La fine del colonialismo comincia adesso


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di Ferhat Mehenni

Le rivolte in Africa e Medio Oriente non sono che la naturale conseguenza della decolonizzazione nell’era della globalizzazione. Il rischio è che subentrino regimi militari. Ma l’ottimismo è d’obbligo. Prima o poi, i popoli conquisteranno la libertà.


(Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/2010 “Il ritorno del sultano” – clicca sulla carta per ingrandirla)

Dopo la Tunisia e l’Egitto, sono Bahrein, Yemen e Libia a essere investiti da un’inattesa ondata di rivolte contro le dittature al potere.

La mondializzazione, che dopo la decolonizzazione non trovava da ridire contro questo tipo di regimi in tutti i paesi ex coloniali, non ne vuole più sapere? E perché? Quale nuovo tipo di potere andrà a sostituire quelli contestati: Islam, democrazia o neonazionalismo?


Anche se la cautela è sempre di rigore, abituati come siamo al procedere altalenante della storia, un minimo di speranza è lecito.


In primo luogo, quelli che inizialmente venivano chiamati “disordini” si sono rivelati delle rivoluzioni. Ne hanno fatto le spese due dittature. Quella tunisinaquella egiziana.


Il regime libico, uno dei più liberticidi al mondo, è in questo momento oggetto di una contestazione popolare che ne distrugge definitivamente le fondamenta. Gheddafi è politicamente già morto.


Lo Yemen è sempre alla ricerca della sua problematica unità. Il sud, che si è fuso con il nord, non ha tardato a perdere entusiasmo e ad abbandonarlo, rimanendo nell’unione solo col coltello alla gola.


In Algeria, l’opposizione cabila, non essendo riuscita a portare dalla sua parte gli algerini nei suoi tentativi di mobilitarsi contro il regime militare e il suo dittatore Bouteflika [allusione alla “Primavera berbera” del 1980 e alla rivolta democratica del 2001 soffocata nel sangue (“primavera nera”), n.d.t.], ha cambiato prospettiva.


Si concentra ora sulla Cabilia, che attraverso la sua rivendicazione di autonomia regionale proclama a gran voce il suo bisogno al contempo di democrazia per tutti e di libertà per se stessa.


Tuttavia, limitare le rivolte in corso e la loro aspirazione alla democrazia ai soli popoli e paesi sopra ricordati è troppo riduttivo.


La rivoluzione tunisina e quella egiziana hanno semplicemente attirato su di sé l’attenzione dei riflettori facendo momentaneamente dimenticare o relegare in secondo piano la crisi ivoriana, il referendum del Sud Sudan per l’indipendenza, le piaghe del Darfur, del Delta del Niger, del Congo, del Niger, le guerre in Iraqin Afghanistan, l’inafferrabile Somalia e il suo manipolo di pirati


Quello cui assistiamo oggi è solo l’inizio. Ben presto tutta una serie di paesi ex colonizzati li seguiranno. È il risultato di una decolonizzazione tagliata con l’accetta.


La missione della colonizzazione era quella di mondializzare. Ma non aveva né una ricetta né un piano.


Per gestire questi immensi territori sono state istituite amministrazioni e tracciati dei confini per nuovi Stati destinati a operare una discriminazione a vantaggio degli europei e dei loro intermediari indigeni.


Per far sì che i popoli colonizzati ne sopportassero l’ingiustizia, questi paesi creati artificialmente vennero alla fine affidati agli autoctoni, ai colonizzati. È questa la decolonizzazione.


L’indipendenza non fu altro che il passaggio di consegne dai colonizzatori ai colonizzati per la gestione di uno Stato e della sua amministrazione, concepiti inizialmente per controllare, reprimere e discriminare le popolazioni in cambio della confisca delle ricchezze, della libertà e dei diritti dei suoi cittadini.


Paradossalmente, sono i paesi che si ritenevano più stabili quelli che sono crollati per primi.


Col passare dei decenni, le loro dittature sono divenute intollerabili. Non si sono accorte del tempo che passava né delle nuove tecnologie che arrivavano.


Insieme ad altri fattori, i mezzi di comunicazione multimediali hanno contribuito a far sorgere l’esigenza di innalzare il livello di vita e di dar forza alle aspirazioni di libertà presso tutti coloro i cui sogni cozzavano contro il muro di sbarramento eretto dalle dittature.


Appoggiandosi sul terrorismo nazionalista e politico, i poteri che occupano questi Stati hanno eretto delle dittature che coniugano corruzione e coercizione, il bastone e la carota, servendosi di corpi di sicurezza polizieschi o militari.


Questo tipo di Stato è rimasto indietro rispetto alla mondializzazione che ha bruscamente accelerato il passo negli ultimi anni.


Vedendoli impossibilitati a tenere il suo ritmo, la mondializzazione li getta via. Ieri erano necessari, oggi sono una palla al piede. E adesso devono rispondere dei loro crimini e dei loro sperperi. Rendere conto delle loro azioni a quanti si sono visti calpestare i propri diritti.


Questi confini, quando furono tracciati, erano così scandalosi che venne adottato, per la loro stabilità, il principio dell’inviolabilità. A parte il caso dei curdi, non sono stati messi in discussione se non dopo la caduta del muro di Berlino.


I popoli così “liberati” hanno vissuto la loro nuova identità, la loro nuova nazione, fin dagli anni Sessanta, nel terrore e nell’oppressione.


Questa fase nazionalista, destinata a consolidare la loro nuova nazione, ha prodotto, in definitiva, problemi “nazionalitari”, problemi di identità che stanno disgregando i paesi creati di sana pianta dalla colonizzazione.


In effetti, non potendo essere che delle dittature, i regimi di questi Stati sono stati costretti a giocare sulle contrapposizioni identitarie dei diversi popoli che compongono ciascuno di questi paesi.


Hanno snaturato il significato di democrazia facendo entrare in lotta, nelle competizioni elettorali, non idee e programmi, ma popoli. Ma la democrazia ha senso solo all’interno di una stessa identità, di uno stesso popolo.


Questo tipo di Stato, dittatoriale per natura, prolifera su quelle parti del globo che un tempo erano colonizzate. Esso è ancora più scandaloso quando discrimina non categorie sociali, ma interi popoli, soggiogati dal razzismo. Il che diventa semplicemente un nuovo colonialismo, questa volta interno.


È ciò che si osserva in Africa e in Asia. L’Afghanistan e l’Iraq non ritroveranno pace e stabilità finché i loro popoli non diventeranno padroni del proprio destino mediante soluzioni federali o di autonomia regionale.


Credere che tutti i popoli dell’Afghanistan formeranno una sola nazione cominciando col rinnegare la propria, che è identitaria, è un parto della fantasia.


Sperare che gli ivoriani ripartano da zero prima di una separazione tra il nord e il sud non è realistico.


Il Sudan ha iniziato il proprio smembramento. Da primo paese africano per superficie, diventerà ben presto un nano.


Il Congo è una palude “nazionalitaria” che il genocidio ruandese non cessa di scuotere. Questi sistemi conducono ineluttabilmente verso l’indipendenza di coloro che ne subiscono l’imperialismo.


La fase attuale della mondializzazione farà ulteriormente salire le richieste di cambiamento per portare tutto il pianeta a livelli sempre più elevati di prestazioni in ambito politico, economico, filosofico. I regimi che non sono in grado di adattarsi finiranno per cadere.


L’Occidente non deve aver paura di questo risvegliarsi dei popoli e delle identità che riscoprono il loro legittimo diritto a essere riconosciuti e a vivere nella libertà e nella democrazia.


Come succede per una vecchia fabbrica tecnologicamente obsoleta, c’è una fase in cui si smantellano i macchinari, un’altra in cui li si sostituisce e, per finire, c’è la formazione del personale per adattarlo ai nuovi posti di lavoro e alle loro regole.


Lo stesso avverrà per i paesi superati dai tempi e dalle esigenze dei loro popoli che hanno una visione del mondo superiore a quella dei loro Stati.


Si nota qua e là il timore, soprattutto nel mondo musulmano, dell’emergere di qualche nuovo Iran. Ma la cosa è tutt’altro che sicura.


L’Iran non si regge che grazie al terrore contro i propri cittadini. L’anelito di libertà di questi ultimi finirà per trionfare sulle imposizioni del regime dei mullah. Il loro ordine è già condannato. La sua posizione contro il mondo della libertà, del cristianesimo e dell’ebraismo lo isola e lo rende sempre più fragile.


Il rischio attuale nei paesi in cui soffia il vento della libertà, è quello dei militari. L’esercito in questi paesi è l’unico corpo organizzato che ha la costante tentazione di controllare la società.


È, in un primo momento, ciò che si verificherà in Egitto e in Tunisia. Ma l’esercito in sé non ha competenze politiche. E sarà di nuovo costretto a subappaltare la governance a donne e uomini di talento, in grado di affrontare le sfide del cammino dell’umanità.


Qualunque sia il regime militare che prenderà il potere dopo le rivoluzioni popolari o nazionali che hanno appena avuto luogo, sarà costretto a cedere loro spazi di libertà maggiori rispetto ai loro predecessori.


È d’obbligo essere ottimisti.


Ferhat Mehenni è presidente dell’Anavad, il Governo provvisorio cabilo. Autore di «Algérie: la question kabyle» Editions Michalon, 2004; e di «Le siècle identitaire» Michalon, 2010.

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