In che parte del mondo è la Libia?


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In che parte del mondo è la Libia?

È una questione di geografia, di geopolitica. E di comunicazione globale. Il disorientamento di fronte a quel che capita nel Nord Africa. Davanti a noi. Poco più avanti. Due passi appena dalle nostre coste meridionali. Ma fatichiamo a renderci conto di quanto ci riguardi davvero. Quanto possa cambiare le nostre vite, la nostra vita. L’unica cosa che ci preoccupi davvero è l’ondata migratoria  –  incombente e imminente. Enorme, inutile nasconderlo. E noi, che, nel corso degli anni, abbiamo eretto un muro nel Mediterraneo, per difenderci dagli “altri”. Dall’invasione dei “disperati”. Noi, che abbiamo trasformato il Mediterraneo stesso in un muro, per fingerci inaccessibili. Una fortezza. Al sicuro dal mondo. Noi: ci siamo allontanati dalle sponde del Nord Africa e del Medio Oriente. Le abbiamo allontanate da noi. Le abbiamo “percepite” lontane. Un altro continente, appunto. Un’altra epoca. Un’ex colonia d’oltre mare, sperduta nello spazio e nel tempo. E le visite di Gheddafi a Roma non hanno fatto che rafforzare questa convinzione. Vista la determinazione estrema con cui il rais, nelle sue visite in Italia, ha provocato stupore e incredulità. In modo consapevole e volontario. Cammelli, vergini e guardie del corpo al seguito. Tutti accampati nel centro di Roma. Con la compiacente complicità del governo. Tutto per marcare le distanze da noi. Dalla nostra… cultura. Senza troppe speranze, perché ormai ci siamo abituati a ben altro. Figurarsi se ci possiamo sorprendere per qualche decina di ragazze e una tendopoli di lusso in centro città.  Tuttavia, abbiamo rimosso la vicinanza della Libia, dell’Egitto. Dell’Africa del Nord. Più in generale, ci siamo allontanati dal Mediterraneo. Quasi fosse una condanna. Noi, che temiamo di “scivolare in Africa”. Appunto. Come rammenta spesso Lucio Caracciolo,  abbiamo rinunciato al ruolo che ci deriva dalla nostra posizione geopolitica. Al centro del Mediterraneo. L’abbiamo – volutamente – negata. Nella visione della nostra classe dirigente, oltre che degli italiani: è stata accantonata. Spinta ai margini.

Non ci ha aiutato la globalizzazione. Al contrario. La riduzione dei tempi e dello spazio. L’allargarsi della rete e della comunicazione, in ogni luogo e in ogni momento della vita quotidiana. Hanno permesso a tutti di sapere tutto in tempo reale.  Con il paradossale esito che abbiamo perduto il senso delle distanze. Perché se tutto è qui, allora nulla è qui. La Tunisia e la Nuova Zelanda, la Libia e l’Iraq, Haiti e l’Egitto. L’Afghanistan e il Marocco. Ci riguardano e ci investono allo stesso modo. Perché le immagini della rivolta e della ribellione oppure della guerra e della devastazione passano in diretta, a tutto schermo, una dopo l’altra, una accanto all’altra. Davanti ai nostri occhi, a casa nostra.

Così ci sentiamo disorientati. Perché tutto ha lo stesso colore, lo stesso rumore, la stessa distanza. Altrove e qui, allo stesso tempo. I terremoti, le rivoluzioni, le carestie, le guerre. La Libia è vicina eppure lontana. Lontana anche se vicina. Come la Tunisia e l’Egitto. E se ciò che avviene in questi Paesi fosse davvero simile al crollo del muro di Berlino, nel 1989,  come ha osservato Vàclav Havel, ripreso da Gad Lerner  su Repubblica, noi faticheremmo, comunque, ad accorgercene. A vedere. Impegnati a erigere nuovi muri  –  invisibili e illusori – intorno a noi, abbiamo trasformato anche il Mediterraneo in un muro. Non servirà a difenderci dal mondo e da noi stessi. Perché la Libia è vicina. Praticamente: è qui.

(25 febbraio 2011)

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