L’odore della rivoluzione


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Giuliana Sgrena, Tunisi

L’avenue Bourghiba, nel centro di Tunisi, è tagliata in due: da una parte il ministero degli interni completamente isolato e circondato da rotoli di filo spinato, protetto dall’esercito e da molti agenti, e dall’altra i tunisini seduti ai tavoli dei numerosi bar che hanno riaperto i battenti, dopo le ultime manifestazioni di fine febbraio, e che sono sempre affollati. Il clima è ideale per crogiolarsi al sole.

Sembrano ormai lontani i tempi in cui la via era quotidianamente occupata dai manifestanti che hanno portato alla caduta di Ben Ali e poi allo scioglimento del suo partito, il Raggruppamento costituzionale democratico. Eppure a fine febbraio, due settimane fa, proprio in questo viale una protesta si concludeva con l’uccisione di cinque manifestanti, in uno dei giorni più sanguinosi della rivolta. Ieri la commissione incaricata di verificare i fatti ha dato un primo bilancio della rivoluzione: «300 martiri e circa 700 feriti».
Poi, domenica scorsa, le dimissioni del contestato premier Mohammed Ghannouchi e la nomina di un ministro dei tempi di Bourghiba, Béji Caid Essebsi, 84 anni, più disponibile verso le rivendicazioni dei rivoluzionari, hanno riportato la calma. Ma non la stabilità. Il processo verso la democrazia è ancora agli inizi.
Sull’avenue Bourghiba si trova anche l’hotel Africa, che ha ospitato la maggior parte dei giornalisti che hanno testimoniato gli avvenimenti più salienti della rivoluzione dei gelsomini e che erano costretti a rientrare, per lavarsi gli occhi con la Pepsi (è stata una scoperta fatta qui), appena partiva il lancio di lacrimogeni che impestavano l’aria di tutto il quartiere. L’alto edificio che ospita l’Africa è un punto di osservazione eccezionale, dalle sue finestre si poteva osservare la protesta che occupava l’avenue Bourghiba e dall’altra il ministero dell’interno sul cui tetto spesso si nascondevano gli agenti che cercavano di intercettare i cecchini che colpivano dalle abitazioni che si trovano sul retro dell’hotel. La grande vetrata che dà accesso alla hall dell’Africa è ancora nascosta dietro gli alti pannelli di ondulato che ne hanno salvato i vetri da una inevitabile frantumazione durante la rivoluzione. Lo spiraglio che ci permetteva l’entrata è ancora aperto, ci sono persone che entrano, ma non sono clienti. L’albergo non è più prenotabile, motivo ufficiale: ristrutturazione. Eppure non sembra che ci siano lavori in corso. Proprio lì davanti incontriamo una vecchia conoscenza che ci rivela il vero motivo della chiusura: uno sciopero dei lavoratori per ottenere un’assunzione a tempo indeterminato, mentre finora avevano lavorato con contratti a tempo. Sono molti i settori in sciopero in Tunisia per gli stessi motivi o per ottenere un aumento del salario. Scioperi che, soprattutto dopo il 14 gennaio, nei settori pubblici dovevano favorire la sostituzione nei posti di comando degli esponenti del Rcd, il partito di Ben Ali. Tuttavia non è facile sostituire tutti i dirigenti delle istituzioni e aziende pubbliche e lo sciopero minacciato dalla Transtu, il sistema di trasporti della grande-Tunisi, che paralizzerebbe la capitale, sembra sponsorizzato più dai sostenitori del vecchio regime che dai rivoluzionari. Scioperi di segno diverso, comunque diffusi e spesso non coordinati con il sindacato. Con la rivoluzione i lavoratori rivendicano quei diritti che la dittatura aveva negato loro. Sacrosanto, ma il governo di transizione non ha ancora individuato i mezzi per risolvere le sfide poste dal processo democratico.
Il traffico in tutte le strade del centro è caotico. L’avenue Paris, adiacente alla Bourghiba, è diventata un vero e proprio suq, bancarelle ovunque, alcune improvvisate su scatole di cartone, si vende di tutto: occhiali, scarpe, orologi, cineserie di tutti i tipi, elettrodomestici, pezzi di ricambio, ma soprattutto creme e profumi. Sarà effetto della rivoluzione dei gelsomini, penso. In qualche modo la rivoluzione c’entra stando alle voci che corrono. Si dice che la merce in vendita provenga dai Géant, i grandi magazzini di proprietà della famiglia Ben Ali, che sono stati saccheggiati nei primi giorni della rivoluzione, e da container di merci importate dalla moglie dell’ex presidente e che erano rimasti bloccati al porto. Comunque sia i prezzi sono stracciati. Meno quelli dei carretti di frutta che fanno bella mostra di arance, banane e mele tirate a lucido, proprio nei nostri negozi. E anche i prezzi non sono molto diversi. Per strada ti fermano anche per venderti una scheda telefonica dell’Orange. Dopo la caduta del regime molti si sono riconvertiti alla Telecom per sostenere la società governativa al posto delle private.
Il nuovo corso è evidente nelle edicole che ora sono stracolme di giornali e riviste, molte straniere, la cui importazione era vietata da Ben Ali. E sono affollate, così come le librerie che fanno bella mostra dei nuovi arrivi. Nuovi lettori che probabilmente sono destinati a cambiare i dati di un sondaggio del ministero della cultura pubblicato venerdì secondo il quale il 22,74 per cento degli intervistati non ha mai letto un libro, mentre il 77,26 per cento ha letto un solo libro. Dallo stesso sondaggio risulta che le donne leggono più degli uomini e i giovani più degli adulti. I giovani peraltro sono anche i maggiori frequentatori dei siti internet, e dei blog, compresi quelli che hanno alimentato la rivoluzione. Nel frattempo il blogger Slim Amamou è diventato ministro, effetto rivoluzione.
Una rivoluzione che esibisce i suoi simboli: nelle vetrine sono esposti manifesti di Che Guevara, così come nei negozi di abbigliamento si vendono le Tshirt con la scritta «14-01-2011 Revolution unstoppable». A fare da colonna sonora è la canzone Rais Lebled del rapper El Général, nome d’arte di Hamado bin Omar, 22 anni. Una canzone contro i soprusi, la corruzione e l’oppressione di Ben Ali, accuse che avevano provocato l’arresto del cantante.
Per strada si vede gente che legge il giornale, una novità, anche perché sui giornali al tempo della dittatura c’era ben poco da leggere. I media tunisini sono cambiati dall’oggi al domani come se fossero già pronti alla rivoluzione. Anche i mezzi di informazione statali. La libertà di espressione è il fiore all’occhiello della rivoluzione, anche se qualcuno lamenta una mancanza di preparazione professionale di chi fa informazione. La televisione fin dalla caduta di Ben Ali è passata dalla censura completa sulle manifestazioni contro il regime alla trasmissione in diretta delle proteste con dibattiti e collegamenti con le piazze. Ora la gente si lamenta perché i dibattiti sono un po’ ripetitivi, gli ospiti sempre gli stessi e i presentatori un po’ debordanti, non lasciano finire le frasi ai loro interlocutori.
Questa gestione dell’informazione ha permesso finora ai tunisini di conoscere solo alcuni personaggi politici. Nonostante siano più di 30 i partiti accreditati – probabilmente alcuni dei quali sono destinati a scomparire: ci sono tre partiti baathisti – secondo un sondaggio di Emrhod, pubblicato dal quotidiano Le Temps (11 marzo 2011), i tunisini conoscono solo quattro partiti: Ennahda (islamista, 29 per cento), il Partito democratico progressista (Pdp, 12,3), Ettajdid (ex-comunista, 7,5) e il Partito comunista operaio tunisino (Pcot, 6,4). Ennahda, prima ancora che alla televisione tunisina, ha avuto un’esposizione mediatica sulle televisioni satellitari (al Jazeera in testa) che qui vengono seguite regolarmente e ha a disposizione le moschee oltre a molti finanziamenti.
I giornali sono invece pieni di interventi di studiosi, professionisti, giornalisti, artisti, che dicono la loro sulla rivoluzione.
Entrando nella sede de La Presse, giornale governativo, il clima è completamente cambiato, prima era cupo, opaco come il prodotto. Ogni giorno pubblicava in prima pagina una foto del presidente o di lui con la moglie, ora è completamente trasformato. I giornalisti – un centinaio, i due terzi sono donne – sono ancora eccitati delle nuove possibilità di contribuire a fare un giornale, come non avevano mai potuto fare fino al 14 gennaio. Jannet Ben Abdallah, caporedattrice da 26 anni, paragona la trasformazione a un sisma. «Prima non facevamo i giornalisti, eravamo come funzionari di un ministero, ora facciamo i giornalisti, ci sentiamo veramente il quarto potere». Per evitare che i giornalisti, pur controllati da chi dirigeva il giornale, non affrontassero «correttamente» i temi più importanti per il regime, erano collaboratori esterni ben pagati a scrivere, spiega Jannet. A lei, economista di formazione, toccavano comunque degli editoriali: «Ero costretta comunque a usare delle formule codificate e poi cercavo di giocare sulle sfumature», ma evidentemente il compito non era facile.
Eppure c’è ancora chi teme che i giornali non dicano la verità: ma è vero che a Ras Jdir (alla frontiera dove sono ammassati i rifugiati che fuggono dalla Libia) non ci sono epidemie?, mi chiede un dipendente dell’albergo. Lo rassicuro, almeno su questo sono in grado di farlo.
Ma il clima generale è di una rinata fiducia in se stessi e nella rivoluzione. Anche se Kalima, la radio della rivoluzione, aspetta ancora di avere accesso alla Fm.
E il 18 e 19 marzo la rivoluzione andrà in scena al Teatro municipale di Tunisi, che naturalmente si trova sull’avenue Bourghiba, con lo spettacolo Intox. Un one man show interpretato da Atef Ben Hassine: il sogno di poter recitare in libertà farà scoppiare la scintilla della rivoluzione.

 

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