Il boom economico, la Dolce vita e il futuro. Tavola rotonda con Emmott e Fortis – Video integrale


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La dolce e dura vita dell’economia è difficile da spiegare. Soprattutto quando è quella di un paese complicato come l’Italia. In questi ultimi anni, in particolare dall’introduzione dell’euro che ha imposto una severa ristrutturazione alle imprese italiane, gli indicatori sono quasi sembrati impazzire. Il Pil, il barometro principale con cui da sempre si misura la ricchezza delle nazioni, ha sancito che la crescita italiana è poca cosa. Le esportazioni, invece, hanno mostrato ritmi rilevanti, secondi in Europa soltanto a quelli della Germania. La produzione ha avuto una velocità di stampo cinese. I buoni dati mensili dell’Istat, a questo proposito, hanno lasciato stupito più di un osservatore. C’è quindi la questione della produttività, sulla cui definizione e sul cui calcolo si sono confrontati con esiti opposti diverse scuole economiche.

A un certo punto, su un quadro economico così complesso è piombata pure la crisi. Comunque sia, economia significa anche identità di un paese. E l’Italia, con il suo capitalismo diffuso, ha una radice produttivista che è insieme industria e comunità, tecnica e cultura, territori e mercati globali. Per non parlare dei traumi imposti all’intero tessuto produttivo dalla crisi della grande impresa e dalle accelerazioni impresse dalla Fiat che Sergio Marchionne ha salvato dal fallimento sull’asse Detroit-Torino. Con, in più, i vincoli imposti da un debito pubblico ingente che rende complessa qualunque politica di sviluppo a favore delle imprese.

Bill Emmott e Marco Fortis sono due degli osservatori più autorevoli di questo strano fenomeno, pieno di tutte queste contraddizioni e comunque ricco di vitalità nascoste, che si chiama Italia. Per questa ragione sono stati invitati al Sole 24 Ore a partecipare a una tavola rotonda coordinata dal direttore Gianni Riotta, a cui hanno partecipato i giornalisti del quotidiano. (P. Br.)

L’economia del nostro paese è sospesa fra le letture opposte del declino e della metamorfosi. Una complessità interpretativa che si è accentuata con la crisi. Il Made in Italy è ancora un modello?
BILL EMMOTT Non c’è dubbio che in Italia vi sia una notevole capacità imprenditoriale nell’industria manifatturiera, ma il termine stesso Made in Italy mi pare obsoleto. Piuttosto avrebbe più senso parlare di concepito, progettato, disegnato e sviluppato in Italia. Quanto al Made in Italy come espressione di un sistema paese, con leggi e un’amministrazione capaci di favorire lo sviluppo di queste imprese, non tiene. Perché ci sono troppi ostacoli, troppa burocrazia che riducono la crescita potenziale. Ecco, più che di Made in Italy parlerei di “Obstructed in Italy”, “Ostruito in Italia”, dove le debolezze sono di molto superiori ai punti di forza. Piazzerei volentieri alcune bombe su questi ostacoli, per liberare il vero potenziale dell’economia italiana.

MARCO FORTIS Il Made in Italy, con un tessuto imprenditoriale fondato sui distretti, resta un modello che funziona. E funziona nonostante tutto. Sono d’accordo con Bill sulla formula dell'”Ostruito in Italia”. Lavorare da noi è davvero una impresa. Basti pensare ai tempi della giustizia e ai costi dell’energia. E sono condizioni difficili da modificare per il singolo imprenditore, anche perché spesso la sua dimensione è tale che non riesce con facilità a delocalizzare. Qui è e qui deve rimanere. L'”imprenditore” è davvero una figura centrale nella nostra storia. E lo sarà anche in futuro. Ho letto nel suo libro “Forza, Italia” che Bill apprezza molto Brunello Cucinelli, il re del cashmere. Lo potrei accompagnare in distretti della meccanica, dell’elettrotecnica e del mobile dove, di Cucinelli, gliene presenterei trenta per volta.

VIDEO / Bill Emmott e Marco Fortis a confronto con Gianni Riotta

La forza italiana è fondata sull’industria manifatturiera. Esiste una contrapposizione fra produzione e servizi?
B.E. La distinzione tra industria e servizi non ha più senso. Faccio un esempio: se la storia fosse andata diversamente, oggi Olivetti potrebbe essere una Apple. Ma Apple cos’è? Un produttore, un creatore di sistemi, un’azienda manifatturiera e/o di servizi? Poco importa. Forse è tutte queste cose messe assieme. Ciò che conta è la sua capacità di generare profitti e quindi di creare ricchezza e occupazione. Non ha senso per il sistema paese abbandonare il manifatturiero o trascurarlo finché, come nel caso italiano, produce utili e ricchezza. Anzi, lancio una provocazione: il manifatturiero italiano è un fallimento… rispetto alle sue reali potenzialità. È comunque più utile per l’Italia occuparsi dei suoi punti di debolezza: il settore dei servizi è uno di questi. Come per la Germania è troppo regolamentato. Ma, almeno, il terziario tedesco è più efficiente e produttivo.
M.F. Non c’è alcuna contrapposizione ideologica fra la produzione e i servizi. Però va detto con chiarezza che sarebbe un errore puntare su servizi avanzati rinunciando a parte dell’industria. La nostra natura è profondamente manifatturiera. Il nostro Nord-Est ha un tasso di disoccupazione giovanile pari al 13%, la Lombardia è al 18%, Londra è al 25% e Bruxelles è al 37 per cento. La finanza è una forma raffinata del terziario. E vediamo cosa è successo con l’ultima crisi, fondata sulla sua trasformazione in una attitudine speculativa fortissima e fine a se stessa. Un altro conto, invece, è il miglioramento dei servizi che possono essere utili alla nostra industria. Noi non abbiamo la grande distribuzione. È un problema, perché ci servirebbe, per esempio per imporre i nostri prodotti, il nostro Made in Italy, sui mercati stranieri. Sul versante del collegamento fra servizi e impresa, abbiamo comunque un esempio virtuoso nelle nostre banche. Che sono banche di territorio. Non solo quelle, come il credito cooperativo e le popolari, per natura vicine al mondo produttivo. Anche quelle più grandi sono rimaste più legate alle imprese.

Quanto è in grado, l’Italia, di intercettare la ripresa internazionale, in particolare quella tedesca, nostro primo partner commerciale?
B.E. D’accordo, la Germania è cresciuta più di tutti in Europa, ma stiamo parlando della crescita di un anno solo. Basarci sulla performance di un anno può essere fuorviante e oggi non sappiamo dire quanto questa crescita, che poggia soprattutto sulla domanda esterna, possa essere sostenibile nel medio-lungo termine. Ricordiamo, ad esempio, che l’anno scorso l’export netto dell’Italia è stato leggermente negativo. Se deflazioniamo il pil tedesco, come suggerisce l’economista Hans Werner-Sinn, troviamo il dato peggiore del G20. Negli ultimi tre mesi, del resto, anche Stati Uniti e Gran Bretagna hanno registrato una forte crescita del manifatturiero.
M.F. La Germania resta il nostro primo riferimento. La crescita del Pil di oltre il 3% ha in parte rimediato al pessimo 2009, quando perse il 5 per cento. Si tratta di una crescita che ha avuto una doppia origine: la capacità delle sue imprese di conquistare i nuovi mercati e allo stesso tempo la necessità di ricostituire le scorte delle sue consociate estere. Noi stiamo crescendo in maniera più lenta, ma certo l’effetto di trascinamento della Germania c’è. Non abbiamo l’industria dell’auto tedesca. Inoltre, l’edilizia internazionale, dopo lo scoppio della bolla immobiliare, non è ancora ripartita. E noi produciamo piastrelle, mobili, oggetti per la cucina e il bagno, illuminotecnica.

La modifica dell’articolo 41 della Costituzione, nel senso del “ciò che non è vietato è permesso”, può essere la strada giusta per alimentare la crescita?
M.F. Non è poi così essenziale intervenire sulla carta costituzionale. Servono veri interventi strutturali. L’imprenditore italiano ha imparato a muoversi come in apnea, a causa dell’ambiente ostile in cui si è sempre mosso. Qualcosa di simile a dover respirare sulla luna. Ora, si possono anche cambiare i quadri normativi e giuridici. E la Costituzione è il primo di essi. Ma, molto più importante, è riuscire a eliminare i lacci e i lacciuoli e ridurre gli handicap di sistema in cui trova a muoversi.
B.E. Sono d’accordo con Marco. Non sarà la modifica di un articolo della costituzione a liberare il vero potenziale di crescita dell’Italia. Altri sono i problemi da affrontare, le riforme strutturali da portare avanti.

Il cambiamento impresso dalla Fiat di Sergio Marchionne è positivo o negativo, nell’economia e nella rappresentanza?
B.E. L’accordo tra Fiat e sindacato su Pomigliano e Mirafiori rappresenta un vero punto di svolta nelle relazioni industriali. Soprattutto perché l’agente del cambiamento non è stato il governo, ma un’impresa, il più grande gruppo industriale del paese. Ciò è positivo, ma potrebbe non bastare, bisogna andare più a fondo.
M.F. La carica propulsiva di Marchionne ha un effetto modernizzatore per l’economia italiana e obbliga il mondo della rappresentanza a rimodularsi. Fiat può davvero costituire un punto di svolta per il nostro paese. Soprattutto se non vogliamo perdere quel che resta di una economia che ha conosciuto anche le grandi dimensioni. Fiat è uno degli ultimi grandi tasselli. Che va trattenuto qui. Anche se ormai la tendenza alla delocalizzazione, nel capitalismo industriale internazionale, è fortissima: basti pensare che, oggi, anche le funzioni della ricerca e dell’innovazione, di solito connesse al quartier generale, vengono spesso spostate in Asia. Bisogna fare di tutto perché questo non accada con Fiat.

Il mercato del lavoro è ingessato. È possibile riformarlo oggi? Ha un senso provare a farlo adesso nel pieno della crisi?
B.E. La legge Biagi ha dato una risposta nel breve termine ad alcuni problemi legati alla flessibilità del lavoro, ma si dovrebbe arrivare a una revisione generale del sistema di contrattazione collettiva. In questo credo che anche Confindustria potrebbe avere un ruolo importante come agente del cambiamento, con un’iniziativa per modificare la legislazione sul lavoro e anche con una svolta sul proprio ruolo.
M.F. Sono d’accordo con Emmott su come la questione vada affrontata in generale. Vorrei però aggiungere un elemento molto italiano. Nella piccola e nella media impresa, i rapporti di lavoro sono già assai flessibili. E non sono rapporti conflittuali. È vero che c’è poca distanza fra l’operaio e l’imprenditore. Spesso le due figure si sovrappongono. Il problema, semmai, è quello di conservare questo genere di flessibilità, che non è fondata su un presunto sfruttamento ma su un reale vantaggio reciproco, anche qualora l’azienda proseguisse nella crescita assumendo la fisionomia della grande fabbrica.

La dimensione media dell’impresa italiana è inferiore agli standard dei competitor europei. Si tratta di una realtà sostenibile sul lungo periodo? Soprattutto vista la necessità di muoversi su mercati globali, sempre più lontani.
B.E. È un vecchio problema. Le aziende create negli anni 60 e 70 hanno avuto le occasioni per crescere e raggiungere le economie di scala per competere sui mercati internazionali con quelle di altri paesi. In molti casi non è successo, alcune sono addirittura sparite. La dimensione media ne risente senza dubbio ed è il riflesso delle ostruzioni di cui parlavo prima: mercato del lavoro troppo regolamentato e con servizi pubblici inefficienti. Risultato: l’Italia oggi produce meno automobili della tanto deprecata economia dei servizi della Gran Bretagna.
M.F. Le grandi imprese non nascono in vitro. I grandi gruppi tedeschi hanno impiegato decenni, se non centinaia di anni, per formarsi. Dunque, sotto il profilo analitico e anche nella politica economica, dobbiamo partire dal dato di realtà. Semplicemente da quello che c’è. Che non è poca cosa. Ho appena elaborato i dati dell’ultimo rapporto Wto-Unctad. E, ancora una volta, emerge che, al netto della questione dimensionale, le imprese italiane sono le più efficienti dopo quelle tedesche. Idem nel rapporto con i mercati emergenti. Le nostre aziende stanno facendo benissimo, meglio per esempio delle concorrenti francesi, nei Mikt (Messico, Indonesia, Corea e Turchia), i nuovi paesi emergenti identificati con questo acronimo da Jim O’Neill di Goldman Sachs.

Il Sud è una questione sempre aperta. Un programma di infrastrutture può essere utile per imprimere una svolta?
B.E. Più infrastrutture e più spesa pubblica per il Sud? No, please, sarebbe un disastro. Le voce migliore in questo senso è quella del mio amico Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, che chiede semplicemente più mercato e non più stato. È questa la strada da percorrere.
M.F. Anche io sono d’accordo con Lo Bello. Ci vuole più mercato. In Sicilia lo Stato genera un terzo del valore aggiunto contro il 10% prodotto in Lombardia. Non ha senso aumentare il peso specifico del pubblico. Tuttavia, alcune grandi opere possono risultare utili. Opere non gestite dagli enti locali. Basti pensare ai benefici che potrebbe ricavare il turismo da un miglioramento dei collegamenti con il nord. Auto, treno, aereo. Quanti piemontesi, che non sono mai andati in Puglia, lo avrebbero fatto potendo prendere un treno comodo e veloce?

Quale impatto può avere, per l’economia italiana, la rivolta nei paesi arabi?
B.E. Credo che la rivoluzione in Nord Africa, a lungo termine, possa produrre grandi opportunità di crescita e sviluppo sia a livello economico sia a livello sociale e politico. A breve abbiamo, è vero, forti turbolenze, ma è il prezzo che dobbiamo pagare per ottenere gli innegabili vantaggi di lungo termine: la soddisfazione delle aspirazioni di quei popoli al rispetto dei diritti civili e una redistribuzione della ricchezza, della quale potranno beneficiare anche le imprese.
M.F. Sul breve termine, avremo il problema dell’immigrazione, che non potrà che arrivare sulle nostre coste. Sul lungo termine, però, non potremo che averne vantaggi. Anche perché, finora, l’Africa è stata la grande dimenticata della globalizzazione. E la cosa non potrà che cambiare. Finora l’Africa ha ceduto materie prime ai paesi avanzati o a quelli emergenti. Ed è stata “colonizzata” dai cinesi. I cinque paesi del Nord Africa producono un valore aggiunto industriale inferiore a quello della sola Polonia. E, quando le cose cambieranno, anche per una semplice questione di geografia economica, le imprese italiane ci saranno.

Nel pieno di una crisi strutturale, si pone la questione di cosa sia vera ricchezza. I modelli welfare-intensive e altamente manifatturieri, come quello italiano e tedesco, si stanno dimostrando più efficienti di quelli anglosassoni?
B.E. Molti citano tra gli atout del paese l’elevata capacità di risparmio delle famiglie italiane, tra le più alte al mondo. Ma mi chiedo: è ricchezza liquida, che entra in circolo nell’economia ed è traducibile in produzione e consumi? La crescita del reddito d’impresa, questa sicuramente ha un impatto evidente sullo sviluppo economico di un paese. E poi, i bilanci famigliari, anche i più solidi, sono soggetti a oscillazioni paurose e in un anno possono sprofondare. Sono d’accordo che in paesi come Spagna e Irlanda la crescita avesse basi effimere, mentre nel Regno Unito eravamo abituati a spendere più di quanto guadagnavamo, ma anche la riserva del risparmio delle famiglie italiane non è destinata a durare all’infinito. Infatti si sta già riducendo, probabilmente per compensare la mancata crescita.
M.F. A mio avviso, sì. Perché creano vera ricchezza. Magari lo fanno più lentamente. In fondo, la stessa Germania, a parte il balzo del 2010, prima della crisi è cresciuta meno dell’Irlanda o degli Stati Uniti. Però, questo genere di sviluppo non è “drogato” da speculazioni finanziarie e da bolle immobiliari che, poi, quando esplodono fanno male. Soprattutto alle famiglie. Quelle famiglie che, non a caso, in un paese come l’Italia stanno meglio che in quelli che ci sembravano “turbopaesi”. Oggi la ricchezza delle nazioni è fondata in misura rilevante anche sul risparmio privato e sui patrimoni delle famiglie. Sarei felice se l’Italia crescesse dell’1,5% reale ogni anno. Un punto e mezzo costante e graduale.

Esiste in Italia una politica industriale?
B.E. Se esiste una politica industriale? Direi che attualmente non esiste proprio una politica. C’è un governo che sta funzionando come struttura. D’accordo, Tremonti ha fatto un buon lavoro, ma è stato soprattutto un lavoro di disciplina fiscale, di rigore, per tenere sotto controllo i conti. Non è però una politica economica capace di creare ricchezza. Insomma, parafrasando il titolo della recensione che Marco ha fatto del mio libro su Panorama Economy, “Try it again, Bill”, mi sento di dire, alla fine, “Try it again, Italy”
M.F. Oggi non ha senso parlare di politica industriale. Il programma di Industria 2015, impostato dal precedente governo, non è decollato. Ma, anche se lo fosse, non è che avrebbe prodotto una crescita di tre punti. Negli ultimi due anni il governo ha avuto una politica nebulosa, anche perché ha dovuto affrontare problemi non normali. È vero che Tremonti ha attuato una politica incentrata sul contenimento dei costi. L’Italia non ha speso niente per uscire dalla crisi. Altri, sì. L’Italia nel 2010 è cresciuta dell’1,3%. Come l’Inghilterra. Il deficit primario italiano è uguale a zero. Quello inglese è pari al 7 per cento.

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