Bahrein, le sceicche della rivoluzione


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Michele Giorgio inviato a Manama

Lungo gli ampi viali che partono da Piazza della Perla ieri erano le donne a comporre buona parte della catena umana simbolo dell’unità del paese. «Siamo protagoniste di questa rivolta. Lottiamo per la democrazia, per un Bahrein senza discriminazioni tra sunniti e sciiti ma anche per i nostri diritti». Rim Khalifa sorride descrivendo il ruolo che stanno recitando le bahrenite nella lotta contro la monarchia e il governo e per ricostruire il paese su nuove fondamenta.

«Non avevo mai visto prima qualcosa di simile, è un buon segnale per le celebrazioni dell’8 marzo» aggiunge. Giornalista di punta di Wasat, quotidiano indipendente del Bahrein che diversamente dai media megafono del regime (di fatto tutti), è considerato una «voce» della protesta, Khalifa è impegnata in un doppio lavoro: di reporter e di attivista. «Non lasciatevi ingannare dall’abaya nero che indossano in pubblico quasi tutte le donne, perché fa parte della tradizione locale – spiega Khalifa -. Sta avvenendo qualcosa di importante. Le donne, di qualsiasi condizione, religiose e laiche, giovani e meno giovani, escono dalle case e sono accanto agli uomini nella lotta, nella diffusione delle informazione e nella gestione dell’accampamento in Piazza della Perla».
Si tratta di uno sviluppo eccezionale, sottolinea Khalifa, per un paese dove mogli e figlie in genere stanno a casa, non escono quasi mai. Ma per la giornalista stanno cambiando anche gli uomini. «Certo, la società era e resta nelle mani degli uomini ed è ancora lunga la strada che porta alla realizzazione dei nostri diritti – avverte – ma da qualche tempo le cose si stanno modificando, i bahreniti maschi guardano con occhi diversi al ruolo delle donne, i più giovani cominciano a superare idee e stereotipi della società patriarcale e autoritaria».
Tra i paesi del Golfo, il Bahrein ha visto, primo fra tutti, alcuni importanti riconoscimenti alle donne. In non pochi casi è stata la stessa monarchia a sostenere iniziative a sostegno dell’emancipazione femminile. Lo stesso è accaduto in misura minore (e diversa) in altri Paesi del Golfo dove l’intervento diretto delle cosiddette «sceicche» (le mogli dei leader), ha favorito qualche cambiamento. Sheikha Sabiha, moglie di re del Bahrein Hamad Al Khalifa, a una conferenza della Società delle Donne imprenditrici, ha dichiarato che le donne sono al centro del movimento di riforma del paese «che è diretto alla modernizzazione, verso la libertà di opinione, elezioni libere e diritti umani».
Belle parole quelle della «sheikha» ma molto lontane dalla realtà del suo paese. Nella maggior parte dei casi si è trattato di cambiamenti di facciata voluti dal regime bahrenita per offrire all’esterno un’immagine migliore e per sottrarsi alle critiche per violazioni gravi di diritti umani e politici.
Certo, in Bahrein nessuno dimentica che Mona Jassim Al Kawari è stata nominata giudice di un tribunale civile, la prima donna di tutto il Golfo ad occupare questa posizione, mentre il pubblico ministero Amina Isa, è stata la prima a rappresentare l’Ufficio della pubblica accusa in udienze giudiziarie. Senza dimenticare Latifa Al Gaoud, la prima parlamentare donna del paese.
Ma dietro questi traguardi raggiunti, rimangono alte le resistenze della fasce più tradizionali e conservatrici della società. «La futura classe politica del Bahrein che sta nascendo in Piazza della Perla deve tenere presente che vanno cambiate leggi e norme che oggi limitano fortemente le possibilità delle donne – spiega Khadije H., impiegata ministeriale – non dimenticando che a pagare il conto più alto delle discriminazioni sono le donne a basso reddito, le vedove o le divorziate che devono fare i conti con una società che le boicotta e un regime che si disinteressa di loro». Se poi una donna è sciita, aggiunge Khadije, deve fare i conti con uno Stato che boicotta gli appartenenti alla sua fede oltre alle rigide regole della società patriarcale.
Per Jalila Sayyed, donna-avvocato che ha difeso alcuni importanti prigionieri politici in processi per «terrorismo», solo con «la fine del regime in Bahrein è possibile immaginare un importante cambiamento sociale». La cultura dei diritti, dice Sayyed, «deve entrare a far parte del patrimonio di ogni bahrenita».

 

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