissimo senso della sfida e anche del rispetto per lo sfidante. “Dal mio angolo non sentirai mai frasi tipo ammazzalo, uccidilo. Mai. Si batte il nemico. Punto”. E’ rimasto in ottimi rapporti con Frankie Gavin, è amico della nazionale uzbeka, però “non amo i turchi perché quando vincono ti prendono in giro, ti sventolano la bandiera sotto il naso. Per il resto: tutti fratelli combattenti”.

Un incontro memorabile è stato quello contro Marcel Schinske ad Helsinki nel 2007. I ragazzi di Marcianise se lo vanno a rivedere su YouTube (guarda). Il pugile tedesco tenta una strategia d’attacco. Si agita, vuole intimorire. Si scopre, errore fatale se combatti con un pugile veloce. E infatti Valentino gli infila subito un diretto al mento, così forte che Schinske non solo va a tappeto immediatamente, ma cade rigido, le braccia bloccate ancora in guardia, gli occhi rivoltati all’insù. Domenico Valentino non dimenticherà mai più quel diretto. “Robbè, ho sentito come una scarica elettrica in tutto il braccio. Mai avevo sentito una cosa così. E’ come se tutto il suo dolore mi fosse entrato dentro. Mi sono spaventato perché dopo essere andato ko, ha iniziato anche a scalciare come un epilettico”.

Ricorda Claudio De Camillis: “L’ho dovuto prendere e abbracciare, lentamente farlo scendere dal ring. Piangeva, ha singhiozzato per quaranta minuti, pensava di averlo ammazzato. Solo quando gli ho assicurato che stava bene s’è calmato”. Può sembrare incredibile ma è così: salire sul ring per buttare giù un avversario e una volta buttatolo giù preoccuparsi che non si sia fatto troppo male, che possa continuare ad essere uomo e pugile. Come Joe Frazier, uno dei miti di Clemente Russo.

Joe Frazier combatteva compatto, un mattone nerissimo di muscoli, ma agile, e vinse il titolo mondiale. Ma in quel periodo il campione dei campioni, Mohamed Alì, era fuori, aveva deciso di mollare la boxe. E nel 1971, quando Frazier incontra Alì capisce che solo dopo averlo affrontato potrà definirsi davvero un campione. Dopo quindici riprese, trova la strada per un gancio. Alì cade. Battuto. Quattro anni dopo, Frazier rinnova la sfida. Un match considerato tra i migliori mai combattuti. Nessuno riesce a sopraffare l’altro. Frazier e Alì sanguinano entrambi, gli occhi perdono visuale gonfiandosi, il fiato manca. Gli arbitri non trovano il coraggio di fermare un match seguito da tutto il mondo, gli allenatori non se la sentono ad esser loro a gettar la spugna. Allora è Frazier che decide.

Sono entrambi stanchi e pesti e Frazier teme di ammazzare o di essere ammazzato. Cuore a mille, respiro corto, mascella lussata, sangue dalle sopracciglia, giudici imbarazzati. Joe Frazier riconosce che tocca a lui. E si ritira lasciando la vittoria ad Alì. Le leggi che emergono quando le altre non funzionano sono scritte col corpo. Lealtà, rabbia, stima dell’avversario nascono dopo che hai tentato di massacrarlo e dopo che lui ha tentato di massacrare te e si è pari. “In fondo” disse allora Frazier “non c’è bisogno di trovare troppe motivazioni. Dentro di te lo sai sempre cosa è giusto e cosa è sbagliato”. Joe Frazier aveva citato Immanuel Kant senza saperlo.

Domenico ha una faccia inconfondibile. Ha la maschera del pugile anche se “il naso non me l’hanno mai rotto, ce l’ho così naturalmente”. Uno di quei visi che i pugni e gli esercizi levigano lentamente come vento e acqua fanno con le rocce. Piero Pompili lo inquadra poi mi dice di guardare nell’obiettivo e mi appare un viso quasi azteco. Piero Pompili fotografa pugili da sempre. Quasi tutti i pugili del mondo sono stati ritratti da lui in palestra quando erano solo un agglomerato di ambizioni e speranze davanti al sacco. Pompili riconosce in loro le opere dei grandi maestri “Guido Reni, ecco Guido Reni”, oppure “Caravaggio, sei un Caravaggio”. I pugili lo guardano, gli vogliono bene, ma non capiscono quel che lo esalta. E lui li incalza come fanno i fotografi di modelle, ma con parole assai diverse: “Vai, Tatanka, gancio, gancio. Vai Mirko, veloce, colpisci, colpisci”. Pompili vede oltre, l’insieme delle pulsioni che dilaniano un uomo è tracciato nel bianco e nero delle sue foto.

Guardando Tatanka sul ring mentre Pompili scatta, ho sensazioni diverse. Non ho mai provato invidia verso un uomo in vita mia, Clemente Russo invece lo invidio. Il suo corpo in movimento trasmette un senso arcaico di familiarità. Perché è così che ti immagini Ettore, Alessandro, Achille, Enea, i soldati di Senofonte, i soldati a Salamina o alle Termopili. Più tardi vieni a sapere che non erano muscolosi, che Achille non superava il metro e cinquanta, Leonida era tondeggiante e spelacchiato, ma nessuno ti toglie più dalla mente l’immagine della bellezza epica del combattimento e Clemente Russo ora la incarna.

“Prima di un match” dice Tatanka “non riesco a pensare a niente. Prima di un match non faccio l’amore per una settimana. Niente. Sto concentrato e vedo solo in testa i miei colpi, quelli che dovrebbero risolvere l’incontro”. “Io invece penso a chi non c’è più”, ribatte Mirko, “gli amici andati via. I parenti scomparsi”. Si combatte sempre per qualcuno, per qualcosa che deve arrivare, si combatte sempre in nome di qualcosa, ma istintivamente. “Noi siamo come i cavalli alle gabbie prima della corsa. Questo siamo, prima dell’incontro”.

A Clemente, i pugili che piacciono di più sono Roy Jones jr e Oscar De La Hoya. E Mohamed Alì? Risponde Mirko: “Alì era grande di testa, ma forse ce n’erano migliori di lui. Ma nessuno come lui è stato insieme testa, corpo, immagine, lotta politica. Alì era un campione della comunicazione. Non solo un pugile”.

Roy Jones jr è un pugile che ha importato la break dance nella boxe. I suoi incontri erano un vero e proprio spettacolo di danza. A volte prima di colpire faceva dei passi ritmati indietro, simili alle mosse a scatti di un rapper. Roy Jones combatteva a guardia bassa, apriva completamente le braccia, sporgeva la testa in avanti e faceva partire una grandinata di jab, da destra o da sinistra. Spesso si allenava in acqua. “Tirare cazzotti sott’acqua rende l’aria più leggera” gli diceva il suo allenatore.

Oscar De La Hoya, amato pure da Valentino, è un pugile americano di origine messicana che cambia continuamente di categoria perché per anni nessuno è riuscito a batterlo. Ha dovuto trovarsi gli sfidanti in giro per il mondo. Oscar De La Hoya sale sul ring e il suo staff gli porta dietro una bandiera bifronte, da un lato stelle e strisce, dall’altro il tricolore con l’aquila del Messico. Ogni incontro vinto Oscar lo dedica a sua madre, morta di cancro quando lui aveva diciotto anni. Lavora ai fianchi, poi parte coi colpi agli zigomi, acceca gli occhi e, quando lo sfidante si stringe alle corde e cade, Oscar De la Hoya si allontana lasciando la conta all’arbitro finché non lo sente arrivare a dieci. Allora guarda in cielo ed esclama: “Per te, mamma”.

De La Hoya è un pugile completo, veloce, non un grande incassatore, ma dinamico, arrabbiato. “Per me l’incontro più bello” dice Mirko “è De La Hoya contro Floyd Mayweather jr, due condottieri. Il meglio del pugilato in assoluto”. De La Hoya, faccia da indio; Mayweather, viso da bravo ragazzo, lineamenti dolci. Il primo a rappresentare i messicani, i portoricani, i latinos, in genere tutta l’emigrazione senza green card. Il secondo, la borghesia afroamericana, gli uomini d’ebano eleganti, i neri che ce l’hanno fatta. Malcolm X è lontano. E’ ancora di più lo sono OJ Simpson, Puff Daddy, i neri cafoni che esibiscono danaro, successo, donne.

Nella presentazione del match, Mayweather gioca a fare il verso ad Alì insultando De La Hoya, ma il messicano commenta: “Sembrava più un chihuahua che un duro”. Per uno sport divenuto povero come la boxe, questo incontro aveva una borsa di tutto rispetto: quarantacinque milioni di dollari. De La Hoya era allenato dal padre di Mayweather, che prima dell’incontro però rompe ogni rapporto. Non può allenare il suo pugile in un match contro suo figlio. E così De La Hoya cambia coach. Il combattimento è uno spettacolo. De La Hoya aggredisce, colpisce, ma Mayweather si difende e contrattacca. Ha la rabbia dell’ambizione, vuole dimostrare di essere il numero uno. De La Hoya sa già di essere il più grande, sembra non voler dimostrare più nulla. Combatte, ma ormai non pare più interessato alla vittoria. E’ come se tutto fosse già accaduto. E alla fine il chico de oro del pugilato mondiale è sconfitto da un pugile imbattuto. “Gli incontri li vince sempre chi deve dimostrà qualcosa a qualcuno, ma soprattutto a se stesso”, mi dice De Camillis.

Clemente e Mirko andranno a Pechino colmi di carica. Porteranno stretti nei loro pugni tutta la rabbia di questa terra . Quando li fermano per strada a Marcianise, tutti domandano: “Quando partiamo per Pechino?”. Non dicono “partite”, ma “partiamo”. Perché in queste imprese non si è più soli, ma si diviene la somma di tanti. Una somma che rafforza l’anima. E così a questi due pugili verrebbe da chiedere una cosa: ridate a queste terre quel che ci hanno tolto, dimostrate cosa significa nascere qui – la rabbia, la solitudine, il nulla ogni sera. Perché tutto questo è la materia di cui sono fatti Clemente e Mirko, materia che altrove non esiste uguale. La fame vera di diventare qualcuno, raggiungere un obiettivo, distinguerti dalla codardia e dalla piaggeria di coloro che ti sono intorno. Perché la vita la misuri in ogni caduta, perché combattere significa non fidarti di nessuno, sapere che qui tutto è sempre in salita, pararti sempre le spalle e ricordare sempre chi non ce l’ha fatta.

Però nella tua ambizione può raccogliersi l’aspirazione di un intero territorio, e porti nella tua sfida le speranze di molti, e i pugni che dai e ricevi sul ring smettono di essere gesti sportivi e divengono simboli. Divengono i cazzotti di un’intera generazione, i ganci e gli uppercut di chi non ne può più di stare sempre in salita e giorno dopo giorno mette da parte un nuovo strato di rabbia. E allora smetti di combattere solo per te stesso, per il tuo titolo, per i tuoi allenatori, per i soldi da portare a casa, per la fidanzata che vuoi sposarti. E combatti per tutti. Come De La Hoya ha sempre combattuto con tutti i latinos dentro i suoi pugni, come ha lottato Mohamed Alì con nel sangue il riscatto di tutti gli afro del mondo, o Jake La Motta con la furia che girava nel corpo degli italoamericani.

E allora a voi, Clemente e Mirko, carichi di questo significato iscritto nei vostri muscoli, col vostro sguardo, con la velocità dei vostri pugni e delle vostre gambe, col vostro coraggio che non vi ha fatto camminare rasente i muri, non resta che inchiodare all’angolo chi vi sfida e cercare di fare un’unica cosa: vincere.

© 2008 by Roberto Saviano

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

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