Torino, ricatto Fiat anche alla Bertone


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di Maurizio Pagliassotti

Torino
C’è un’altra fabbrica di automobili dove si porta avanti senza troppi scrupoli la lotta feroce contro i diritti dei lavoratori. Si chiama Bertone, ha sede a Grugliasco (Torino) ed ha un passato glorioso ed un presente contrassegnato da una cassa integrazione che dura da sette anni. Anche qui lo schema è sempre lo stesso: la crisi, la proposta “estremamente generosa” da parte del signor imprenditore di turno, che anche stavolta è la Fiat, i sindacati moderni che prima valutano e poi sposano, la Fiom sulla barricata. In mezzo i lavoratori, chiamati alla shakespeariana scelta tra la minestra e la finestra dalla “proposta” Fiat: 500 milioni di euro di investimenti con cui produrre un modello Maserati; in cambio, dovranno ingoiare il modello Mirafiori-Pomigliano, vale a dire accettare un contratto con quelle stesse caratteristiche.
Questa volta, però il finale potrebbe essere diverso. Secondo la Fiom, infatti, ci sono le condizioni perché il sindacato non si divida facendo il gioco dell’azienda: «Abbiamo deciso che la Rsu si riunirà in settimana e preparerà una proposta che sarà sottoposta ai lavoratori. Con questa chiederemo un mandato a trattare», fa sapere Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom, al termine dell’assemblea che si è tenuta ieri. «Siamo interessati a discutere nel merito, vogliamo sapere se i prodotti sono due o tre. Questi lavoratori chiedono di lavorare e meritano rispetto perché hanno difeso la fabbrica. La Fiat dovrebbe ringraziarli», aggiunge il sindacalista. La prossima assemblea dei lavoratori è programmata per venerdì 25 febbraio.
I lavoratori dell’ex Carrozzeria Bertone sono circa 1.100 e sono in cassa integrazione dal 2004. La Fiat ha rilevato lo scorso anno l’azienda che era in amministrazione straordinaria. Federico Bellono, segretario provinciale Fiom anch’esso presente all’assemblea, racconta di «un incontro molto partecipato in cui la Fiom ha chiesto la collaborazione a tutti i soggetti coinvolti affinché vi sia una proposta unitaria. Noi non vogliamo giungere ad un nuovo referendum come quello che abbiamo visto a Mirafiori. Lo spazio per tessere una vera trattativa, differentemente da Mirafiori, c’è».
Se lo spazio, forse, c’è, è per un semplice motivo: la Fiom è molto radicata alla Bertone, le Rsu del sindacato metalmeccanico della Cgil, sono la maggioranza assoluta. Nelle elezioni svoltesi nel 2009 la Fiom ha stravinto con il 64%. Questo perché il sindacato metalmeccanico della Cgil ha per lunghi anni portato avanti una solitaria battaglia per salvare la storica carrozzeria. Le manifestazioni regionali e nazionali volte a fare pressione sulle istituzioni sono state decine. Un osso duro da affrontare, quindi, per Fiat e i sindacati ad essa vicini. Non a caso la Uilm, riferisce sempre Bellono, «è stata praticamente silente per tutta l’assemblea, mentre la Fim ha avuto un atteggiamento prudente».
Ma esattamente come accaduto per Mirafiori in queste prime avvisaglie di battaglia c’è chi è prudente e invece chi si lancia come un panzer di sfondamento. «La piattaforma che vuole presentare la Fiom non ci interessa, perché la soluzione è l’applicazione del piano Fabbrica Italia», taglia corto Vincenzo Aragona, segretario della Fismic piemontese. Il piano industriale «presentato dalla Fiat – prosegue Aragona – prevede un investimento complessivo di 1,5 miliardi di euro solo a Torino, oltre agli investimenti che arriveranno anche per gli altri stabilimenti piemontesi. A noi basta questo e auspichiamo che i lavoratori ex Bertone riflettano sull’opportunità che si presenta, che non possiamo perdere, e che prevalga il buonsenso».
Ma il più categorico è il segretario Fismic Roberto Di Maulo: «Questa volta, a differenza di Mirafiori, non firmerò un accordo per poi andare dai lavoratori a chiedere se sono d’accordo o no. Farò il contrario: chiederò ai lavoratori che cosa vogliono. Se mi dicono che il piano non va bene lo diremo alla Fiat che restituirà le chiavi all’amministrazione straordinaria da cui l’ha presa e troverà qualcun altro che faccia il modello Maserati». A fine incontro la Fim abbandona la prudenza e con il segretario torinese Claudio Chiarle propone esplicitamente di «estendere ai lavoratori della ex Bertone l’accordo firmato a Mirafiori il 23 dicembre 2010». Secondo Chiarle, «la Fiom deve assumersi la responsabilità di dire se vuole garantire un futuro di lavoro ai lavoratori ex Bertone».
Insomma, nonostante i buoni propositi della Fiom, l’impressione è che si stia andando celermente verso un nuovo referendum che, per l’ennesima volta, dilanierà i lavoratori. Gli ingredienti, sempre inesorabilmente i soliti, sono tutti presenti sul tavolo.

in data:19/02/2011

 

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