Una settimana di 72 ore, tre turni al giorno e straordinari come regola: così vince il Guangdong


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«Nella mia fabbrica lavoriamo su tre turni di 8 ore per sei giorni alla settimana», comincia il metalmeccanico cinese.
«Tu?», chiede al collega italiano.
«Su due turni di 8 ore per 5 giorni alla settimana», risponde l’italiano.
«Ma fai anche straordinari?», chiede l’italiano.

«Certo. Due ore la sera, spesso però lavoro anche la domenica», risponde il cinese e chiede. «Tu?»
«120 ore all’anno», dice l’italiano.
«E quanto guadagni?», chiede l’italiano.
«950 yuan. Tu?», chiede il cinese.
«Più o meno lo stesso numero ma in euro», risponde l’italiano. E aggiunge una curiosità: «Ma voi ce l’avete il sindacato?».
«Cos’è il sindacato?», risponde il cinese.

Il dialogo tra il metalmeccanico del Guangdong, provincia meridionale della Cina dove operano molte imprese italiane, e quello torinese è immaginario ma il contenuto è molto più reale di quanto si possa pensare. Questione di flessibilità? O di cultura? O di assenza del sindacato? O di battaglie per i diritti che non sono state fatte? L’operaio del Guangdong è disposto a lavorare anche oltre 60 ore alla settimana e se non può fare straordinari se ne va perché la busta paga è troppo bassa. Emanuele Marchi, direttore delle risorse umane del gruppo trentino Zobele – che produce vaporizzatori, prodotti per la pulizia di superfici, stoviglie, scioglimacchia, cura delle scarpe – spiega che nello stabilimento del Guangdong l’azienda «per fare fronte a un turn over che supera il 60% ha dovuto iniziare una politica di retention. La fidelizzazione, per ora, avviene attraverso scatti di anzianità, il primo già dopo 6 mesi, gli altri, più importanti, dall’anno in poi. Nel Guangdong, area dove c’è sempre stata un’immigrazione molto forte dalle altre province, adesso la manodopera sta diventando sempre più preziosa». Il primo segnale è arrivato un anno e mezzo fa e da allora i salari sono passati da un livello base di 950 yuan – che potevano arrivare a 1.200 con gli straordinari – «a un livello base che parte da 1.320 yuan e può arrivare a 2.150 yuan», dice Marchi.

Le aziende analizzate

Zobele insieme a Magneti Marelli, StMicroelectronics, Piaggio, Somacis, Sacmi è tra le aziende italiane in Cina di cui la Fim Cisl in collaborazione con l’Iscos (Istituto sindacale per la cooperazione e lo sviluppo) e l’Ico (un istituto di ricerca indipendente cinese) ha studiato il modello di organizzazione del lavoro, così come di tutela e di diritti, che è confluito in un’inchiesta costata molto tempo e il cui esito finale verrà presentato nelle prossime settimane.

«I metalmeccanici del Guangdong lavorano sei o sette giorni su sette, da un minimo di 48 a un massimo di 72 ore alla settimana, con gli straordinari obbligatori, con un salario mensile che è in media intorno ai 1.150 yuan», secondo quanto spiega la Fim Cisl. In assenza di un sindacato con cui confrontarsi, «attraverso contatti informali con i lavoratori, fuori dai cancelli, abbiamo ricostruito come si lavora all’interno delle fabbriche italiane – spiega Gianni Alioti, responsabile dell’ufficio internazionale della Fim Cisl –. Quali sono gli orari, i salari, i diritti, le tutele, il welfare». Informazioni quasi sempre confermate o in alcuni casi precisate dalle imprese per via di alcuni cambiamenti nel 2010, un anno che in Cina è stato segnato dai suicidi di numerosi lavoratori, dagli scioperi e dalle lotte degli operai che, spontaneamente, hanno cominciato a manifestare per chiedere aumenti di stipendio.

I contratti di lavoro sono di durata breve, annuali, in molti casi, ma anche biennali, triennali, con possibilità di rinnovo. L’organizzazione del lavoro cambia da stabilimento a stabilimento, così come le ore lavorate che non sembrano avere un tetto. Si va da un minimo di 48 alla settimana più straordinari che in genere sono 2 ore al giorno e quindi 60 ore a settimana a un massimo di 72 ore alla settimana. La costante è che si lavora 6 giorni su 7 e nei picchi 7 giorni su 7, quindi anche di domenica, senza pause durante la settimana. I turni partono da un minimo di 8 ore e sono in genere tre al giorno, eccezion fatta per alcune imprese dove sono due di 10 ore. Stando a quanto riferiscono le imprese c’è molta disponibilità da parte degli operai a lavorare dopo la fine del turno. E così, nei picchi produttivi, in coda a ciascun turno vengono spesso aggiunte due ore.

I salari base variano da un minimo di 800 yuan a un massimo che supera i 2mila. Gli straordinari sono pagati secondo la legislazione vigente e nella gran parte dei casi sono obbligatori e dovuti alla necessità di far fronte ai ritmi produttivi. Le imprese offrono l’uniforme e i dispositivi per la sicurezza, così come la formazione iniziale che è focalizzata soprattutto su salute e sicurezza.

Un altro elemento che accomuna le imprese italiane riguarda l’alloggio. Quasi tutte mettono a disposizione residenze dove in genere ci sono stanze condivise da molte persone, anche 12 in 40 metri quadrati, e spazi ricreativi, oltre alla mensa che in genere rientra tra i benefit dell’operaio o per la quale il contributo richiesto è al di sotto dei 10 yuan. Le aziende garantiscono anche le assicurazioni malattia e infortuni e la previdenza sociale per la quale chiedono un contributo variabile da parte del lavoratore.

Infine la rappresentanza dei lavoratori. È assente in quasi tutti i casi e quando è presente gli operai dicono di non conoscerne il ruolo. Nell’analisi di Alioti il problema vero della Cina e la grande conquista che il paese deve fare è proprio questo: il sindacato. Adesso non essendoci alcuna forma di rappresentanza non c’è l’esercizio della difesa delle tutele e dei diritti. Così se è vero che «lo straordinario viene visto come un recupero del reddito ci sono due problemi da affrontare. Il primo è quello dei salari che sono troppo bassi, il secondo è quello del tetto alla prestazione d’opera perché se è vero che ci sono turni di 8 ore è anche vero che ce ne sono di 12. Questo è un modello che prescinde dalla responsabilità sociale dell’impresa verso le comunità locali, un fenomeno che ci riporta indietro di molti anni, direttamente agli albori della prima rivoluzione industriale».

 

 

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