Un patto comune per l’emergenza democratica


fonte
Piero Di Siena

Vendola, di fronte alla situazione di stallo in cui Berlusconi tiene il Paese, sposa la prospettiva di una coalizione di tutte le opposizioni che finora aveva avversato in nome dell’alternatività del centrosinistra. È una proposta che nel corso dell’estate è stata avanzata da sinistra anche dalle pagine di questo giornale (Asor Rosa, chi scrive). E differisce da quella di D’Alema perché quest’ultima tende a utilizzare la crisi politica e istituzionale in atto per inaugurare una nuova stagione centrista e uno stabile rapporto tra Pd e Udc di Casini. Si potrebbe meglio tardi che mai. Ma le cose purtroppo non stanno così, perché si è perso del tempo prezioso. E la situazione politica attuale non è quella di questa estate. Paradossalmente, proprio nel momento più alto di delegittimazione del premier si registra un rafforzamento, sia pur risicato, della sua maggioranza parlamentare. Mentre in estate e autunno era la maggioranza di centrodestra a perdere pezzi, oggi a essere particolarmente in difficoltà è invece il partito di Fini.

Ciò vuol dire che la proposta di Vendola arriva fuori tempo massimo? Non è esattamente così. Intanto perché gli sviluppi della situazione parlamentare non sono del tutto prevedibili con il precipitare della crisi. E poi, se gli spazi di praticabilità si sono ristretti dal punto di vista dei rapporti politici, essi tuttavia stanno crescendo nel Paese. Se le si guarda sotto questa luce, le manifestazioni organizzate dalle donne il 13 febbraio alludono già a uno schieramento così ampio. Ciò vuol dire però che tale proposta ha bisogno di uno sviluppo che le dia forza e credibilità nell’opinione pubblica, a partire da quella parte dell’elettorato che ha guardato con fiducia crescente all’iniziativa di Vendola di questi mesi e che, oggi, potrebbe sentirsi confuso e smarrito.
Il primo fattore da mettere in campo è quello programmatico. Bisogna, da sinistra, incominciare a dire con chiarezza che cosa dovrebbe e potrebbe fare insieme, in un arco di tempo necessariamente limitato, una coalizione così eterogenea. Certamente ripristinare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, che l’attacco forsennato alla magistratura da parte di Berlusconi rischia di sconvolgere dalle fondamenta; stroncare alla radice ogni tentativo di mettere in discussione i principi della Costituzione; riformare la rappresentanza politica a partire dalla legge elettorale, incominciando tuttavia a entrare finalmente nel merito. Ma anche affrontare sul piano legislativo il tema della rappresentanza sociale, compromesso su quello contrattuale dalle iniziative di Marchionne, e varare misure anticrisi contro la disoccupazione. E, infine, definire le coordinate generali entro cui collocare le future scelte di finanza pubblica che, a causa dei vincoli europei sui debiti sovrani, saranno particolarmente delicate e difficili. Si può obiettare che una convergenza su queste questioni è irrealistica. Ma perché gettare la spugna prima di provarci?
Tuttavia, se si intende gestire in modo credibile ed efficace la proposta di una coalizione di tutte le opposizioni, vi è la necessità anche di creare nuove condizioni politiche a sinistra. Finora Vendola ha avvertito i rapporti a sinistra più come un impaccio che come una risorsa. E se ciò poteva avere una sua ragion d’essere, sia pur non condivisibile, nella prospettiva di primarie del centrosinistra per scegliere leadership e programma, non ne ha alcuna nel quadro di una coalizione più ampia. Un preventivo confronto in vista di un patto di unità d’azione tra le forze più radicali del centrosinistra (Sel, Idv e Fds) sarebbe in questa fase necessario. Come sarebbe utile aprire un esplicito confronto sulla crisi politica e istituzionale in atto con quella coalizione del lavoro che si sta costruendo attorno alle lotte della Fiom sulla vicenda Fiat e che, presumibilmente, sarà un protagonista della sinistra di domani. So bene che le reazioni a sinistra alla proposta di Vendola sono state negative. Ma ciò non esime nessuno dalla fatica del confronto e della ricerca di un’intesa in vista di un’azione comune, anzi ne rafforza la necessità. Insomma, è necessario che la sinistra nel suo complesso diventi protagonista di un’iniziativa politica a tutto campo. La crisi democratica in cui è precipitata l’Italia è innanzitutto crisi dei partiti, di quelli finiti con la prima repubblica ma soprattutto di quelli che a essi sono succeduti. Perciò, se si vuole affrontare da sinistra l’emergenza democratica, è necessario rendere esplicito il nesso tra ricostruzione di una presenza politica unitaria a sinistra e politica delle alleanze. Del resto, per dirla con lo slogan del 13 febbraio, «se non ora, quando?»

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