«Il voto operaio poco e lontano dalla città»


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Professore Luciano Gallino, del voto delle primarie di Torino colpisce il fatto che la città sia stata, solo un mese fa, il teatro della battaglia di Mirafiori. Domenica ha stravinto Piero Fassino, un candidato dichiaratamente aperturista verso Marchionne. In questo risultato, la Torino del no al referendum, di chi sta con la Fiom e insomma con le questioni poste dagli operai, c’è o no?
C’è, certo. Il candidato un po’ più a sinistra, Gianguido Passoni, ha avuto il 12 per cento, e rappresenta il peso attuale della sinistra nella città.
Oltre Passoni c’era il giovane Curto, che aveva tra i suoi elettori proprio Giorgio Airaudo, il sindacalista Fiom a lungo corteggiato dalla sinistra. Ma i due candidati insieme fanno appena il 17 per cento. A cui, da questo punto di vista, non è neanche sommabile lo 0,7 del radicale Viale.
Lo direi esattamente con l’intonazione opposta: con i tempi che corrono il 17 per cento è una percentuale persino sorprendente. Curto era percepito come un meritevole rappresentante del mondo della solidarietà e del volontariato. Ma, in una competizione del genere, fatalmente poco incisivo. In più la sinistra, per tenere fede al suo inverosimile costume di scindersi sempre e comunque, si è divisa anche qui. Nichi Vendola a Torino non si è visto affatto, mentre a Milano era stato più volte. E Sinistra e libertà, che pure ha un suo peso, si è persa in litigi interni e non si è ufficialmente schierata. Passoni ha fatto dieci giorni di campagna. Ci sarebbe da strapparsi i capelli, ma questa è la realtà di questa parte politica.
Conclusione: la Torino del palazzo comunale non rappresenterà gli operai.
La città ormai ha subito un mutamento economico, sociale e demografico ben tangibile. Fino a poco tempo fa a Torino c’erano 6milioni di metri quadrati di fabbriche dismesse, che un tempo erano vive e con decine di migliaia di operai. Ora stanno recuperando queste aree, ma la sostanza non cambia. Dei 65mila operai di una volta, una parte consistente risiedeva in città. Oggi la gran parte è sparita, il resto vive lontano. E domenica quelli del comune di Settimo, per fare un esempio, non votavano. La questione Fiat in città tocca un numero sempre minore di famiglie. C’è stata una sostituzione di classi e strati sociali di grandissime dimensioni. Passare da 65mila mila operai in una città di 800mila persone agli attuali 7-8000 in una città di quasi un milione fa una bella differenza nel peso della questione nella vita quotidiana torinese.
E alle primarie non s’è vista neanche una borghesia illuminata che esprime un voto di opinione.
La media e piccola borghesia, hanno sempre meno interesse per la questione operaia. Non hanno più accanto, pressante, la gran massa delle tute blu. E tutto sommato, qui a Torino c’è molta gente che pur di non consegnare la città alla Lega e alla destra, voterebbe qualunque alternativa elettoralmente sostenibile, com’è quella di Fassino. Io, per esempio, penso che sia personaggio integro e simpatico, e alle amministrative lo voterò.
Fassino diventerà sindaco, naturalmente ce lo auguriamo. Un sindaco, però, molto schierato dalla parte di Marchionne. Come del resto lo è stato Chiamparino, il sindaco uscente. Questo ci dice già qualcosa della prossima Torino?
È un aspetto complicato da prevedere. Le persone cambiano atteggiamento e comportamento – non dico idee, che è molto più difficile – anche a seconda del ruolo che rivestono. Dovendo risiedere e lavorare qui, Fassino avrà modo di ascoltare anche altre voci, e certo anche quella della Fiom. Tenendo anche presente che i problemi tendono ad accavallarsi: ora c’è la questione della Bertone, ci sarà quella della Pininfarina (le due più significative vertenze in corso in fabbrica a Torino, ndr). Fassino dovrebbe sapere che la posizione di un sindaco su queste vicende ha un forte valore simbolico, anche se poi può mettere in campo poco potere reale. E però dare un pugno sul tavolo ha comunque il suo peso.
Chiamparino sulla Fiat non l’ha fatto. E Fassino sembra orientato sulla stessa linea.
Comunque, ripeto, dovrà ascoltare anche la Fiom. E poi sta anche alla sinistra cercare di fargli capire che la vicenda Fiat è molto più complessa della riduzione delle pause in fabbrica. In gioco c’è una questione industriale e finanziaria di enorme portata, e di cui si è parlato troppo poco.
E però il voto torinese non sembrerebbe andare incontro a questo discorso.
Non è detto. Intanto queste primarie sono indubbiamente un fatto positivo: 53mila persone che di domenica si scomodano per andare a votare, affrontando anche lunghe code, sono il segno di un desiderio di partecipare all’arena politica. Un gran risultato, dati i tempi.
L’affluenza e il successo del candidato doc hanno raddrizzato il bilancio delle primarie Pd, fin qui negativo.
Hanno ridato un po’ di carica al Pd, e sa il cielo quanto ne ha bisogno. Ma quello che intendo dire è che il successo non è solo dei democratici: si è andato a votare per una coalizione, o anche per un Pd che ha già stretto un patto con la sinistra. Un patto in cui, fra l’altro, la sinistra pesa, anche senza la Federazione della sinistra. Ora speriamo che il Pd rifletta bene su questo risultato.

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