L’economia va aggiornata: il mercato è un mezzo, non un fine


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È bellissimo essere di nuovo a Davos, perché Davos è dialogo. Da anni la gente si riunisce qui per discutere dei grandi problemi della nostra epoca, dai cambiamenti climatici al protezionismo e alla povertà in Africa. E per anni abbiamo affrontato queste cose da ottiche diverse, con opinioni diversissime. Ma alla base di tutto questo c’era un accordo fondamentale sul tipo di economia che vogliamo per il nostro pianeta.

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Possiamo definirla la vecchia ortodossia economica: il consenso generale sul fatto che lo scopo principale della politica monetaria sia tenere l’inflazione sotto controllo, la consapevolezza che nella politica di bilancio la cosa più importante è la responsabilità e che un disavanzo forte è sempre negativo, e la convinzione comune che il sistema capitalista, con mercati aperti e libera impresa, costituisce un bene supremo.

Ma tutto questo era l’anno scorso. Quest’anno ci troviamo di fronte a un panorama economico completamente differente. Se dodici mesi fa vi avessi detto che avremmo parlato di nazionalizzare le banche più grandi, di paesi costretti a chiedere in prestito cifre pari quasi al 10% del Pil – e addirittura a stampare moneta – avreste pensato che ero impazzito. Ma con l’emergere della crisi in tutta la sua portata, molte delle cose che da tempo davamo per scontate nell’economia sono semplicemente venute meno, e oggi siamo costretti a riconsiderare la vecchia ortodossia economica, a mettere in discussione i presupposti di questa ortodossia riguardo la politica economica, le sue regole sulla politica di bilancio e la sua fede nella virtù del capitalismo liberista. E questa è la domanda chiave che ci dobbiamo porre. Che cosa dobbiamo conservare delle vecchie regole, e che cosa è invece il caso di scartare, in questo periodo eccezionale?

L’attivismo monetario
Comincerò dalla politica monetaria. Da un certo punto di vista, questa crisi è una crisi di politica monetaria, Perché al cuore della crisi, lo sappiamo tutti, c’è una stretta creditizia. Stiamo assistendo alla contrazione del credito più grave degli ultimi decenni. Il boom economico della Gran Bretagna, ad esempio, è stato finanziato anche da oltre 700 miliardi di sterline di soldi esteri. Ora che è arrivata la crisi quei soldi sono spariti. L’economia britannica si è ritrovata con miliardi di sterline in meno e i commerci si stanno bloccando. L’impatto sull’economia reale è devastante. Tutti, dalla fabbrica di automobili più efficiente d’Europa al negozietto all’angolo, sono alle prese con lo stesso problema: la mancanza di credito. La priorità è evidente: dobbiamo rimettere in moto il credito.

Riguardo alla politica monetaria, dunque, sì, sono del parere che le vecchie regole debbano essere gettate alle ortiche. L’economia ha bisogno di un attivismo monetario radicale. Dobbiamo intraprendere tutti i passi necessari per ripristinare la fiducia nel nostro sistema bancario e tornare a far fluire il credito. Per questo il mio partito ha sostenuto la ricapitalizzazione delle banche britanniche. Per questo abbiamo proposto un Piano nazionale di garanzie sui prestiti a sostegno delle banche che prestano alle imprese. Per questo sosteniamo il principio di garantire le perdite delle banche, anche se bisogna prestare la massima attenzione ai dettagli. Ed è per questo che, come ultima risorsa, forse dovremo prendere in considerazione anche misure di espansione quantitativa. Perché per risolvere problemi monetari eccezionali servono soluzioni monetarie eccezionali.

Se è giusto abbandonare la vecchia ortodossia per quanto riguarda la politica monetaria, dobbiamo fare altrettanto per quanto riguarda la spesa pubblica? Qualcuno dice che per combattere la recessione dovremmo spendere come se non esistesse un domani, buttare nella spazzatura la responsabilità di bilancio e disinteressarci del lungo termine. Io non ho niente contro il concetto di stimoli di bilancio. Ritengo che siano una buona idea, se un paese può permetterseli. Ma come hanno detto l’Ocse, l’Fmi e la Bce, se un paese non può permetterseli, gli stimoli di bilancio sono una pessima idea. Pertanto no, non credo che dovremmo abbandonare la responsabilità di bilancio. Credo che ogni paese dovrebbe usare le politiche di spesa per fare tutto quello che responsabilmente può fare per stimolare la sua economia.

Un sistema in pezzi
In questa crisi dunque abbiamo visto mettere in discussione la vecchia ortodossia in tema di politica monetaria, e credo che in questo caso sia giusto. Abbiamo visto anche mettere in discussione la vecchia ortodossia in tema di politiche di bilancio, e credo che in questo secondo caso sia profondamente sbagliato. Ma forse abbiamo visto mettere in discussione soprattutto il capitalismo stesso. Tutti noi che siamo qui concordiamo su una cosa: i mercati aperti e la libertà d’impresa sono il modo migliore per accrescere il benessere, la salute e la felicità dell’umanità. Non siamo inconsapevoli dei difetti del sistema, ma sappiamo che il capitalismo, nella sua incarnazione migliore, rende più diffusa la proprietà, allarga le opportunità e va a braccetto con la libertà politica. Più di vent’anni fa viaggiai attraverso l’Urss e i paesi del blocco comunista. Non dimenticherò mai com’era grigia la vita sotto il comunismo. Quando crollò il Muro di Berlino, un’ondata di colore e di vita irruppe in tutta l’Europa orientale. È stato uno dei momenti d’oro del capitalismo popolare, come l’era di prosperità nell’America del dopoguerra, o la rivoluzione proprietaria guidata da Margaret Thatcher. In questi periodi la gente credeva nella parte migliore del capitalismo, sentiva di poter giocare un ruolo nel successo di questo sistema.

Ma oggi quella convinzione diffusa, quell’ottimismo, si sono sgretolati. Tantissime persone sono arrabbiate con il capitalismo. Invece di rappresentare la speranza di un futuro migliore, il capitalismo sembra rappresentare una minaccia. Tornare a rendere popolare il capitalismo significa aggiornare la vecchia ortodossia liberista, e capire le ragioni di questa improvvisa impopolarità del capitalismo. Ragioni come l’evidente assenza di un quadro morale di riferimento; ragioni come il distacco fra il capitalismo e la vita della gente. E questo si ricollega a una terza ragione, ancora più importante, dell’improvvisa impopolarità del capitalismo: l’incredibile disuguaglianza del mondo moderno. Abbiamo tantissimo capitale, ma non abbastanza capitalisti, e la gente giustamente considera che non sia equo.

Questo dunque è ciò che vedono tantissime, troppe persone oggi quando guardano al capitalismo. Mercati senza moralità, globalizzazione senza competizione e ricchezza senza equità. È tutta colpa di un capitalismo senza coscienza, e noi vi dobbiamo porre rimedio. Credo sia giunto il momento di aggiornare l’ortodossia liberista che ha imperato in questi ultimi decenni. È ora di affermare una verità fondamentale, e cioè che i mercati sono un mezzo per giungere a un fine, non un fine di per sé. I mercati esistono per servire la nostra società, non per affliggerla o per calpestare i suoi valori. Dobbiamo dare al capitalismo una forma che risponda alle esigenze della società, non il contrario.

Se i mercati, e il capitalismo, e le attività delle singole imprese entreranno in conflitto con la nostra visione di una società giusta e di una vita migliore, se il nostro ambiente subirà dei danni o se l’istituzione della famiglia verrà minata, non dobbiamo starcene lì ad accettarlo, fedeli alla vecchia ortodossia secondo cui niente deve poter intralciare la ricerca del profitto. Dobbiamo dirlo a chiare lettere.

Una coscienza da ritrovare
Sì, come ho detto molte volte, dobbiamo sostenere le imprese, perché sono le imprese, non il governo o i politici, che creano posti di lavoro, ricchezza e opportunità, sono le imprese che trainano l’innovazione e la scelta e aiutano le famiglie a raggiungere un tenore di vita più alto a un costo inferiore. Ma dobbiamo anche opporci alle imprese quando sono a rischio le cose che la gente considera importanti. È il momento di collocare il mercato in una struttura morale, anche se questo significa contrapporsi a quelle aziende che rendono la vita più dura per i genitori e per le famiglie.

I capitoli migliori della nostra storia economica sono quelli che sono andati a beneficio di tanti, non quelli che sono andati a beneficio di pochi. Nell’America degli anni 50 si aveva la sensazione che tutti potevano avere una fetta della torta. Negli anni 80 Margaret Thatcher guidò una rivoluzione proprietaria che diede a milioni di persone un peso più rilevante nella nostra economia. Quello era autentico capitalismo popolare, e non ne abbiamo mai avuto tanto bisogno come oggi.

Tutti noi – politici, militanti, economisti, imprenditori – dobbiamo contribuire a guidare il cambiamento. Il nostro sistema finanziario vanta persone talmente brillanti da aver creato strumenti finanziari che nemmeno loro capivano. Ora devono usare quel talento per aiutare i più poveri a costruirsi un patrimonio. Andare nei quartieri più degradati e dare a queste persone gli strumenti per sfruttare al meglio il mercato, per aiutarli ad avere un conto in banca, a risparmiare, a diventare proprietari.

Questo è dunque il profilo di una nuova ortodossia economia, un’ortodossia economica aggiornata. Un nuovo attivismo monetario, la consueta responsabilità di bilancio e un sistema capitalista nuovo e più popolare, un capitalismo con una coscienza. Questa è la strada per affrontare le grandi sfide di questa fase. E questa è la strada, per la nostra generazione, per lasciare ai nostri figli un’eredità di cui possano andare fieri.

(Traduzione di Fabio Galimberti)
Il testo è un ampio stralcio dell’intervento che David Cameron ha tenuto ieri al Forum di Davos

 

 

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